Il gioco del silenzio. Ultimo episodio

Paola Anatrella Il gioco del silenzio.
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«Posso salire?»
Seguì il trillo dell’apertura del portone. Alle 14.30 il portiere non c’era.
Salì a piedi come faceva sempre, “è da imbecilli stare tanto tempo in palestra per poi essere pigri nelle cose quotidiane” diceva sempre sua madre che aveva reso l’ascensore uno strumento inutile per tutta la famiglia se non quando avevano cose da trasportare. Sul pianerottolo trovò la porta dischiusa ed entrò piano.
«Mamma, dove sei?»
La trovò nel soggiorno sul divano e le si sedette accanto.
Ci fu un silenzio iniziale in cui fu quasi possibile udire il suono dei rispettivi respiri. Madre e figlia guardavano dritte di fronte a sé, come se fossero davanti a uno schermo.
Clara prese la parola e le due orfane iniziarono a guardarsi negli occhi.
«Non sei stata tu il mio fallimento, il mio fallimento è Marinella.»
«Mamma, perché non ti sei confidata mai con me?»
«Come potevo dirtelo che una donna avvelenava ogni mio giorno e ogni mia notte con tuo padre?»
«Ma, almeno, ne hai parlato con lui?»
«No, mai! Non sa nemmeno che l’ho conosciuta. E nemmeno che la spiavo.»
Anche tu – pensò Maristella ma si guardò bene dal dirlo.
«Vuoi parlarmene, adesso?»
«Non volevo rovinare l’immagine che avevi di tuo padre. Come puoi ben testimoniare, non ci ha mai fatto mancare nulla: né la sua presenza, né il suo affetto. Sembrava che vivesse per noi.»
«Credo questa sia la verità.»
«La verità macroscopica, quella che vedevano tutti, non la verità sottile, quella che percepisce una moglie.»
«E tu cosa percepivi, invece?»
«Le sue assenze mentali, le sue improvvise tristezze, lo sguardo fisso nel vuoto, la sua malinconia nei momenti di festa.»
«Ma che ne sai che dipendevano da lei?»
Clara spalancò gli occhi, come di fronte a una rivelazione.
«Non lo so, in effetti. Non ho avuto la forza di saperlo.»
Confidò a se stessa, poi riprese a parlare con sua figlia.
«Non ho mai avuto il coraggio di chiederlo.»
«Avresti dovuto, forse non era sempre Marinella la causa della sua tristezza, magari avresti scoperto delle fragilità che ora non conosci.»
«Può darsi e non lo sapremo mai.»
Clara fece per alzarsi da quel divano morbido ed elegante che le sembrava essere diventata la sedia dell’imputato di un processo in cui stava per essere condannata. Maristella aveva fatto capire di essere stata informata di tutto da Luca e quindi secondo Clara, l’incidente poteva considerarsi concluso. Maristella, però, non aveva nessuna intenzione di interrompere quel momento di verità.
«Anche io percepivo la tristezza di papà, alle volte, soprattutto durante le feste canoniche, credevo di esserne la causa, la delusione della sua vita.»
Clara la guardò con tenerezza ma senza dissentire.
«Lo ero, mamma? Ero io il suo fallimento dunque?»
«No, no, che dici?» si affrettò a replicare ma la velocità della risposta la fece sembrare un atto dovuto.
«Ora basta!» esclamò Maristella con una forza di opposizione a sua madre vivente ma anche e soprattutto al padre defunto che non aveva mai sentito di possedere.
«Ora basta, esco da questo gioco di silenzio e di massacro che avete fatto della mia vita. Hai temuto che tuo marito amasse un’altra donna per tutta la vita eppure quando mio marito mi ha tradito non hai saputo consolarmi, anzi, lo ricordo bene, hai detto non posso aiutarti, non so cosa si possa provare in queste situazioni, facendomi capire che tu eri migliore di me e che tuo marito mai ti aveva tradito.»
«Volevo soltanto preservare la figura di tuo padre, è così difficile da capire?»
«Volevi preservare la tua figura di madre e moglie perfetta e hai fatto sentire me una fallita, una donna che non sa tenersi il marito, nemmeno un marito infantile ed egocentrico come quello che ero stata in grado di trovare io!»
