Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo

history 8 minuti di lettura

Denaro, potere e le origini del nostro tempo. Questo è il sotto titolo di un libro importante per comprendere la nostra storia. L’autore Giovanni Arrighi (1937-2009) ha una biografia umana e scientifica di grande valore che passa dall’insegnamento in Italia a quello in Africa per poi arrivare negli Stati Uniti come professore di sociologia al Centro Fernand Braudel per lo studio delle economie, dei sistemi storici e delle civiltà alla State University of New York di Binghamtone e alla Johns Hopkins University di Baltimora.

Pubblicato per la prima volta nel 1994, il libro è necessario per chi voglia capire come siamo arrivati ai nostri giorni, attraverso una puntuale analisi, ricca di fondamenti storici, degli ultimi 400 anni di storia. Non solo, l’opera sistematizza concettualmente l’evoluzione che ha funzionato durante questi secoli e riesce a dare una spiegazione di come gli sviluppi e le crisi, anche profonde, abbiano attraversato la storia per arrivare ai nostri giorni e più precisamente al 2008 quando era in atto la crisi mondiale provocata dalla finanziarizzazione.
Nella presentazione all’edizione del 2014, Mario Pianta riassume così Il lungo XX secolo:
L’originalità di Arrighi consiste appunto in una visione del sistema capitalistico mondiale come successione – a partire dal XV secolo – cicli di accumulazione, che vedono alternarsi fasi di espansione di produttiva e fasi di espansione finanziaria e di cicli di egemonia, con l’ascesa e il declino della potenza dominate (pag. VII).

Prima di dare alcune coordinate del libro va detto che i principali, in ordine di importanza, cardini dello studio risiedono nel pensiero del grande storico Fernand Braudel e nel pensatore Karl Marx. In particolare è il volume Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel il cui schema interpretativo è «la base di questo libro. In questo schema il capitale finanziario non costituisce una specifica fase del capitalismo mondiale, e tanto meno la sua ultima e suprema fase. Esso costituisce invece un fenomeno ricorrente che ha caratterizzato l’era capitalistica sin dai primi passi nel tardo Medioevo e nell’Europa nella prima età moderna». (pag. 2).
È in Italia che inizia il primo ciclo di accumulazione e dove nasce il capitalismo, anzi, più esattamente scrive Arrighi «il capitalismo moderno ha origine nel prototipo dello Stato capitalistico dominante di ogni epoca successiva: la città-stato veneziana. Nella genealogia che esamineremo nel resto del libro, il capitalismo moderno ha origine nel prototipo dell’organizzazione imprenditoriale non territoriale mondiale dominante di ogni epoca successiva: “la nazione” genovese all’estero» (pag. 95).

Prima del dominio finanziario di Genova, l’Italia settentrionale con Milano, Firenze, Venezia e Genova appunto era già diventati centri di accumulazione grazie ad una divisione delle attività produttive e dei commerci. Sarà Genova però a detenere il dominio quando sfruttò le opportunità che derivarono da quei capitali che causa, guerre e concorrenza, si diressero dalla produzione e dal commercio alla finanza o meglio al prestito per i debiti pubblici delle città-stato. Sarà la loro presenza finanziaria in molte città europee ad assicurare il controllo.
«Genova era all’avanguardia di questo movimento e la formazione della casa di San Giorgio nel 1407 creò un istituzione per il controllo delle finanze pubbliche da parte dei creditori privati la cui efficacia e sofisticazione, sotto questo aspetto, non furono eguagliate fin quando, quasi tre secoli dopo, fu fondata la Banca di d’Inghilterra» (pag. 123) e intuirono che per le transazioni finanziarie era necessaria una «unità di conto invariante con la quale regolare il loro reciproci affari, stimare accuratamente la redditività dei loro ampi accordi commerciali e finanziari, e trovarsi in posizione tale da trarre profitto, e non subire perdite dalle variazioni nel tempo e nello spazio del valore della moneta effettivamente circolante» (127). Ben presto riusciranno ad assurgere a finanziatori e controllori delle finanze delle monarchie iberiche e la loro potenza nel 1519 fu decisiva nell’elezione di Carlo V come imperatore ai danni del re francese Francesco I.

Il secondo ciclo di accumulazione fu quello olandese che avvenne su basi più ampie. Inizia da lontano quando le varie componenti capitalistico-finanziarie presenti in Europa e gli Stati nazione aumentarono la loro concorrenza e quando «i ribelli olandesi presero il mare e in breve svilupparono una notevole abilità non solo nell’evadere il fisco ma anche nell’imporre alle finanze della Spagna imperiale una sorta di pressione fiscale “rovesciata” attraverso la pirateria e la corsa» (pag. 147-148) che iniziarono il controllo degli approvvigionamenti di grano e di scorte navali dal Baltico. Poi la formazione dello stato olandese (Provincie Unite), la contemporanea espansione commerciale attraverso l’utilizzo delle compagnie per azioni e infine la crescita di Amsterdam come centro di scambio mondiale portarono all’apoteosi nel sistema mondo capitalistico.
La differenza con il ciclo di accumulazione precedente fu che, quello olandese, “internalizzò i costi di protezione”. La Compagnia olandese delle Indie Orientali (VOC) aveva non solo compiti commerciali ma anche di espansione, difesa e uso della violenza per centrare i suoi obiettivi di profitto e di vantaggio per il governo olandese.

