Giro d’Italia: Cento di questi giri

logo del centesimo Giro d'Italia
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L’edizione numero cento del Giro d’Italia riporta alla mente tanti ricordi per chi continua ad amare questo sport che ha saputo farsi storia ed epopea, tragedia e trionfo. Piccole riflessioni sul Giro d’Italia e la sua storia.

E sono cento; cento esatti, tondi tondi, come le ruote di una bicicletta; come le due ruote che inseguono un sogno; come le due ruote che nascondono la fatica, lo sforzo e conducono alla gloria o alla tragedia.
Un tempo lungo come un secolo che già appartiene, in un unico sguardo al mito, alla leggenda, alla storia, alla cronaca, alla favola e alla tragedia.
In quanti modi e con quanti registri si può raccontare il ciclismo? Con quante parole, immagini e filmati si può ripercorrere un secolo di storia?

Il potere delle due ruote spinte dalla fatica degli uomini è immenso e grande.
La suggestione è forte e ci attrae: come resistere alla tentazione di usare la bicicletta per ripercorrere le mille strade che in cento anni si sono sovrapposte nella memoria?
Ed eccolo lì allora il potere di questa strano mezzo che tiene insieme il meccanico e l’umano: una macchina che sa viaggiare nel tempo e nello spazio, nel passato e nel presente verso il futuro.
Eccola è lei, disponibile, umile ma indomabile; ti chiede amore e abnegazione; eccola è lei che sa aprire mille speranze tra cumuli di macerie, tra strade polverose, tra le ali della folla osannante, sul rettilineo della grande città, nella solitudine dell’arrivo in salita, tra i sogni di giovani donne, tra gli incubi di madri impaurite.

Quanti nomi dovremo ricordare un secolo dopo? Quale giro dovremo fare per celebrare il Giro d’Italia numero cento? E quanti cambiamenti dovremo registrare dalla prima edizione fino alla prossima sfida?
Campioni sulla strada; immense leggende di un giorno o di una carriera; atleti beffati dal destino; morti crudeli trafitte dal sogno di gloria; vittime della strada più violenta; mitici direttori sportivi; indimenticabili organizzatori; grandi penne; valenti giornalisti; insuperabili voci di cronisti….e altro e altro ancora…

Come racchiudere la ricchezza nella miseria di poche righe?
Che cosa scegliere per celebrare in un volto tutti i volti?
In una frase tutte le frasi?
In un arrivo tutti gli arrivi?
In una tappa tutte le tappe?

Così, ci arrendiamo battuti, e nella nostra sconfitta sta la grandezza del Giro che sa vincere sempre e ancora, e sa rinnovare un fascino che non conosce smarrimento.
Brutte storie di doping, voci di scommesse, qualche aiuto di troppo: ed eccoci qui, al cospetto della fatica, mentre il volto si fa maschera e la volontà energia.
Eccolo il ciclismo, che non è più quello di una volta, ma che in ogni pedalata dell’oggi conserva l’intera storia di quest’avventura.
E siamo tutti insieme ogni Giro d’Italia, ogni atleta del Giro. Ecco la verità: la bicicletta è davvero una macchina del tempo.

La maglia rosa, non troppo amata dal fascismo che la vide poco virile, è ancora pronta a coprire le spalle di un campione per una giornata o di un vincitore annunciato: ed è la maglia di ogni grande.

La maglia nera e tutte le altre maglie delle tante classifiche….e le mille maglie colorate e non; gli sponsor che resero possibile la crescita delle squadre. I nomi impronunciabili del Nord Europa e la forza in salita dei piccoli ciclisti leggeri come piume.

Il ciclismo è divenuto anche luogo comune, nel senso più collettivo di questa espressione; il ciclismo è patrimonio di tutti e la strada è lì esaltante per il campione e per l’appassionato; e la strada è lì pericolosa e mortale per il campione e per il dilettante.
Ognuno va, con i propri pensieri, i propri sogni, le proprie paure: ognuno va incontro alla fatica, incontro alla leggenda o anche incontro alla morte.

