Francia. Elezioni senza fine con Rassemblement National sempre in testa

Francia, Parigi. Assemblea nazionale

Con la chiusura delle candidature per il secondo turno martedì sera, è terminata un'altra tappa della maratona elettorale francese, che è iniziata ormai diversi mesi fa con la campagna per le elezioni europee e che avrà il suo culmine domenica 7 luglio con il secondo turno delle legislative anticipate, imposte dal Presidente contro la volontà dei suoi alleati e di una larghissima parte della società francese. In uno scenario alquanto confuso, gli accordi elettorali hanno ridisegnato i duelli che si presenteranno agli elettori nelle molte circoscrizioni ancora da assegnare. Vale la pena di ritornare alla sera del 30 giugno, cioè al primo turno.

Allora il trionfo del Rassemblement National (RN) è stato clamoroso. Con il 33,2% dei voti a livello nazionale, l'estrema destra ha raddoppiato il risultato delle elezioni legislative del 2022 e si è imposta come prima forza nel paesaggio politico francese. Il partito successore del Front National ha eletto direttamente 38 rappresentanti, presenta candidati al secondo turno in 443 circoscrizioni (cioè in più del 75% delle 577 circosrizioni) e in quasi il 60% di queste, cioè in 260 territori, è al primo posto e in posizione favorevole al ballottaggio. La matematica è implacabile: con un serbatoio di quasi 300 seggi accessibili, la soglia della maggioranza assoluta a 289 seggi sembra possibile per il Rassemblement National, anche se non automatica.

Macron aveva tentato l'ennesima prova di forza chiedendo ai cittadini francesi una chiarificazione, che ha preso le sembianze di un referendum sulla sua persona. L'elettorato ha risposto in modo radicale, accelerando la decomposizione del blocco centrista ormai declassato al terzo posto con il 20,8% dei voti. Qualificati in poco più della metà delle circoscrizioni (321, nel 2022 erano 419, nel 2017 addirittura 513), solo 68 centristi sono in testa dopo il primo turno (rispetto alle 449 circoscrizioni nel 2017). Se fosse stato un referendum, il messaggio non sarebbe potuto essere più chiaro: la non affida al campo macroniano il ruolo di diga contro l'ascesa dell'estrema destra.

Lo scontro voluto da Macron tra il suo blocco centrista e il partito di è costato caro pure alla destra tradizionale, confermando la crisi profonda dello storico partito Les Republicains. Con solamente il 6,6% dei consensi a livello nazionale, il movimento erede del gaullismo è riuscito a piazzare solo 19 dei suoi rappresentanti in testa. Si trova dunque, prima del secondo turno, al limite della soglia di sopravvivenza, cioè della possibilità di creare un gruppo nell'Assemblea Nazionale.

È dunque la sinistra che, unendosi nel Nouveau Front Populaire, ha saputo evitare al meglio la trappola referendaria di Macron («il centro o l'estrema destra»), proponendo un'offerta politica efficace quanto fragile per porsi ai francesi come alternativa principale all'ondata populista del Rassemblement National. Si è creato, di fatto, uno scenario di tripolarismo sistemico: destra estrema, blocco presidenziale centrista, unione delle sinistre. Il Nouveau Front Populaire ha subito gli attacchi da tutti gli avversari impegnati a giocare sulle ambiguità interne tra il partito La France Insoumise di e le altre formazioni di sinistra, considerate più moderate. Ciò nonostante l'unione ha tenuto, arrivando seconda a livello nazionale con 28,1% dei voti (in aumento dal 25,78% della NUPES nel 2022) e permettendo a 31 candidati d'essere eletti al primo turno. Nella cartografia delle circoscrizioni ancora aperte dopo il primo turno, l'unione delle sinistre si pone come il concorrente principale del Rassemblement National: è presente in 414 collegi elettorali con 128 candidati in prima posizione, dunque in una posizione favorevole al ballottaggio.

