Gilet gialli: in Francia è crisi politica

Parigi Franci
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La protesta dei gilet gialli che ha visto 130mila persone organizzare circa 600 posti di blocco in tutta la Francia, continua ad occupare la pagina di molti quotidiani francesi e non.
Il motivo non è solo collegato a manifestazioni sempre più dure sfociate – anche per la presenza di infiltrati – nella guerriglia dei giorni scorsi anche nel centro di Parigi.

La protesta dei gilet gialli è diventata una questione politica di prim’ordine. Macron è rientrato anticipatamente da Buenos Aires dove si concludeva il G20 e ha potuto constate di persona le frasi sull’Arco di Trionfo come “Abbiamo tagliato teste per molto meno”. Macron già da molto tempo non è più quel giovane politico di successo che in men che non si dica era salito all’Eliseo; i sondaggi lo danno in costante arretramento per l’incapacità di portare risultati concreti e con ministri dimessisi dal suo governo.

È opinione diffusa che la protesta originariamente identificata con il caro carburanti volute per “ragioni ecologiste” si sia estesa a motivazioni più strutturali che hanno a che fare con le condizioni di vita delle persone e con la lontananza del potere politico rispetto a esigenze di maggiore equità socio-economica. Esigenze che hanno consentito il prolungarsi e l’estensione delle manifestazioni.
L’incomprensione tra la classe al potere e quelle della provincia francese ha anche un altro risvolto che andrebbe riportato sui binari giusti. Pierre Haski ha correttamente ricordato che «durante le protese, uno dei gilet gialli ha pronunciato una frase emblematica, ripresa anche dal presidente francese Emmanuel Macron: “Voi mi parlate della fine del mondo, io vi parlo della fine del mese”. Evidentemente dobbiamo aver commesso un errore, se una parte della popolazione mette in contrasto queste due temporalità, la fine del mondo e la fine del mese. La politica con la “P” maiuscola è degna di questo nome solo se prepara alle sfide a lungo termine occupandosi nel frattempo dei problemi imminenti» [1].

Nessun governo nel mondo occidentale ha minimamente preso in considerazione il fatto che tra le prime misure drastiche da prendere ci sono quelle che riequilibrano, in favore del lavoro e dei meno abbienti, le risorse disponibili. E questo conflitto tra presente e futuro potrà iniziare ad evaporare. E ancora per dirlo con le parole di Haski «quello che vale per il clima vale per le altre trasformazioni del nostro mondo. Se siamo arrivati a questo punto è perché abbiamo collettivamente dimenticato la dimensione umana di quella globalizzazione economica che ha aumentato enormemente la disuguaglianza» [2].

L’estensione della protesta ha generato una vera e propria crisi politica che ha fatto chiedere al rappresentante della sinistra Mélenchon e a Le Pen della destra xenofoba lo scioglimento dell’Assemblea e al repubblicano Laurent Wauquiez un referendum sulla transizione energetica.
Nella giornata di oggi il primo ministro Edouard Philippe, su richiesta del presidente, sta ricevendo i leader politici di tutti i partiti e il collettivo dei gilet gialli. Nelle giornate rispettivamente di mercoledì e giovedì ci saranno i dibattiti all’Assemblea generale e al Senato.

Oggi più di un centinaio di licei venivano bloccati per protestare contro la riforma dell’educazione e nel frattempo i sindacati danno l’appoggio ai gilet gialli pur condannando le violenze. Anche in questo caso la protesta non è di oggi e riguarda in particolar modo le riforme del diploma di maturità e delle scuole superiori e le modalità di accesso all’istruzione superiore.
Macron e il suo governo sono in evidente difficoltà.
Pasquale Esposito

[1] Pierre Haski, “Bisogna unire le battaglie dei gilet gialli e quelle degli ambientalisti”, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/12/03/gilet-gialli-ecologia, 3 dicembre 2018
[2] Pierre Haski, ibidem

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