«Marin… Maristella, no!»
«Marinella, stavi per dire! Ammettilo! Non ci avevo pensato e adesso cos’è quest’altra storia? Chi ha scelto il mio nome?»
Clara iniziò a piangere, era raro vederla piangere, neanche al funerale di Elio aveva pianto, attirandosi molte critiche. Maristella sentì di essere sull’orlo di un precipizio, come se stesse per perdere tutto della sua vita, come quando suo marito, quel suo infantile ed egocentrico marito, si preparò la valigia e se ne andò via da casa. Allora non aveva potuto fuggire, in quella casa era dovuta rimanere, c’era suo figlio; anche adesso avrebbe voluto correre via, lontano mille miglia, ma doveva affrontare sua madre.
Poteva farlo, sì poteva farlo, avrebbe potuto abbracciare sua madre e ascoltare una storia di riconciliazione con zuccherosi baci finali, ma non volle. In quella stanza della casa della sua infanzia, in un pomeriggio di fine estate, doveva essere fatto spazio alla verità, la verità finalmente.
«Mamma, devi dirmelo.»
Affermò, senza scomporsi, implacabile.
Clara asciugò le lacrime e si sistemò sul divano.
«Io volevo chiamarti Stella, solo Stella, perché eri la mia stella. Quando lo proposi, disse mi piace, ma non potrebbe essere battezzata, non esiste santa Stella, chiamiamola anche Maria, Maristella, che te ne pare? Ne fui entusiasta. Mio marito accettava la mia idea del tuo nome e non aveva richiesto che ti chiamassi Ada come sua madre, un nome troppo breve, tronco, insignificante. Fu solo qualche giorno dopo il battesimo che mi venne in mente. Maristella e Marinella si somigliano come nomi, troppo. Ma come potevo mettere l’argomento in mezzo, senza tradirmi, senza rivelargli la mia gelosia? E poi era stato tutto così automatico, tutto a incastro. Mi odiai per averlo proposto io stessa quello che sentivo come un inganno e mi odiai perché sapevo che, per tutta la vita, pronunciando il nome di mia figlia, avrei pensato anche a lei. A volte mi sono illusa di aver fatto solo un cattivo pensiero e a volte sono stata convinta che invece era una interpretazione esatta.»
«Bene e, non avendolo mai chiarito con papà, questa è un’altra cosa che non sapremo mai.»
«Non è facile chiedere quando potresti non essere in grado di sopportare la risposta.»
«Ed è per questo che la mia vita è stata così difficile finora e anche la tua a quanto scopro adesso.»
Clara cercò di accarezzare sua figlia ma lei bloccò il gesto sul nascere.
«Parliamo di lei.»
«Cosa vuoi sapere?»
«Tutto.»
Clara raddrizzò la schiena sul divano, anche lei, come aveva insegnato a sua figlia, non poteva affrontare un argomento serio se non con la schiena ben dritta.
«Quando mi fidanzai con tuo padre, zio Giulio era molto preoccupato. Elio aveva avuto una lunga storia d’amore con una ragazza e dovevano sposarsi, poi lei era andata a studiare in Francia, ma adesso era tornata. Molti pensavano che si sarebbero rimessi insieme, erano passati quattro o cinque anni, non ricordo. Insomma, zio Giulio mi fece una testa così e la fece anche ai nonni, soprattutto mi fece preoccupare, allora chiesi di incontrarla. In realtà l’avevo vista qualche volta, da bambina, quando Giulio faceva i balletti in casa, le feste, insomma, che adesso non si fanno più, comunque non la ricordavo molto. Chiesi di parlare con lei e Marinella accettò.»
«Sempre diritta al punto!» commentò Maristella, ma quella affermazione su sua madre, che in qualsiasi altro momento della sua vita le sarebbe parsa calzarle a pennello, in quella situazione le sembrò finta, come se avesse scoperto una donna diversa di fronte a sé.