Pensando a come raccontare questo giro e tutti quelli che l’hanno preceduto, si apre una suggestione irresistibile della quale già, ancor prima di enunciarla, chiediamo perdono.
Il Giro d’Italia ha davvero fatto la storia d’Italia e allora prendiamo in prestito dalla storiografia del Risorgimento due espressioni e le adattiamo al ciclismo.
Si è parlato di Risorgimento senza eroi per invocare un’analisi che andasse oltre i nomi che la tradizione riportava nei libri scolastici celebrativi.
E così, oggi osiamo parlare di un Giro senza eroi per sottolineare che la corsa in rosa resta grande anche se non facciamo l’elenco dei tanti che l’hanno resa grande: il Giro è tutti e nessuno a un tempo, perché il Giro è anche la storia di tutti noi insieme lungo le strade, alla radio, alla televisione, nei bar, nei giornali e così via. Un Giro senza eroi perché esso sopravvive a tutto perché tutto sa custodire con sé.

L’altra celebre formula è Pensiero e azione del Risorgimento: e non è anch’essa applicabile al Giro d’Italia?
Pensiero e azione del Giro potrebbe essere una formula capace di rendere giustizia alle mille parti che hanno reso grande la corsa. C’è il Giro che si correva e si corre; c’è il Giro che si raccontava e si racconta; c’è il Giro del sellino e della ruota e quello della penna e del microfono; c’è il Giro della Tappa e il giro del Dopo-tappa; c’è il Giro che finisce all’arrivo e quello che inizia all’arrivo; c’è il Giro della fatica nelle gambe e il Giro di chi deve trovare le parole.

Se perdonate gli eccessi dei nostri paragoni, lasciateci dire che il Giro d’Italia, ogni Giro d’Italia, cento edizioni del Giro d’Italia sono un patrimonio di cui essere orgogliosi e un serbatoio di aneddoti, racconti, immagini, parole, volti e così via che non smetteremo mai di usare per raccontare i nostri ricordi e per ripercorrere la storia del nostro paese.

Ed ora partiamo…..

Prima della partenza
La biciletta è una e “bina”:
Corre veloce inseguendo traguardi e record; scorre lenta e sorniona seguendo paesaggi e sentimenti;
Insegue la gloria cavalcata da un corridore; persegue l’attesa e la scoperta nel cicloamatore;
Valica i confini del lecito per spingersi oltre; rende omaggio alla natura con il suo andare senza fumi e senza residui;

Tutto e il contrario di tutto: democratica e disponibile si lascia vivere secondo i sogni che ogni uomo insegue.

La voglia di girovagare è sempre arbitraria; sceglie, indica, dirige senza mai poter essere esaustiva e completa.

Wanderung, flânerie, girovagare, andare a zonzo; dal romantico al decadente; dall’andare a piedi alle due ruote.
La ricerca della lentezza concede di cogliere l’essenziale, l’assoluto, il restante, il celato, il posto a margine.

Andare in giro seguendo la passione per il ciclismo e la sua celebrazione nella nostra cultura espone a mancanze e difetti; di certo è poco attendibile;
Si è costretti ad assecondare maggiormente il canto delle Sirene che l’organizzazione e la misura;
Si mostrano, insomma senza pudore le varie predilezioni e l’esser casuale di ogni buon girovagare.

Il nostro giro non segue davvero le orme dello sport chiamato ciclismo; segue, piuttosto, il riflesso di una bicicletta nel cuore.
Prologo
In Italia la bicicletta appartiene a pieno titolo al patrimonio artistico nazionale, esattamente come la Gioconda di Leonardo, la cupola di San Pietro o la Divina Commedia. Ci si stupisce che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello”. (Curzio Malaparte)

1ª Tappa
Vi sembra un’affermazione esagerata? Bene concentratevi e pedalate almeno con la fantasia: la pratica sportiva detta ciclismo, in Italia, è stata ed è: mito, epopea, leggenda, poesia, storia, romanzo, narrazione, cinema, cronaca rosa e, purtroppo, cronaca nera.

