Giovanni Dozzini, Qui dovevo stare

Qui dovevo stare Giovanni Dozzini
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Spesso i cambiamenti accadono in modo inevitabile.

Si accumulano bisogni, indizi, affanni, e il trapasso diviene scontato, al punto che risulta superfluo cercarne le cause. È sufficiente prenderne atto e abituarsi.

Giovanni Dozzini
Giovanni Dozzini

La vicenda di Luca Bregolisse, il protagonista di “Qui dovevo stare”, il nuovo romanzo di Giovanni Dozzini (editore Fandango Libri), segue una parabola di questo tipo.
Bregolisse è un uomo come tanti: ha una famiglia tutto sommato unita e un lavoro onesto, seppur faticoso. Vive a Perugia, nella stessa casa in cui è nato, frutto del sudore versato da suo padre, carrozziere e comunista in pensione.

Luca, per tutti noto come il Brego, non ha particolari pretese, se non quella di trascorrere un’esistenza il più possibile serena. Di giorno fa l’imbianchino insieme a Nabil, il dipendente marocchino a cui da anni assicura lo stipendio per vivere; di sera si accontenta di qualche bevuta al solito bar, in compagnia del Tordo, l’amico di sempre.

Fin da subito, Dozzini ci immerge nei pensieri di un uomo semplice, legato alle proprie radici, preoccupato dalle scadenze del lavoro e dai piccoli assilli quotidiani. Il libro è costituito da un lungo monologo del protagonista, ricco di ripetizioni e frasi articolate che rendono il flusso di coscienza più realistico. Pagina dopo pagina, la tensione cresce d’intensità, insieme a una struttura narrativa che si fa via via meno lineare. Come accade a qualsiasi persona, bastano alcuni imprevisti per gettare il Brego nella confusione, perché pure l’esistenza più monotona è composta di tasselli che devono combaciare perfettamente.

In una settimana, tutto intorno al protagonista sembra cadere a pezzi. Nabil smette di dare sueGiovanni Dozzini Qui dovevo stare notizie poiché ha una faccenda più importante da sbrigare: ritrovare suo figlio Massimino, un sedicenne che spaccia, finendo spesso nei guai. Il Brego sa che la “gente” così porta solo problemi, perché Massimino è “uno nato storto e cresciuto storto, uno che morirà storto, e presto”. A rimetterci è il protagonista, costretto a ritardare il lavoro programmato, perché dipingere le pareti da solo richiede più tempo, e più pazienza. Ad aggravare le cose ci si mette il Tordo, che finisce ammazzato in un incidente d’auto, solo e sommerso dai debiti, proprio quando il Brego credeva di avere già abbastanza impicci.

Coinvolto suo malgrado in questi avvenimenti, il Brego non sa come comportarsi, tanto più che la madre è sempre pronta a giudicarlo, anche da defunta. Lui era ancora giovane quando un male incurabile la uccise, lasciando un vuoto difficile da colmare (“io non avevo ancora finito di essere il figlio di mia madre”). Col tempo, quel vuoto lo ha riempito lei stessa, piazzandosi tra il “sopracciglio destro e la tempia destra” del Brego, lì dove ogni pensiero prende forma.

Un morto, due persone scomparse, loschi affari di droga che si profilano. La storia sembra prendere le pieghe di un thriller, ma l’autore sceglie una soluzione diversa. Più che ricostruire nel dettaglio le vicende, a Dozzini interessa descrivere le reazioni del protagonista e le sue scelte. Ciò che accade al Brego è solo il pretesto per rivelarne la vera indole, che lentamente si svela. Le certezze di una vita si sgretolano, lasciando il posto a nuovi valori, simboli e bandiere.

