Francesco Caringella, La migliore bugia. Un giallo per “spiare l’animo umano”.

Francesco Caringella La migliore bugia
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La migliore bugia è il più recente romanzo di Francesco Caringella, in cui ritroviamo il personaggio del giudice Virginia Della Valle.

Gilda Orefice è un’anziana pensionata, dal carattere difficile e diffidente, che viene ritrovata morta nella sua abitazione nel centro di Bari. Sulle prime si pensa ad una morte per cause naturali; rilievi più accurati cambiano il quadro della situazione, e la giovane pm Elisabetta Ciraci si ritrova tra le mani un caso sempre più impegnativo. Tutti gli indizi sembrano convergere su Giovanni Campanaro, un noto commercialista all’apparenza insospettabile. Dopo l’arresto, Campanaro sarà difeso da uno dei più noti avvocati della città, Enrico Martucci. A presiedere la giuria troviamo un magistrato di grande esperienza come Virginia Della Valle. Il resto lo lasciamo alla scoperta del lettore.

La morte di un’anziana signora, ritrovata nel suo appartamento senza apparenti segni di violenza, innesca un’indagine in cui il gioco delle parti fra accusa e difesa lascia il lettore in una evidente difficoltà. L’autore, infatti, ci guida nei meccanismi delle indagini e del processo poi, senza costruire una tesi ben precisa o senza guidarci alla scoperta del colpevole. Il percorso che Caringella ci propone è molto più tormentato e a tratti inquietante: che cosa si afferma in un’aula di giustizia? Quale ruolo hanno le personalità e la sensibilità dei diversi soggetti che prendono parte alla vicenda? Le domande insomma sono tante e per dipanarle ci siamo rivolti direttamente all’autore. L’articolata carriera di Francesco Caringella (commissario di polizia, magistrato penale, presidente di Sezione del Consiglio di Stato) ci ha indotto anche a parlare della situazione della giustizia in Italia.Francesco Caringella La migliore bugia

Nel campo del cosiddetto giallo o poliziesco le definizioni sono spesso inutili e fuorvianti. Possiamo, comunque, definire il suo romanzo come un legal thriller o c’è qualcosa di più forte e anche di più inquietante, fin dal titolo che lei ha scelto: La migliore bugia?

Un giallo non è mai solo un giallo”, ammonisce Sciascia. E questo perché “dietro un crimine c’è una vicenda umana molto più interessante del crimine stesso”. L’omicidio, le indagini e il processo sono, così, un buco della serratura per spiare quel grande mistero che è l’animo umano. Quindi anche un legal thriller, un buon legal thriller intendo, non può essere solo un legal thriller: il tribunale è la pura occasione  per scandagliare le vicende umane che si consumano fuori e dentro l’aula di giustizia. Posso allora azzardare che il mio è un thriller psicologico, forse un trattato psicologico, perché racconta certo il processo per l’omicidio della povera Gilda Orefice, ma ancor più esplora i tumulti interiori che scuotono tutti i protagonisti della corrida d’assise: imputato, pm, giudici, l’anziano principe del foro, l’inconsolabile sorella della vittima e la terrorizzata moglie di Giovanni Campanaro. In fondo, ogni romanzo, come ricorda Silone, è una storia d’amore: anche La migliore bugia è un’immensa, corale e irrisolta storia d’amore.  

Nelle pagine dedicate ai ringraziamenti lei scrive: La migliore bugia vuole mettere nelle mani che scivoleranno lungo queste pagine un biglietto in prima fila per assistere al rito corale del processo. Ci può aiutare a seguire e a comprendere questo rito corale? 

Nel processo non vince la verità migliore, ma la bugia raccontata meglio. Dal momento che la verità non sembra mai vera, tutti gli attori del dramma giudiziario sono per forza impegnati a nascondere, integrare o abbellire i tristi fatti con i coriandoli della fantasia. Alla fine trionfa ciò’ che sembra vero: la giustizia è la dittatura del verosimile, dell’apparenza, se non dell’illusione. La coralità del mio processo si esprime proprio nel confronto serrato tra le varie narrazioni e le varie personalità. Vincerà solo una delle verità possibili : quella raccontata tecnicamente meglio. In fondo, scomodando Nietzsche, “non esistono i fatti, esistono solo le interpretazioni”.

Il processo da lei descritto coinvolge anche persone che sembrano tutte sulla soglia di qualcosa che potrà cambiare la loro vita: accuse, amori, malattia, dubbi. Quanto contano, secondo lei, le vicende individuali nel complesso più largo e ampio del processo? Si cambia anche nella visione che si ha della legge e della sua applicazione?

 Justice is what judge ate at breakfast“, ci ricordano  i criminologi americani. L’umanità è la dote primaria del magistrato per la semplice e banalissima considerazione che il processo non è un segmento separato della vita del giudice e degli altri protagonisti dell’aula d’assise. Per questa ragione la mia cinepresa fotografa gli attori in tribunale e all’esterno, in un gioco di di alternanze e dissolvenze che spiega in modo plastico come le loro acrobazie esistenziali e i loro moti interiori si riflettano sulle mosse che ognuno di loro compie su quel meraviglioso tavolo di poker che è il dibattimento penale.

Non vorrei scomodare domande troppo impegnative sulla verità, ma che cosa viene accertato in un’aula di tribunale come quella che lei descrive? 

Viene accertata la verità legale: quella conforme alle prove legalmente acquisite; quella che supera indenne il test del ragionevole dubbio.

Nel caso che lei ci racconta la distanza fra le due possibili visioni dell’imputato sembra incolmabile. Com’è possibile una divaricazione così netta e totale? Non c’è qualcosa di inquietante, secondo lei, per noi lettori non esperti di legge e di procedura?

Mi inquieterebbe, piuttosto,  il giudice a caccia della verità assoluta: sarebbe un Dio al di sopra dei mortali. Invece è un uomo e un tecnico: non gli compete la ricerca della verità oggettiva, ma la verifica di quella suffragata dalle prove acquisite nel rispetto delle regole dello Stato di diritto più antico del mondo. Quello delle XII tavole, per intenderci.

Mi permetta una domanda che nasce da una citazione che lei ha usato in un altro suo libro (10 lezioni sulla giustizia, per cittadini curiosi e perplessi – Mondadori). Le parole sono di Kafka – non a caso parliamo di processi e di legge –: “Io sono ignorante, ma questo non significa che la verità non esiste”. Come commenterebbe oggi questa frase ricordata nel 2017?

Grande Kafka, il gigante del Novecento in condominio con Proust. Come potrei smentirlo? La verità esiste, ma l’uomo è ignorante. C’è uno iato drammatico tra lo scopo dell’indagine e la debolezza di chi conduce la ricerca. In fondo la verità su una morte violenta la conoscono solo la vittima e l’assassino: peccato che la prima non possa parlare e il secondo abbia il diritto di mentire.

Senza voler essere invadente, le chiederei, partendo dalla sua esperienza professionale (commissario di polizia, magistrato penale, presidente di Sezione del Consiglio di Stato), un giudizio sullo stato di salute della Giustizia italiana.

La giustizia italiana è un grande malato  perché è affogata da numeri che rendono impossibile la definizione dei giudizi in tempi accettabili. E, come dicono gli inglesi, justice delayed is justice denied. Quando la domanda è eccessiva, la giustizia non è la soluzione del problema, ma il problema da risolvere.

Antonio Fresa

Francesco Caringella
La migliore bugia
Mondadori, 2022
pagine 384
€ 18,00

 

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