Francia: Macron sovrano, ma senza popolo

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La più importante lezione che si può apprendere dalle legislative di domenica in Francia è il drammatico livello dell’astensionismo che ha superato il 51%. Un record mai registrato sotto l’intera V Repubblica.
Dalle prime analisi su sondaggi poco meno di un terzo non va più a votare per sfiducia nella politica e impiegati ed operai sembrano quelli più restii alle urne così come i giovani. Lo scarso risultato del Fronte nazionale e il mancato exploit della sinistra di La France Insoumise potrebbe essere stato causato anche dall’astensione. Puramente va considerata  la vicinanza delle elezioni presidenziali e di quelle legislative e, con le prime che avevano già decretato una pesante sconfitta prima dei socialisti e poi di Le Pen.

L’uso dell’aggettivo drammatico evidentemente è per la scarsissima rappresentatività democratica che se ne avrà nella vita politica del paese. Un problema che di base possono avere tutte le democrazie liberali, presidenziali in particolari. A vincere, a stravincere queste elezioni non è stato Macron, ma sono stati quei cittadini che in maggioranza non si sono recati alle urne e che rischiano di non essere ascoltati, del resto, non hanno una rappresentanza parlamentare.
La République En Marche (LRM), il neo partito/movimento del presidente Emmanuel Macron insieme al MoDem di François Bayrou si sono presentati con 525 candidati ottenendo insieme il 32,32% (28,21% più 4,11%) dei voti e potranno disporre da 415 a 455 seggi all’Assembra nazionale, secondo le stime fatte. L’Alleanza di destra e di centro di François Baroin e comprendente I Repubblicani (LR), l’UDI e altri candidati hanno raggiunto il 21,5% dei voti. Il Fronte nazionale (FN) di Marine Le Pen arriva ad un 13,2 %, mentre il partito di sinistra La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon conta l’11,2% dei suffragi. Quasi scomparso il Partito socialista, il partito del Presidente uscente che si ferma al 7,44%.
Molti politici famosi e di carriera non andranno nemmeno al ballottaggio come il candidato socialista alle elezioni presidenziali ed ex-ministro Benoît Hamon; stessa sorte a ex ministri e segretari di stato come Cécile Duflot, Aurélie Filipetti, Emmanuelle Cosse, Matthias Fekl, Christian Eckbert. Distrutta una larga parte della classe politica.

Macron alla presidenza della Repubblica e il suo partito con oltre 415 deputati su 577 significa dominio totale. Si potrebbe pensare ad una monarchia di fatto, con un re dai pieni poteri, più che un novello Blair ( e speriamo che non abbia le stesse spinte guerrafondaie). E quel 28,21% nella sostanza significa che meno del 14% dei francesi aventi diritto hanno votato per La République En Marche.
Marie Bénilde scrive che «al di là dell’ambizione, del talento, della traiettoria di questo prodotto puro dell’elitarismo alla francese [1], le fate chine sulla culla del prodigio – in particolare le pagine che agitano la bacchetta del mondo dei media e della comunicazione – forse rivelano qualcosa in più sull’uomo di quanto egli stesso no dichiari? Macron piace alla stampa e ai suoi dirigenti. A ragione: le sue idee liberiste, eurofile, atlantiste e moderniste sembrerebbero una sintesi degli editoriali di Le Monde, Libération, L’Obs e l’Express messa in scena da un attore di teatro sperimentale…». La giornalista fa seguire una serie di esempi a partire dal sostegno esplicito, dato su Twitter, da Pierre Bergé co-azionista di Le Monde o delle sue simpatie per i proprietari di aziende di telecomunicazioni [2].
Come ha scritto Federico Plantera, «una democrazia sana ha bisogno di opposizioni. Meglio se organizzate, intra-parlamentari. Nelle ultime settimane, e ogniqualvolta si parli di riforme e leggi elettorali, si invoca l’importanza della governabilità e della stabilità; e posso capire che sia importante sapere con certezza chi esca vincitore da un’elezione, ma serve anche avere un contrappeso politico adeguato dall’altra parte della barricata» [3]. Vale poi la pena ricordare che, in Francia, la Magistratura non ha lo stesso livello di indipendenza come in Italia perché gli indirizzi del potere giudiziario li detta l’esecutivo.

È possibile che si acuisca lo scontro, vedi la riforma del lavoro, fuori dalle istituzioni tra popolazione e classe politica. Del resto molta della campagna elettorale si è giocata su temi che riguardano la vita di tutti i giorni: la riforma del mercato del lavoro e quella della scuola o le tasse tanto da lasciare un po’ in disparte il terrorismo nonostante le sofferenze che da tempo provoca ai francesi.
Pasquale Esposito

[1] Si legga François Denord e Paul Lagneau-Ymonet, “Gli abiti vecchi dell’uomo nuovo”, in Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2017
[2] Marie Bénilde, “Il candidato dei media”, Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2017, pag. 7
[3] Federico Plantera, “Elezioni legislative Francia, Macron vince al primo turno. Ma senza un’opposizione sarà rivolta”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/12/elezioni-legislative-francia-macron-vince-al-primo-turno-ma-senza-unopposizione-sara-rivolta/3653273/, 12 giugno 2017

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