Fulvio Mazza, Il Golpe Borghese

Golpe Borghese Fulvio Mazza
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Poco più di 50 anni fa, esattamente il 17 marzo 1971, il quotidiano Paese Sera titolava in prima pagina “Complotto neofascista” con riferimento a un progetto di colpo di Stato elaborato, ma non portato a termine, dal principe nero. Fascista, ex comandante della X Flottiglia MAS, eroe di guerra contro gli anglo-americani e fino alla fine alleato dei nazisti nella feroce repressione dei partigiani, Borghese organizzò un piano che sarebbe dovuto scattare nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 ma che, dopo aver ricevuto una telefonata rimasta avvolta nel mistero, egli stesso improvvisamente bloccò.

Con chi parlò Borghese in quella notte romana molto piovosa e perché scelse di fermarsi, quando l’operazione era già in uno stato molto avanzato, lasciando sbigottiti il suo braccio destro Remo Orlandini e i tanti camerati mobilitati, a cominciare da Sandro Saccucci (poi deputato dell’MSI e a lungo latitante)? Parlò con Licio Gelli, da poco assurto al vertice della loggia P2 e poi autore del sinistro Piano di rinascita democratica, che quella fatidica notte avrebbe dovuto rapire il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat mentre il capo della polizia, Angelo Vicari, sarebbe stato assassinato da un commando composto da neofascisti e mafiosi? Oppure parlò con Gilberto Bernabei, stretto collaboratore di Giulio Andreotti, capo del governo in pectore forse designato dagli Stati Uniti in cambio del loro appoggio al progetto eversivo? E proprio gli Stati Uniti, in questa vicenda incarnati da un uomo della immancabile CIA, Hugh Fenwich, avevano davvero intenzione di appoggiare un golpe in Italia? Era questo il piano dell’amministrazione di Richard Nixon?

Queste e altre domande, alle quali si forniscono risposte per lo più convincenti, attraversano il volume di Fulvio Mazza (Il Golpe Borghese quarto grado di giudizio), da cui si evince un inquietante intrigo internazionale del quale, a lungo, si seppe poco e che, nel 1986, la Corte di Cassazione addirittura negò in via definitiva. Questo nonostante le dichiarazioni dei rei confessi e le 46 sentenze di condanna emesse dalla Corte d’Assise di Roma nel 1978, poi trasformate in assoluzioni. Una parte rilevante degli studiosi dell’Italia repubblicana tende, talvolta con disarmante ingenuità, a non considerare abbastanza il suo lato oscuro che, al netto delle grottesche semplificazioni proposte dai professionisti del complottismo, è stato tutt’altro che marginale, a ben vedere anche nel complesso triennio “di passaggio” dal fascismo alla Repubblica, 1945-1948.

Mazza ci ricorda che, nella fase iniziale della strategia della tensione (avviata a Milano con la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, ma anticipata da provocazioni e altri attentati), c’era chi in Italia poteva permettersi di minare le basi della giovane democrazia senza rischiare di essere scoperto. E addirittura potendo contare, da un lato, sul sostegno attivo o sulla “distrazione” di importanti esponenti politici riconducibili all’area di governo e, dall’altro, sul neofascismo organizzato in barba alla Costituzione (Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti e Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie e Guido Paglia), coperto quando non aiutato dai servizi segreti deviati, con particolare riferimento al SID di Gian Adelio Maletti, Sandro Romagnoli, Vito Miceli.

Tuttavia, viene da chiedersi anche di fronte al contenuto del libro: erano davvero deviati i servizi segreti italiani, considerati i tanti depistaggi operati e ormai ampiamente documentati dalle numerose sentenze (passate in giudicato) della magistratura? Oppure, pur divisi al loro interno, i servizi rispondevano a logiche esterne al dettato costituzionale perché erano protagonisti di primo piano delle molte operazioni “sporche” connesse con le dinamiche più oscure della Guerra fredda?

Anche nella vicenda del Golpe Borghese, come dimostra Mazza, i servizi (con qualche eccezione) non si distinsero per acume né per quello che Giovanni Falcone avrebbe poi chiamato “spirito di servizio”, alludendo però alla legalità democratica da perseguire a tutti i costi e non alla cieca fedeltà al potere. Tra i protagonisti del libro, a conferma di una realtà molto sfaccettata, emerge il capitano Antonio Labruna. Anch’egli uomo del SID ed esecutore di ordini per lo meno ambigui, che gli costarono una condanna per aver favorito nel 1973 la fuga in Spagna di Marco Pozzan (come Guido Giannettini ricercato perché coinvolto nella strage di Piazza Fontana), nel 1991 fu decisivo per far riaprire l’inchiesta sul golpe al giudice Guido Salvini.

Nella sentenza-ordinanza del 18 marzo 1995, a 25 anni dai fatti, Salvini avrebbe chiarito i principali contorni del progetto di Borghese, leader del Fronte Nazionale fondato nel 1968 e organizzato su due livelli, di cui uno (il B) segreto. Borghese morì in circostanze mai chiarite nel 1974 a Cadice (probabile avvelenamento) nella Spagna dell’ultimo Francisco Franco, a lungo rifugio per fascisti e nazisti come il Sud America delle dittature militari, che ospitò Adolf Eichmann, Joseph Mengele (il “medico” torturatore di Auschwitz) e Klaus Barbie, detto “il boia di Lione”, attivo in Bolivia con Delle Chiaie all’inizio degli anni Ottanta.

Insomma un’iniziativa, quella di Borghese, orientata a favorire in Italia l’avvento di un regime autoritario in sostituzione di una democrazia mai accettata da coloro che, anche dopo la sua morte, continuarono a tramare nell’ombra. In realtà, secondo il neofascista Vincenzo Vinciguerra (reo confesso della Strage di Peteano del 1972), non per instaurare una nuova forma di fascismo ma, coerentemente con la politica estera statunitense (e dei nostrani “poteri occulti”), per destabilizzare l’ordine pubblico al fine di stabilizzare l’ordine politico in senso moderato.

Non soltanto in funzione anticomunista, ma anche per frenare quelle riforme (iniziate con il centro-sinistra all’inizio degli anni Sessanta) che avrebbero modernizzato il paese estendendo i diritti civili, politici e sociali. Proprio il PCI, in quella notte piovosa, venne a sapere del pericolo golpista da un generale, Renzo Apollonio (un reduce di Cefalonia) che, informato da un anonimo ufficiale, avvisò il tenente colonnello del SID Giorgio Genovesi (che a sua volta avvisò Miceli, recalcitrante a intervenire in difesa delle istituzioni democratiche) ma che, non fidandosi dei servizi, avvisò anche Saragat e l’allora responsabile militare del PCI Arrigo Boldrini.

Si trattava del celebre comandante partigiano Bulow, insignito dagli inglesi della medaglia d’oro al valor militare per i meriti acquisiti durante la Resistenza. Ciò a conferma del fatto che proprio i principali destinatari della strategia della tensione (con i socialisti) non erano “distratti” e che, al contrario di ciò che credevano i neofascisti e le forze dell’atlantismo oltranzista, la democrazia avrebbe resistito, sia pure a fatica, alle violenze di chi la voleva cancellare.

Andrea Ricciardi

Per seguire la presentazione del libro on line il 30 marzo alle ore 19.00: https://www.facebook.com/MediatecaSBV 

 

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