In una Francia che si è mobilitata come non succedeva dagli anni Novanta – 67% di votanti, venti punti percentuali in più rispetto alle legislative di due anni fa – il Rassemblement National è a un passo dalla maggioranza assoluta in un sistema maggioritario a due turni che tende alla distorsione della rappresentanza politica: cancella i piccoli partiti e amplifica la vittoria dei grandi. Per anni la rappresentanza dell'elettorato del Rassemblement National è rimasta alle porte dell'Assemblea Nazionale, pur avendo il sostegno del 10-15% dei votanti. Oggi questi stessi elettori respirano un'aria di rivalsa, potendo aspirare ai “benefici” del sistema maggioritario. Alla fine del primo turno, in un paesaggio con candidati del RN in testa nel 50% delle circoscrizioni, il tripolarismo ha prodotto un mosaico di confronti triangolari e quadrangolari che, in un secondo turno che si decide con la maggioranza semplice, sembrano favorire il partito in testa.

Da trent'anni ormai, dall'accesso del Front National in Parlamento nel 1986, ogni elezione è accompagnata da un appello al voto utile, in particolare contro gli estremisti di destra. Negli ultimi dieci anni è diventato persino un meccanismo, per certi aspetti cinico, per spingere gli elettori a votare per il candidato “repubblicano” portando cosi Macron, in due riprese, alla vittoria nelle presidenziali. Nelle ultime legislative invece la diga repubblicana, come viene chiamata, non ha più funzionato. Di fronte al dominio elettorale del RN, misurabile sociologicamente in tutte le classi sociali e geograficamente in gran parte del paese, l'unione di sinistra e la coalizione presidenziale hanno concentrato i loro sforzi su di un messaggio elettorale comune: bloccare l'estrema destra ritirando i candidati più deboli per far confluire i voti “repubblicani” su un solo candidato contro l'estrema destra.

Da domenica, nel giro di quarantott'ore, 221 candidati si sono ritirati dal secondo turno per ridurre il numero di elezioni triangolari. Gli appelli a non candidarsi, laddove il RN può vincere, sono stati seguiti quasi ovunque a sinistra e, in misura minore, dal campo centrista. Questi ritiri hanno cambiato profondamente la natura del confronto elettorale tra il RN e le altre formazioni politiche. Se la configurazione iniziale con 305 triangolari favoriva il RN, il ritiro “incrociato” dei candidati ha ridotto le triangolari a un terzo (94), spesso a sfavore del Rassemblement National. Il secondo turno ritrova cosi la natura classica del bipolarismo attorno a 405 duelli, nei quali la destra estrema sarà opposta in 159 casi al Nouveau Front Populaire e in 133 circoscrizioni a candidati della maggioranza uscente.

Creato in extremis, il fronte repubblicano si è schierato con divergenze che lasceranno comunque un segno nella mente degli elettori di ciascuna delle famiglie politiche. Mentre il Nouveau Front Populaire ha fatto sapere che ritirerà tutti i suoi candidati terzi, il primo ministro Gabriel Attal ha precisato che i ritiri all'interno del suo schieramento dovranno riguardare solo i candidati che hanno «scelto i valori repubblicani» e dove «c'è un rischio di vittoria per l'estrema destra», lasciando cosi una possibile libertà d'interpretazione ai candidati nelle circoscrizioni, soprattutto in presenza di un candidato de La France Insoumise. Un'ambiguità che l'alleanza di sinistra rifiuta di fronte al pericolo che il RN vada al potere. Martedì sera l'ex Presidente della Repubblica François Hollande, candidato in Corrèze, ha dichiarato che la sinistra dovrebbe «essere orgogliosa di aver fatto muro contro l'estrema destra», nonostante «una perdita di seggi» a causa dei massicci ritiri nelle elezioni triangolari. «È stato il prezzo che abbiamo dovuto pagare», ha ammesso Hollande. Nel dettaglio, il 30% dei 415 candidati qualificati per il secondo turno si sono ritirati, applicando con disciplina le istruzioni ricevute da tutti i leader dell'unione di sinistra. Sono state scelte alle volte difficili, che richiederanno anche l'accettazione da parte di un elettorato che dovrà dare il suo voto a candidati lontani dai suoi valori.

