California la fine del sogno di Francesco Costa

Franceco Costa California
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Può l’emigrazione avere tra le sue cause oltre alla povertà ed alle calamità naturali anche un eccesso di ricchezza se questa non è utilizzata per generare benefici a favore della collettività? Pare essere questo il caso della California. Da alcuni anni si è innescato un movimento migratorio verso stati limitrofi, le persone che vanno via dalla California sono più di quelle che vi arrivano, tanto che dall’ultimo censimento risulta che la sua popolazione sia per la prima volta diminuita. La crisi migratoria della California è unica nel suo genere.

Francesco Costa ne analizza le cause nel suo ultimo libro “California. La fine del sogno” portandoci a porre attenzione ad un fenomeno in corso che potrebbe toccare a breve anche altre aree del globo in considerazione di quanta influenza  quell’area degli Stati Uniti ha in Europa se parliamo di cinema, musica, business, ma anche life style.

Francesco Costa, scrittore esperto di politica statunitense e vicedirettore de il Post, con il suo ultimo nato,  ha l’ambizione di indagare e raccontare le cause sociali, economiche, politiche che stanno spingendo. negli ultimi anni,  sempre più californiani a lasciare The Golden State, lo Stato più a sinistra e fortino inespugnabile del Partito Democratico degli Stati Uniti, per trasferirsi in Texas, Nevada. Arizona, Utah e Florida, tutti Stati del sud che stanno beneficiando economicamente dell’arrivo dei ricchi californiani.

Franceco Costa CaliforniaFranceco Costa CaliforniaLa risposta secca e brutale a quale sia la principale causa di questa fuga dei californiani che si evince dal libro di Costa è che in California moltissime persone vivono male, molto male. La pessima qualità della vita che coinvolge la classe media è dovuta a diversi fattori che Costa snocciola come un susseguirsi di cause che arrivano a creare da una parte l’humus perché le famiglie abbandonino il campo e dall’altro fanno da detonatore ad una emergenza umanitaria che vede aumentare in California il numero di senza tetto che non ha eguali in nessun altro Stato americano.

La principale causa individuata da Costa è la politica dello Stato che in California non conosce l’alternanza. Il Partito Democratico governa lo Stato con un’ampissima maggioranza e non ha mai avuto bisogno di fare compromessi, di razionalizzare, di tagliare, di rendere efficaci i propri progetti. L’unico dibattito politico viene fatto all’interno del Partito Democratico stesso, nel corso degli anni si sono create delle rendite di posizione che rendono estremamente farraginoso il funzionamento dell’amministrazione pubblica.
Analizzando la sola questione dei senzatetto, per far fronte alla condizione di queste persone esistono quasi un centinaio di programmi di assistenza, eppure la California ha un numero di persone che vivono per strada impressionante e questo proprio perché la sovrapposizione, l’incrocio, la definizione delle aree di pertinenza, la burocrazia, rendono i processi decisionali che dovrebbero arrivare a porre in essere delle soluzioni al problema dei senzatetto molto lunghi, complessi e alla fine inefficaci.

L’orientamento politico ambientalista californiano, secondo Costa, ha paradossalmente innescato una crisi abitativa unica al mondo. L’ambientalismo viene utilizzato come pretesto per impedire lo sviluppo edilizio e far lievitare il valore degli immobili dei proprietari, le regole usate in maniera strumentale per bloccare le nuove costruzioni imporrebbero l’edificazione di case solo se sostenibili, integrate nell’ambiente e rispondenti a tali e tanti parametri da rendere nei fatti impossibile la costruzione di case in verticale, in quello che l’autore individuerebbe come il modo più efficiente di sfruttare il suolo e per creare case alla portata economica del ceto medio.

La lettura che fa Francesco Costa della crisi abitativa in California è sicuramente interessante, ma non posso non chiedermi se in una California di ricchezze concentrate in poche mani quante delle ville di coloro che si fanno paladini del rispetto dell’ambiente siano costruite con criteri di occupazione del suolo per numero di abitante rispettosi del Pianeta, quanti di loro siano attenti al monitoraggio della propria “ecological footprint“, quanti di questi dichiarati ambientalisti  rinuncerebbero ad avere la piscina in uno Stato che è in perenne emergenza idrica e quanto i membri dei comitati di quartiere con potere decisionale che imbrigliano le procedure amministrative per costruire nuove case sarebbero disposti a rinunciare a parte del suolo occupato dalle loro grandi residenze a favore di abitazioni destinate ai non ricchissimi.