Da giovane Luca frequentava i centri sociali, quei luoghi in cui la rivolta appariva imminente, emblema di un impeto giovanile destinato a spegnersi in un’illusione. Non sarebbe potuto andare in altro modo con un padre come il suo, comunista da sempre e per sempre, disposto ad andare fino in Russia pur di vedere da vicino la cultura proletaria, appena prima che il crollo del Muro nascondesse, tra i suoi calcinacci, i detriti di una rivoluzione mancata. In passato, era il partito comunista a confortare i ceti sociali più bassi, con la sua ideologia egualitaria: bastava aderire, prima o poi la storia avrebbe preso la giusta direzione, riscattando secoli di soprusi. Ma le cose sono andate diversamente, e il partito si è trasformato in una matrioska russa, “un partito dentro l’altro con un nome sempre diverso, maschere diverse con dietro le stesse facce e dentro le stesse teste e gli stessi cervelli”.

La gente come il Brego, alla disperata ricerca di un futuro migliore, ha iniziato a trovare altrove le rassicurazioni alle proprie paure, perché “l’antifona di sempre non attacca più”. La diffidenza verso gli altri, la voglia di cambiamento, persino la rabbia per come gira il mondo, sono l’esito scontato per chi sente di occupare un posto sbagliato nella società. Chiunque sappia intercettare quel disagio e farsene portavoce, a prescindere dall’appartenenza politica, merita di essere sostenuto, poiché infonde una speranza, magari passeggera, ma convincente.

Assistiamo, così, alla trasformazione del Brego, ne diventiamo testimoni, ma non riusciamo a condannarlo, poiché esprime un malessere diventato la cifra comune del nostro tempo. Lo scrittore evita di cedere a un facile (e sterile) moralismo. Al contrario, dalle parole del Brego traspare solo lo smarrimento di una società che, bisognosa di sicurezze, ha ceduto a quelle più facili: l’insofferenza nei confronti della diversità, di ciò che appare come estraneo e quindi pericoloso.

Date queste premesse, il libro non può che acquisire una connotazione anche politica, pur senza apparire retorico. Attraverso gli occhi del Brego, osserviamo la metamorfosi di una regione che, deposti falce e martello, ha abbracciato nuovi stendardi. Ma Dozzini non vuole limitarsi a raccontare l’Umbria, terra in cui egli stesso vive. La storia narrata è un modo per tratteggiare l’involuzione della società italiana che, stancata e stomacata dalla vita e dal mondo, si è riscoperta meno accogliente e più indifferente.

Etichettare gran parte della popolazione come fascista o razzista, però, è semplicistico, poiché non aiuta a indagare le ragioni di un mutamento culturale che è accaduto sotto gli occhi distratti di chi doveva impedirlo. Lo scrittore, con uno sguardo lucido, non risparmia nessuno. Non a caso, più che attaccare la destra, l’autore sembra criticare proprio quella classe politica di sinistra che ha tradito i suoi ideali, promettendo una libertà che non è stata capace di rendere tangibile. Quel partito che, alle Feste dell’Unità, si autocelebrava regalando patatine fritte e discorsi pieni di intenzioni, ha palesato la sua natura autoreferenziale, dissolvendosi al momento di fare i conti con le promesse fatte. Nel suo atto d’accusa contro quei politici, il Brego è spietato: ad averli fatti fallire, è “la tranquillità con cui hanno pensato di non doversi mai preoccupare di come sarebbero potute andare le cose, a differenza di quelli come me e di quelli come tutti questi altri che a come potrebbero andare le cose sono costretti a pensare ogni giorno e ogni ora e ogni singolo minuto del giorno e della notte”.

Lo scrittore ci mette di fronte all’inquietudine dei nostri giorni, delineando una realtà in cui intolleranza e rancore sono diventati sentimenti diffusi. Qui dovevo stare, afferma il Brego verso il finale: è il segnale di una consapevolezza ritrovata. Terminato il libro, al lettore rimane un quesito in testa: “e io da che parte devo stare? Da che parte voglio stare?”

Lorenzo Di Anselmo

Giovanni Dozzini
Qui dovevo stare
Fandango Libri, 2021
Pagine 202, €16,00

 

 

 

 

 

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