Frank Zappa. Vent’anni senza il genio.

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Avete presente Smoke on the water dei Deep Purple? Il riff di chitarra più famoso della musica rock e non solo (lo conosce anche mia madre)? Ebbene, quella canzone parla di Frank Zappa e più precisamente di una delle mille disavventure che può capitare ad un gruppo in giro per il mondo a suonare. Nel 1971 la band inglese scendeva verso Montreaux, sul lago di Ginevra, proprio mentre il casinò, che ospitava un concerto del chitarrista americano, prendeva fuoco a causa di un petardo sparato dal pubblico… da qui il fumo sull’acqua. Ma bando ai gossip.


Lituania, Vilnius. Statua di Frank Zappa. 2012. Foto Ciro Ardiglione
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Il 4 dicembre del 1993 il mondo della musica perdeva uno dei veri geni, universalmente riconosciuto come compositore di talento eccezionale e di umorismo sopraffino. Nato a Baltimora il 21 dicembre del 1940 (il mio stesso giorno vent’anni prima, me la sono sempre tirata per questo!), all’anagrafe Frank Vincent Zappa, di chiara discendenza italiana (il padre era emigrato da Partinico in Sicilia), mente arguta e curiosa capace di fagocitare e centrifugare  le più diverse influenze, dalla musica d’avanguardia (il suo amato Edgar Varese, ma anche Stravinskij), la musica classica, il doo-whoop, il rythm’n’blues, il blues, il jazz, il rock e chi più ne ha più metta per giungere alla sintesi di una musica personalissima e senza tempo, suonata ancora adesso vuoi nei conservatori e nelle sale da concerto vuoi nei club o nei locali più rumorosi. Perché la grande ironia e la voglia di sberleffo verso “l’Istituzione” era la cifra peculiare della sua visione del mondo. E come tutti i grandi era naturalmente serissimo e quasi maniacale nel fare tutto ciò. Nei suoi gruppi, dalle Mothers of Inventions fino alle formazioni degli anni settanta ed ottanta, sono passati musicisti incredibili come Steve Vai, Adrian Belew, Chester Thompson, Terry Bozzio, Chad Wackerman, Flo & Eddie,  Jean Luc Ponty, Captain Beefheart, Eddie Jobson, tutti onorati di mettersi al servizio (nel senso dittatoriale del termine, spartiti e direzione d’orchestra) di tale mare magnum di possibilità. Produttore stakanovista, capace di restare barricato nel mitico studio di registrazione della sua casa nel Laurel Canyon per intere settimane, vivendo di hot dogs e Winston, ma anche innamorato della dimensione live, tanto da intraprendere giganteschi tour, di cui l’altrettanto mitico archivio, autentico sancta sanctorum, conserva le registrazioni di ogni concerto. La fondazione creata dalla moglie Gail dopo la sua scomparsa, Zappa Family Trust, sforna almeno un paio di inediti ogni anno, tutti di grande qualità. Una produzione sconfinata; ricostruirne la discografia è impresa ardua ma altamente gratificante, dai classici Freak Out, Uncle Meat, Grand Wazoo, Hot Rats, Apostrophe, Sheik Yerbouti, la saga di Joe’s Garage, che sono vere pietre miliari fino ai dischi cosiddetti “minori” come Zoot Allures, Studio Tan, The Man from Utopia, ogni album contiene tante idee e soluzioni che altri ci camperebbero per cent’anni.
Chitarrista forse leggermente sottovalutato rispetto al talento compositivo d’insieme, i suoi chilometrici assoli sono dissertazioni stracariche di note e fraseggi che esplorano territori sconfinati, Black Napkins, Willie The Pimp  (Willie il pappone), The Illinois Enema Bandit (Enema è il clistere), Yo Mama solo per fare qualche esempio. I titoli dei pezzi poi sono tutto un programma… Titties and Beer, Tengo na minchia tanta, Penguins in Bondage, StinkFoot (puzza di piedi), The Duke of Prunes.
Gli ultimi lavori, alle soglie degli anni novanta, con il fisico già fiaccato dalla malattia, lo vedevano alle prese con bizzarre sinfonie elettroniche. Chissà dove si sarebbe spinta la sua instancabile fantasia. È quello che ci chiediamo di tutti i nostri eroi caduti in battaglia, quando ci lasciano così presto. But his name lives on. Quel viso scavato e quegli occhi spenti dello scatto virato seppia sulla copertina di Yellow Shark non offuscheranno mai la verve immortale della sua pazzia.

Mario Barricella

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