L’impero britannico è la terza fase di sviluppo capitalistico ancora una volta nata dalla finanziarizzazione della precedente oltre che dall’espansione a livello mondiale dello stato inglese nel corso del XVIII secolo. Quello che accadde è che i grandi profitti accumulati dalla VOC furono dirottati «dal pagamento dei dividendi all’espansione burocratica della compagnia e, soprattutto al pagamento di compensi leciti e illeciti all’entourage degli Heeren XVII (il consiglio di amministrazione, ndr) e ai dirigenti di alto livello della compagnia» come aveva spiegato Braudel. L’effetto fu quello che ingenti capitali resero attrattivi i titoli mobiliari inglesi alla Borsa di Amsterdam.
Questo ciclo sistemico di accumulazione si distinse per due caratteristiche: l’imperialismo e il “libero-scambismo” che accomunava tutto il mondo intorno alla Gran Bretagna e così «quest’ultima divenne il “mercato” più conveniente ed efficiente dove procurarsi mezzi di pagamento e mezzi di produzione e dove collocare prodotti primari» (pagg. 181-182). Alla base dell’accumulazione c’erano, rispetto al passato, imprese «fortemente coinvolte nella organizzazione e nella razionalizzazione dei processi di produzione» (pag. 195).

Il quarto e ultimo ciclo di accumulazione è quello incentrato sugli Stati Uniti che oltre ad essere, all’epoca del culmine della potenza britannica, un complesso militar-industriale di dimensioni continentali aveva iniziato un salto di qualità del modello capitalistico con la presenza di imprese transnazionali con centro negli Stati Uniti. Inoltre accade per la prima volta che le imprese internalizzeranno i costi di transazione rendendo più facile l’accumulo di profitto. L’azienda, in questi casi, controlla tutti i processi al suo interno, fino alla commercializzazione.
Il primo passaggio verso il dominio USA fu fatto con la grande depressione del 1873-1896 che accentuò la concorrenza intercapitalistica e avviò una corsa agli armamenti che dopo la parentesi della belle époque porterà alle guerre mondiali. Durante la prima guerra mondiale i britannici acquisteranno tutto ciò che era necessario per difendersi dagli USA e «al termine della guerra, dunque, gli Stati Uniti avevano ricomprato a pressi d’occasione parte dei massicci investimenti che nel XIX secolo avevano costituito l’infrastruttura della loro economia interna, e, in aggiunta, avevano accumulato immensi crediti di guerra» (pag. 297). E poi «la sospensione della convertibilità in oro della sterlina inglese nel settembre del 1931 portò alla definitiva distruzione dell’unica rete di transazioni commerciali e finanziarie su cui si erano basate le fortune della City di Londra. Il protezionismo imperversò, l’obiettivo della stabilità della moneta fu abbandonato e il “capitalismo mondiale si chiuse negli iglù delle sue economie di stati-nazione e relativi imperi” (Hobsbawn, 1992, p.156)» (pag. 301). Dopo il caos della Grande Crisi, sarà la Seconda Guerra Mondiale e poi “l’invenzione della Guerra fredda”, non tanto il Piano Marshall, che generò l’egemonia delle imprese capitalistiche americane e di tutto il suo sistema nel mondo.

«L’integrazione europea e l’espansione economica mondiale richiedevano un riciclaggio della liquidità mondiale assai più ampio di quello comportato dal Piano Marshall dagli altri programmi d’aiuto. Questo più ampio riciclaggio si materializzò infine nel più imponente sforzo di riarmo che il mondo avesse conosciuto in tempo di pace» pag. 325). Altri passaggi importanti furono prima l’abbandono della convertibilità in oro del dollaro a favore del pure dollar standard che fece accrescere enormemente la forza del dollaro, almeno nel periodo 1973-78, evitando agli Stati Uniti di doversi preoccupare della propria bilancia dei pagamenti; l’intervento della Federal Reserve che riportò gli Usa al centro del sistema del denaro e la deregolamentazione reaganiane e l’innalzamento della spesa militare per fronteggiare l’Unione Sovietica.
Dopo questi anni, i prodromi erano già nella sconfitta in Vietnam, il dominio americano ha avviato la fase discendente con le crisi degli anni novanta, e dei primi anni duemila, mentre l’espansione della Cina diventava sempre più evidente.

Nel poscritto all’edizione del 2014, Arrighi sosteneva che
«Benché gli Stati Uniti rimangono di gran lunga lo stato più potente al mondo, oggi quello che intrattengono con il resto del pianeta può essere descritto al meglio come un rapporto di “dominio senza egemonia”. Questa trasformazione è nata non dall’emergere di nuove potenze aggressive, ma dalla resistenza statunitense all’adattamento e alla conciliazione. […]. La crisi terminale dell’egemonia statunitense – se, come penso, è quello a cui stiamo assistendo – è un caso di “suicidio” di una grande potenza di proporzioni moto maggiori rispetto a tutte le precedenti transizioni egemoniche» (pag. 407).

Pasquale Esposito

Giovanni Arrighi
Il lungo XX secolo
Il saggiatore, 2014 nuova edizione
Pagg. XVI-444
€ 22,00

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article