«Dritta al punto solo per le cose che non sono vitali per me. A quell’epoca avevo appena iniziato a innamorarmi di Elio e credevo che sarebbe stato facile rinunciare a lui e trovarne un altro. Comunque andai da Marinella. Oltretutto era una collega di Giulio, mi ricevette all’università. Che colpo che ebbi! Era una donna tanto diversa da me. Pensai, subito, come poteva Elio essersi innamorato di lei se gli piacevano le donne come me? Insomma era bassina e anche più in carne del dovuto, poi bionda, sai una di quelle biondine rotondette. Certo aveva un bel viso, ma nel complesso non era niente di speciale, davvero.»
A Maristella sembrò di riconoscere almeno quel tratto di sua madre come autentico, a lei piacevano le “amazzoni”, e anche questo aveva minato la sua sicurezza, essendo lei una donna esile e di altezza media, come la famiglia di suo padre. Era stata invece felice di sposare un uomo decisamente alto e che suo figlio somigliasse a lui.
«Beh, deve essere stata una bella notizia, per te!»
«Sì, lo confesso, ne fui felice. Non mi piaceva e pensavo che non fosse difficile subissarla. Mi accolse freddamente, questo me lo aspettavo, certo. Era invidiosa, pensai, magari si è pure pentita di aver mandato a monte il matrimonio per andarsene a studiare fisica a Parigi. Insomma, lei mi disse di non preoccuparmi, perché tra lei ed Elio era tutto finito e che non si sarebbero mai rivisti, del resto stava per lasciare Napoli. Aveva avuto un’altra borsa di ricerca alla Sorbona, poi rimase in Francia perché iniziò a insegnare. Mi feci promettere che non avrebbe mai detto a nessuno di quella visita, cioè che non lo avrebbe detto a Elio e lei rispose Elio non lo rivedrò più. Provai un immenso piacere a sentire quelle parole, a quell’epoca pensavo ancora che fosse vero il detto lontan dagli occhi, lontan dal cuore, è vero solo per quelli che non si amano sul serio. Insomma, per fartela breve, non credevo mai che quella insulsa donnetta potesse rappresentare un problema per i miei piani, cioè per il mio matrimonio. Lo pensai fino a quando sposai tuo nonno.
Da fidanzati era stato tutto meraviglioso e mai lo avevo visto triste o malinconico. Mi sposai vergine, come sai, e all’inizio fu tutto una scoperta. Ovviamente ero frastornata nei primi tempi e dovetti adattarmi alla nuova vita. Fu quando rimasi incinta che arrivò questo fantasma, proprio parlando del tuo nome.»
«Che avevi scelto tu!»
«Sì, quello sì! Non lo so, forse me lo sentivo, lo sapevo, ma non sapevo di saperlo. Non posso dire che la mia vita sia stata un disastro, questo no. Per molti periodi a lei non pensavo più. E poi Marinella non era quasi mai a Napoli, però quando c’era, si trovava sempre il modo di farmelo sapere, come una disdetta. Le più strane combinazioni. Entrando in un negozio sentivo di una consegna a casa sua, zio Giulio o qualcun altro della vecchia loro comitiva la incontrava, in giro, in facoltà a qualche festa e me lo diceva sempre, oh si fossero mai scordati di dirmelo per una volta!»
«Che vuoi dire, mamma? Che lo faceva di proposito a farti sapere che era in città?»
«Questo no! Non era lei, erano gli altri che si preoccupavano di avvisarmi e, a volte, il caso, se il caso esiste.»
«Ma papà, invece?»
«Eh già, tuo padre. Sai cosa penso? Era lui che mi avvisava, con la sua freddezza, con la sua assenza, mentale, non fisica, mai fisica, lo sai è sempre stato con noi.»
«E non gli hai mai chiesto nulla?»
«No, Maristella, mai, non ce ne era il bisogno. Avevo giocato tutte le carte, avevo parlato con lei, avevo sposato Elio e non potevo rinfacciargli niente, il suo comportamento verso di me è sempre stato irreprensibile, ma il suo cuore, quello no ma non potevo fargliene una colpa, quello non poteva dominarlo, non del tutto.»
«Papà ti amava, mamma, lo sanno tutti, lo sai anche tu!»