Nel complesso l'ordine del fronte repubblicano è stato rispettato, ma in modo meno sistematico, anche all'interno della coalizione presidenziale di centro. A fronte degli 81 candidati ritirati, 14 (anche se al terzo posto in competizioni triangolari con l'estrema destra) sono rimasti in gara mettendo a rischio la vittoria del fronte repubblicano. Quest'asimmetria nei ritiri trova il suo parossismo in circoscrizioni con una forte presenza di rappresentanti della destra tradizionale (Les Republicains), optando per un “ni-ni” (nessuna indicazione di voto, nessun ritiro) e approfittando così di certi ritiri senza alcuna reciprocità nei confronti degli avversari di sinistra. Così facendo, si rischia di favorire la vittoria del RN. Al contrario, 27 dei candidati di Les Republicains hanno approfittato del ritiro del NFP per affrontare l'estrema destra.

Già dal primo turno è apparso chiaro che né la sinistra né il campo macronista possono ottenere la maggioranza assoluta. Resta da vedere se i due blocchi riusciranno ad arginare la marea del RN impedendo il raggiungimento della maggioranza assoluta. Se le condizioni aritmetiche per un fronte repubblicano si sono create, la sua sorte è ora nelle mani dei suoi stessi elettori. Quanti sapranno fare tabula rasa dei risentimenti dopo tre settimane di campagna elettorale quasi brutale tra i vari blocchi? La loro mobilitazione per il voto del 7 luglio, che si annuncia massima e addirittura superiore a quella del prima turno, e il trasferimento dei loro voti a candidati in grado di battere il RN rimangono questioni cruciali. In passato l'elettorato di sinistra ha mostrato molta più disciplina rispetto all'elettorato centrista, che potrebbe astenersi o persino cambiare campo in favore di un candidato della destra estrema. Secondo un sondaggio effettuato il 3 luglio (Harris Interactive), una maggioranza del Rassemblement National appare sempre più lontana, mentre la sinistra si rafforza e il blocco centrista ritrova vigore. Nelle ultime ore, le difficoltà del RN vengono ancor più rimarcate.

Elezioni Francia distribuzione seggi all'Assemblea nazionale

Ma i sondaggi sono da prendere con enorme cautela, poiché nessuno può veramente prevedere come gli elettori risponderanno nelle urne alle “combine” imposte da logiche talvolta aritmetiche più che politiche. Offrono comunque una tendenza che potrebbe essere confermata.

Se i ritiri in molte circoscrizioni hanno in parte illuminato lo scenario elettorale, non hanno per nulla chiarito la situazione politica in un paesaggio che potrebbe risvegliare, secondo tanti francesi, i fantasmi della III e della IV Repubblica, che furono caratterizzate da una forte instabilità e da un numero notevole di esecutivi. In effetti l'unione del fronte repubblicano nasce dall'urgenza comune di rendere impossibile la maggioranza assoluta per il RN, ma non ha prodotto un'organica proposta politica con una maggioranza chiara. Secondo le parole di Macron: «un ritiro non costituisce una coalizione». Ogni speculazione è aperta tra scenari di maggioranze relative in favore di un blocco o di un altro, ma tutte le opzioni convergono verso l'instabilità. Il dominio dell'estrema destra, invece della scossa sperata da molti, si sta traducendo in una sorta di rassegnazione, tanto più pericolosa in quanto sta portando il paese verso un clima di grande incertezza. L'intero sistema politico è sotto pressione, senza che nessuno ne abbia veramente il controllo. Nemmeno Marine Le Pen, che a questo punto non ha la garanzia della maggioranza assoluta. Tutto questo avviene in un contesto di emozioni “negative”, con una parte della mobilitazione degli elettori che deriva dal desiderio di contrastare ciò che più temono, e un'altra che vuole porre fine a ciò che non sopporta più. Tra l'incertezza del risultato e il sentimento dell'elettorato estremista di “farsi rubare” la maggioranza, la campagna elettorale sta assumendo livelli di aggressività tali da tradursi in violenza fisica su militanti e candidati.

