G8 Genova vent’anni dopo: tanti temi da approfondire

G8 Genova
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Vent’anni dai fatti Genova; vent’anni che hanno visto impressionanti mutamenti sulla scena politica nazionale e internazionale. 

I fatti di Genova sono ancora nella memoria di tutti quelli che hanno a cuore la democrazia, il rispetto delle libertà individuali e collettive e il senso stesso dello Stato.

In questi giorni, gli organi d’informazione ci hanno riproposto momenti e luoghi che si sono riempiti come l’urlo di una tragedia: da Piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani alla caserma di Bolzaneto con la sospensione di ogni garanzia; dalla scuola Diaz con l’inarrestabile violenza delle forze dell’ordine alle strade del centro di Genova in cui la scena venne invasa dai black bloc. 

Le storie e i protagonisti sono ritornati sui luoghi per narrarci gli eventi di una delle pagine più amare della storia nazionale e i giornali hanno ripercorso i momenti salienti di quelle vicende. 

La certezza che ci resta è quella di un crescendo di violenza che chiama in causa, non soltanto l’operato delle forze di polizia, ma l’intera catena di comando che ha gestito il G8 di Genova con responsabilità ben precise anche a livello politico.

L’operato delle forze di polizia, contrario a qualunque disegno democratico o anche semplicemente di prevenzione, è stato giudicato in contesti diversi che hanno portato anche a condanne per i protagonisti. 

Non solo giudizi penali: le parole usate qualche anno fa dall’allora capo della polizia, Franco Gabrielli, che parlava di una ferita ancora aperta sulla quale non c’era stata un’adeguata riflessione, costituivano un monito a riflettere su atteggiamenti e culture che si nascondono anche nelle forze dell’ordine e più in generale nella nostra cultura politica, con sfumature antidemocratiche di tragica provenienza. Come spiegare altrimenti il ripetersi di atti di violenza che vendono come protagonisti quegli stessi soggetti che dovrebbero assumere su di sé la tutela dell’ordine pubblico, delle vite e dei corpi dei condannati e così via?

Ogni volta che si riflette sulla storia della nostra giovane democrazia, con accenti diversi e luci differenziate, si allungano sinistre ombre sull’operato di una parte dell’apparato statale con riferimenti al terrorismo o al rapporto con la malavita organizzata. Tra trattative con le forze occulte e le stragi di diversa origine e colore, il quadro appare a tratti davvero sconfortante e spinge a mettere in discussione la tenuta stessa della nostra democrazia e i condizionamenti che essa ha subito. La lista sarebbe lunga e gli eventi di Genova nella loro assoluta gravità finiscono con l’essere una tappa di un cammino che non si è ancora chiuso.

Dagli articoli pubblicati su quei giorni e su quelle vicende, sono nati anche tanti dibattiti sul destino della sinistra italiana e del suo rapporto con il Genova social forum e con gli altri movimenti nati prima e dopo di quella data. Tra gli altri segnaliamo gli interventi di Giulio Calella, cofondatore e presidente di Edizioni Alegre e componente del desk di Jacobin Italia, e Marco Damilano, direttore dell’Espresso, si sono succeduti in questi ultimi giorni passando dai blog ai giornali con una serie di tesi ben documentate e in qualche modo complementari.

In tutti gli interventi restano due elementi ineludibili e utili: la necessità di ricordare gli eventi di Genova come minaccia alla democrazia; la miopia storica di chi non ha avvertito che i temi messi in campo a Genova – come in altre manifestazioni importantissime come quella del 15 febbraio del 2003 con tre milioni di persone in piazza contro la guerra, in una giornata globale che portò il New York Times a definire quel movimento «la seconda superpotenza mondiale» – sono gli stessi che oggi anche i governi sono chiamati a porre al centro della loro agenda politica. Insomma, l’esigenza di un modello di sviluppo diverso e negoziato è stata allora repressa quando la storia chiedeva di portarlo in primo piano: violenza della repressione e incapacità della politica si strinsero allora in un devastante abbraccio.

Antonio Fresa

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