«Lo so, è vero, ma non ero io la predestinata.»
«E nemmeno io!»
«Che c’entri tu?»
«Andiamo, mamma, lui voleva un maschio!»
«Ma lo voleva da Marinella.» concluse Clara con amarezza.
«Siamo due perdenti, mamma?»
«No, tesoro mio, siamo due guerriere.»
Maristella sospirò, ora sapeva che anche lei avrebbe pensato sempre a un’altra donna quando avrebbe ascoltato il proprio nome.

Paola Anatrella
Paola Anatrella, Facciamo pace. Acquarello su carta 34×23. Foto Silvio Pirillo

Quella sera, i due americanino al solito baretto furono di obbligo.
Flavia ascoltò il resoconto della giornata con il solito interesse curioso.
«Santo Cielo! Maristella! Hai scoperto tutte queste cose, insieme, sarai stravolta! I tuoi sembravano la coppia del secolo!»
«Non so cosa pensare! Sai che ti dico, posso confidarlo solo a te! Sono sollevata! Sono una stronza? Odio mia madre?»
«Benvenuta nella società liquida, anzi post liquida! E basta con questa tua famiglia felice e perfetta! Beccatevi le corna e i tradimenti pure voi! Magari ti passa il complesso di Elettra.»
«Dici che lo abbia avuto!»
«Dico che c’è la tua foto sul manuale di psicopatologia familiare, ora sai perché!»
Maristella iniziò a ridere, non credeva di poter ridere dopo un pomeriggio così perversamente ricolmo di verità.
«Come avrei fatto negli ultimi giorni senza di te, Flavia?»
«Come avresti fatto negli ultimi quarant’anni senza di me, vorrai dire!»
Maristella rise ancora.
«Hai ragione!» disse sollevando il bicchiere verso l’amica.
«Senti, lo so che come sia la cacca del mio chihuahua non te ne frega un piffero quando te lo racconto e magari ti fa pure un poco schifo, però, Mari, rifletti, i migliori rapporti sono quelli come il nostro, non siamo consanguinee e quindi niente ricatti famigliari, segreti, obblighi di feste insieme e bla bla, e niente sesso che poi magari passano gli anni e le scintille finiscono e ti ritrovi un cazzo moscio che ti accorgi che ti interessava solo quello ma a condizione che fosse duro»
«Flavia, un po’ di controllo, siamo delle signore.»
«Ma vaffanculo, va’. Eravamo signore, poi i nostri signori ci hanno scaricato e dopo i 50 non me ne strafotte di niente. Provaci, bambina, vedrai che ti migliora pura la salute. Ma tu hai capito la Clara che teneva in corpo!»
Flavia anche quella sera bevve troppo, come se la tragedia familiare fosse stata la sua, Flavia non perdeva occasione per bere, ma solo di sera e solo al baretto. Anche in quella occasione Maristella fu costretta a guidare lei per il rientro, fortuna che abitavano vicino.

«Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri a Luca, tanti auguri a te!»
Il coretto stonato dei compleanni, immancabile, accompagnò l’agonia di piccole fiamme sulle candeline. Quell’anno un coretto di sole donne.
Nonna Clara aveva rifatto la caprese e finalmente, poterono festeggiare il “rientro” in città di tutti e l’inizio di un nuovo anno, giacché gli anni iniziano a settembre, non a gennaio.
L’incontro con la nonna non era stato tempestoso e nemmeno imbarazzante, come Luca aveva temuto, neanche però si era sottaciuto lo screzio della domenica precedente.
«Ciao nonna» era stato il solito saluto sotto l’arco della porta, mentre un confortante profumo di cioccolato misto a ragù pervadeva l’intera casa. Se nonna aveva cucinato, le acque erano calme.
Maristella, la sera precedente, aveva solo scritto su WhatsApp: tutto bene, domani si pranza dalla nonna, ora scappo a prepararmi. Tre faccine con bacio e due donne danzanti, stavano a significare: non chiamarmi che non ho tempo, sto per uscire con Flavia. In effetti, la poverina ne aveva avuto abbastanza di discussioni familiari e non vedeva l’ora di farsi un bicchierino o due o tre.