Se domenica il RN dovesse confermarsi primo partito in Francia, con o senza la maggioranza assoluta, Macron dovrà prendere una decisione. Secondo l'articolo 8 della Costituzione, la scelta della persona del primo ministro è prerogativa del Presidente. La prassi democratica porta a proporre all'esponente della forza maggiore la possibilità di costruire una proposta governativa. La capacità del Capo dello Stato di garantire il normale funzionamento delle istituzioni sarà messa a dura prova, così come lo sarà la capacità delle istituzioni di assicurare un'equa rappresentanza della popolazione, una parte della quale si sente ignorata o addirittura disprezzata. Certo, nel caso di una maggioranza relativa del RN, la sinistra moderata potrebbe ribaltare la situazione e aspirare a guidare un governo di coalizione allargato al centro-destra. Ma un'alleanza di centro-sinistra ha bisogno dei numeri, perché rischierebbe d'essere ostracizzata dai deputati vicini a Mélenchon.

Aspettando domenica, gli esponenti principali del fronte anti-RN si preparano ad un “terzo tempo” dopo il secondo turno, quasi come se si trattase di un sistema proporzionale. François Bayrou, presidente del partito centrista Modem, prepara i francesi alla necessità di trovare “soluzioni innovative”, mentre Xavier Bertrand, uno dei dirigenti della destra repubblicana (LR), propone un “governo provvisorio” (alludendo ai governi d'unità nazionale dopo la sconfitta della Francia petainista) comprendente tutte le forze moderate fino ai deputati socialdemocratici. Marine Tondelier, segretaria nazionale dei Verdi e figura nascente del Nouveau Front Populaire, lo segue sulla stessa scia proponendo d'aprire il blocco di sinistra a forze del centro-destra, invece l'ex-presidente Hollande propone di formare alleanze “legislative”. Infine l'attuale primo ministro Gabriel Attal si posiziona, forte di una popolarità crescente, come garante di una futura coalizione di eletti democratici di destra, centro e sinistra. Se le velleità sono espresse su tutto l'arco del fronte repubblicano, queste restano per lo più astratte e senza contenuti programmatici per un elettorato che, nella sostanza, manca di veri punti di riferimento.

Al di là delle apparenze, la difficoltà di mettere in piedi un fronte repubblicano degno di questo nome riflette la fragilità di coloro che pretendono di arginare la marea: la destra moderata si sottrae e il centro esita, concentrando le proprie attenzioni negative sulla discussa figura di Mélenchon, di cui la sinistra non è riuscita a liberarsi. L'emozione e la mobilitazione generate il 21 aprile 2002 dalla qualificazione a sorpresa di Jean-Marie Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali sono ormai storia, ora l'atmosfera è diversa.

Tutti gli osservatori si preparano a un periodo inedito per la Francia della V Repubblica. Senza una maggioranza assoluta, l'Assemblea Nazionale sarà sistematicamente sotto la pressione di una mozione di censura. Macron aveva giustificato ripetutamente lo scioglimento dell'Assemblea proprio con il rischio di una mozione di censura a settembre. Questo è il più grande paradosso della decisione presa dal Presidente il 9 giugno: quel che era un'ipotesi all'epoca, rischia di diventare un problema strutturale. Preso nella morsa dei seguaci del RN, dell'intransigenza ideologica dei liberali del centro e dei sostenitori minoritari quanto prepotenti di Mélenchon, il Parlamento francese rischia di essere ancora più esposto di oggi all'ingovernabilità, rafforzando in molti la sensazione di una possibile crisi di regime. Il 14 luglio, festa nazionale in ricordo della presa della Bastiglia, Macron organizzerà la tradizionale Garden Party. Alla fine di una giornata ricca di momenti altamente simbolici, a cominciare dalla parata militare sugli Champs Elysée, il Presidente accoglierà i rappresentanti del governo, deputati appena eletti ed esponenti della società civile per festeggiare la Repubblica.

C'è da chiedersi quale spirito dominerà nel parco dell'Eliseo, in un contesto di transizione senza governo, senza presidente dell'Assemblea Nazionale e probabilmente senza maggioranza. Tra i risentimenti di coloro che avranno perso, i desideri di vendetta, le ambizioni di carriera e i giochi di potere, tutti gli attori della presidenza Macron si ritroveranno in un ambiente crepuscolare da fine regno, a tre anni dalla scadenza del mandato prevista per il 2027. In verità i pensieri di tutti – di Macron, di Le Pen, di Mélenchon, di Philippe e di altri – sono già puntati sull'unica ossessione che condividono: il trono presidenziale.

Frank Ahrens

 

 

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