Ghostpoet, Shedding Skin. L’eleganza del post-rock

Ghostpoet Shedding Skin
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La classe e l’eleganza di questo disco arrivano come se fossimo dall’altro capo della passerella quando non potremo evitare il fascino che arriva insieme alla modella, non più algida e distante. Un pop elettrico che diventa altro perché generoso nel concedere spazi a note che arrivano da altri mondi e dove, forse, la voce di Obaro Ejimiwe con quel incedere tra parlato quasi rap, profondità blues e intonazioni pop rendono il senso di un lavoro notevole.

Ghostpoet

Partite da That Ring Down The Drain Kind Of Feeling che sembra lontano da molti momenti del disco, ma rende l’idea di un suono da Portishead e la sua voce narrante che si introduce placidamente al cantato dell’inglese Nadine Shah (a proposito di classe…). La Shah non è l’unica ospite in Shedding Skin perché vi troviamo anche Mélanie De Biasio, Etta Bond, Lucy Rose e Paul Smith (Maxïmo Park) e tutti non sono lì per caso come nella ballata Be Right Back, Moving House quando Smith sostiene le aperture corali e dove le chitarre acustiche non abbandonano mai la composizione influenzata da How To Disappear Completely (Kid A) dei Radiohead come da lui stesso dichiarato. Chitarre che sono una presenza costante nel disco a differenza id quanto accadeva nei precedenti Peanut Butter Blues & Melancholy Jam (2011) e Some Say I So I Say Light (2013). A proposito di ballate lasciatevi trasportare dalla conclusiva Nothing In The Way con i suoi sapori reediani, il fluire delle note di un pianoforte e la sua voce profonda  e instabile sempre in bilico tra cantato e parlato ad abbozzare una storia di qualcuno che non ha soldi e nonostante tutto, When We Get Out Nothing In The World Can’t Stop Us.

Ghostpoet

Il trentenne londinese di origini nigeriane Obaro Ejimiwe, in arte Ghostpoet, prima di poter vivere con la musica era un impiegato di un’agenzia di assicurazioni e quel mondo fatto di vite precarie e normali sono fonte inesauribile per le sue liriche senza che però diventino posizioni politiche, bandiere per lottare. Ma se vogliamo una posizione la prende perché quel titolo Sheddin Skin fa riferimento allo spogliarsi, all’identità profonda per cui «se ci addentriamo nel corpo a livello molecolare ci accorgiamo che non è più possibile distinguere il nero dal bianco, il maschio dalla femmina» [1].
Chiudiamo segnalando X Marks The Spot un altro brano trascinante per il suo ritmo dove il chitarrista Joe Newman, il batterista John Blease e il bassista John Calvert suonano con sapienza aprendo ad un rock moderno che potrebbe rimanerti in testa impreziosito dall’intervento vocale di Nadine Shah. I Don’t Care Anymore.
Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione

genere: elettro-pop
Ghostpoet
Shedding Skin
etichetta: PIAS
data di pubblicazione: 2 marzo 2015
brani: 10
durata: 42:51
cd: singolo

[1] È quanto l’artista spiega nell’intervista concessa a Diego Palazzo in BlowUp, marzo 2015, pagg. 21-23. Un interessante ritratto lo troviamo sempre nella stessa rivista a cura di Stefano I. Bianchi.

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