Francesco Costa registra comunque un dato oggettivo: le abitazioni, essendo in numero insufficiente rispetto alla domanda, hanno costi altissimi. La classe media è costretta a vivere molto lontano dalle aree delle città che sono l’unico centro economico propulsivo dello Stato e, conseguentemente, in tanti sono obbligati a dedicare diverse ore al giorno agli spostamenti, non è infrequente che infermieri, poliziotti, maestranze, talvolta dormano in auto per risparmiare ore di pendolarismo tra un turno e l’altro. I paradossi non riguardano solo le famiglie, ma anche gli studenti che arrivano in California per frequentare le più prestigiose università del mondo. L’università di Stanford ha dedicato una parte del parcheggio ai giovani costretti a dormire in macchina per l’impossibilità di affittare un posto letto, un monolocale nella elegante, inclusiva, tollerante San Francisco costa migliaia di dollari al mese. Non posso, leggendo le pagine che Costa dedica al tema, non chiedermi se il QS World University Ranking che “pesa” tutte le Università del mondo ogni anno non debba iniziare tenga in considerazione oltre alla qualità della didattica, dei fondi dedicati alla ricerca, al numero delle pubblicazioni anche la qualità della vita di chi è costretto a dormire per anni in un parcheggio.

I principi veicolati dal Partito Democratico che ispirano la California riconoscono agli homeless il diritto è la dignità ad avere una casa e a non essere obbligati ad alloggiare in un rifugio o dormitorio, ma tali principi hanno la paradossale conseguenza che non vengono costruiti rifugi obbligando i senzatetto a vivere per strada e nelle tendopoli insicure e insane che si diffondono le periferie delle grandi città californiane creando delle città nelle città.

L’autore Costa segnala ancora che il raggiungimento del sogno americano della classe media  consiste nel vivere in una casa monofamiliare con giardino, il cane, l’auto e nella possibilità di mandare i propri figli al college, in California collassa sotto il peso di un costo della vita opprimente e di una aliquota fiscale che è la più alta degli States. La quantità di senzatetto in California è una crisi umanitaria, Negli Stati Uniti è davvero molto semplice finire per strada, il sogno americano è annichilito dal darwinismo sociale: se sei tra i pochissimi fortunati puoi diventare ricchissimo qui come nessun altro Paese al mondo, ma se cadi non ti aiuta nessuno. anche in uno Stato ricchissimo come la California tale ricchezza sconfinata di pochi non produce benefici diffusi nella società, la California non soccorre chi non ce la fa, questo, unito ad una rete sociale e familiare resa debole dai tanti trasferimenti che uno statunitense fa nel corso della vita, statisticamente più di dieci, polverizzando i nuclei familiari, rende possibile a chiunque non sia in grado un mese di pagare l’affitto di finire a vivere per strada.

Stavo terminando la lettura di California che ha avuto il merito di rispondere a tante domande che mi ero posta viaggiando in California qualche anno fa, quando ho scoperto, parlando con alcuni giovani studenti universitari di Milano intenzionati a fare un’esperienza di studio in Portogallo che gli affitti degli appartamenti a Lisbona stanno lievitando a causa del trasferimento negli ultimissimi anni di molti californiani, il che mi ha fatto nascere delle domande: perché i californiani si trasferiscono proprio in Portogallo? Documentandomi su questo ulteriore flusso migratorio trans atlantico capisco che essere californiani più che un segno di appartenenza ad un’area geografica è avere una forma mentis: spostarsi, cambiare, crescere, valutare ed evolvere. In  Portogallo scopro si è svolta dal 2016 – e si svolgerà anche nel 2023 – per tre volte la Web Summit, la conferenza web più celebre del mondo che ha dato a Lisbona una grande visibilità con il pubblico dei lavoratori della Silicon Valley. Web summit nata nel 2010 a Dublino grazie all’idea di un giovane irlandese che però nell’anima e nelle idee capisco subito essere un pò californiano pure lui. Il governo portoghese ha subodorato l’affare di attrare i ricchi nomadi digitali californiani ed ha creato una serie di facilitazioni fiscali lavorative che unite a condizioni climatiche, geografiche (è il luogo europeo con il fuso orario più vicino agli USA), una percentuale di vaccinati altissima, un livello dei servizi sanitari eccellenti, una popolazione locale accogliente ed inclusiva, l’ampia diffusione dell’inglese come seconda lingua nella popolazione fanno si che a Lisbona si sia creata in pochissimi anni una piccola San Francisco con un immediato conseguente aumento dei costi delle abitazioni. Di converso, in Italia non dobbiamo temere alcuna invasione californiana: una aliquota fiscale che penalizza sempre più il ceto medio, una burocrazia farraginosa che rende complicato creare imprese, una medicina di base fantasma che porta ad affollare i pronto soccorsi al primo diffondersi dell’influenza, una popolazione sempre più intollerante fa si che possiamo dormire sogni tranquilli. Nessun californiano verrà mai ad invaderci.

Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”        C. Darwin

Adelaide Cacace

Francesco Costa
California
Mondadori, 2022
pagine 204
€ 18,00

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