Luca avrebbe invece preferito parlare con lei, essere rassicurato che nonna Clara non fosse più dispiaciuta oppure offesa con lui, avrebbe voluto sapere che si erano dette mamma e nonna e soprattutto essere certo che la famiglia fosse stata ricostituita.
L’indomani comprò  una bottiglia di zibibbo dall’enoteca di fiducia, sapendo che era la bevanda con cui Clara preferiva accompagnare i dolci e un fascio di roselline candide che erano i suoi fiori preferiti.
«Amore mio!»
Aveva risposto sua nonna sotto l’arco della porta abbracciandolo.
La notte precedente Clara aveva dormito poco e male. Si era alzata presto per preparare le ultime cose: il ragù per fortuna era quello della settimana precedente e aveva solo dovuto scongelarlo, ma la caprese era stata preparata in mattinata. Durante la notte, si era rigirata più volte nel letto pensando ai figli, alle figlie, ai figli maschi e alle figlie femmine. Qual è la differenza? Perché l’amore mio detto a Luca era sempre stato più nitido, più assoluto e incontrovertibile di ciascun amore mio detto a Maristella. Poi ripensò a lei, non come era adesso ma come era stata. Una bimba tenera, bene educata, rispettosa e fin troppo docile. Poi era stata una adolescente inquieta, una fidanzata, una moglie, una moglie infelice e una divorziata piena di attività e impegni strani. E soprattutto era la madre di Luca, solo quella la certezza immodificabile della sua vita. Clara aveva dovuto accontentarsi di una figlia femmina e, per la prima volta da quando era nata, si sentì fortunata di avere lei, proprio lei, come figlia.
«L’altro amore mio!» le disse, vedendola spuntare dietro le spalle di Luca che reggeva le roselline. Lo disse con la medesima intensità e quella fu una domenica di tregua.
Maristella, misteriosamente, lo avvertì e si sentì amata, quella volta, si sentì amata così com’era, per quello che era.
«Nonna, mi sono affezionato a Marinella, è stata una donna riservata che poteva sembrare non troppo affettuosa o sentimentale ma invece era di grande intensità: però non devi essere gelosa, certamente non di me, la mia nonna sei sempre e solo tu. Scoprire un fatto del passato di sessanta anni fa non modifica tutta la storia che segue.»
«Sono felice di saperlo, scusa la mia reazione.»
Maristella, quando finalmente furono seduti a tavola e lei era collocata tra loro, prese la mano a entrambi e le congiunse dicendo, solennemente:
«Mannaggia il diavoletto che ci ha fatto litiga’!»
Tutti risero e, finalmente, presero a passarsi la formaggera per il piatto di ragù fumante.
Alle cinque, secondo tradizione, il pranzo domenicale si concluse e Clara potette distendersi sul letto per il meritato riposo.
Madre e figlio, come di consueto, scesero insieme per le scale.
«Che storia!» commentò Luca.
«La verità dopo tanti anni!» replicò sua madre.
Luca fece l’espressione polemica che Maristella gli aveva visto disegnata sul volto fin da bambino quando era contrariato o poco convinto di qualcosa.
«Che c’è?» si affrettò a domandare.
«La verità, non tutta, però.»
Maristella comprese a cosa si riferisse.
«Credi che nonna debba sapere che Elio andava tutte le estati fuori alla porta e perfino nella casa di Marinella e anche il motivo per cui Marinella lo aveva lasciato che non c’entra niente con la laurea e la sua voglia di fare la carriera universitaria?»
Luca non ci pensò neanche un attimo.
«No, no! Non ce n’è bisogno, e poi chi glielo dice?»
«Ah non guardare me!»
«Suppongo che questa famiglia abbia ricevuto una sufficiente dose di verità, di più non potrebbe sopportarne.»
Risero insieme e stabilirono di passare al baretto per un ultimo brindisi di compleanno, prima di lasciarsi.
«Senti, ti spiace se chiamo Flavia. Eravamo rimaste così.»
«Ma certo, chiamala, anzi falla venire con noi, senza Flavia non sarebbe divertente!»

Stefania Squillante

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