2ª Tappa
Nella descrizione di Malaparte colpisce un rimando al problema dell’identità nazionale, una delle costanti della nostra storia; l’Italia è stata una nazione immaginata prima dai letterati – non a caso quelli che ancora si studiano nelle scuole di ogni ordine e grado – e dagli artisti che venivano, soltanto all’estero, definiti e percepiti come “italiani”.
L’identità italiana è stata precaria e da rivedere, da sostenere, da affermare.
Il Risorgimento e l’unificazione hanno avuto tratti controversi e ancora da analizzare. Il passato artistico-letterario è servito da collante.

3ª Tappa
Non può esserci società che non senta il bisogno di conservare e di rinsaldare, a intervalli regolari, i sentimenti collettivi e le idee collettive che costituiscono la sua unità e la sua personalità”. (Émile Durkheim)

4ª Tappa
La nostra storia recente, almeno dalla fine del secolo diciannovesimo, s’incrocia con quella del Giro d’Italia, una delle costanti, uno dei punti di riferimenti per definire l’essere italiani.
In effetti, forzando i termini, lo svolgimento di una corsa denominata Giro d’Italia è la migliore dimostrazione dell’esistenza di una nazione Italia.
Eventi catastrofici hanno minato le certezze italiane a pochi anni dall’unificazione e dal trasferimento a Roma della capitale:
1896, sconfitta di Adua e crisi del colonialismo italiano;
1898, il generale Bava Beccaris spara sulla folla che manifesta a Milano;
1900, l’anarchico Bresci uccide a Monza il sovrano Umberto I.
Poteva finire peggio il secolo per il neonato stato italiano?

Il primo Giro d’Italia parte il 13 maggio 1909 da Milano. È l’inizio di una grande avventura che dura ancora oggi.
Le guerre mondiali segnano le uniche interruzioni in questa tradizione.
Il giro che riparte segna una speranza.
Particolare è la situazione al termine del secondo conflitto mondiale, con un paese raso quasi letteralmente al suolo, con strade distrutte e collegamenti precari, con i segni di una dittatura come quella fascista.
Eppure nel 1946, il Giro della “rinascita”, com’è subito etichettato dai giornalisti al seguito, con Coppi, Bartali, Magni, Ortelli, Corrieri, fa da preambolo alla ricostruzione del paese.

5ª Tappa
Fu antica miseria o un torto subito/a fare del ragazzo un feroce bandito ma al proprio destino nessuno gli sfugge/ cercavi giustizia ma trovasti la Legge.
Ma un bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere/ sa che ogni uomo ha un vizio che lo farà cadere/
e ti fece cadere la tua grande passione/ di aspettare l’arrivo dell’amico campione/quel traguardo volante ti vide in manette/brillavano al sole come due biciclette
(Francesco De Gregori)

6ª Tappa
Ignora ancora qualcuno la vicenda che avrebbe legato il campione, Costante Girardengo, al bandito, Sante Pollastri? Un’amicizia tra la leggenda e la realtà? Un contatto casuale e romanzato poi? Anche in questa vicenda, serbandone gli aspetti poco chiari, si scontrano due modi di essere italiani.

7ª Tappa
Nessun altro sport somiglia tanto ad un lavoro, nessun altro più del ciclismo. “Pedalare” – e non “tirare calci al pallone” – significa sempre più, per estensione, rimboccarsi le maniche e darsi da fare”. (Daniele Marchesini)

8ª Tappa
Il Giro d’Italia era anche la rivista della nostra povertà, in un paese distrutto e sconvolto da una guerra sciagurata. Osservavamo dalle vetture del seguito la folla, ai margini: una doppia fila di vestiti sdruciti, di camicie che apparivano attraversate dalle cannonate. Era uno specchio in cui ritrovavamo la nostra immagine. Gli italiani cominciavano appena a sorridere”. (Mario Fossati)

9ª Tappa
Può un ciclista salvare la nazione?
Il referendum del 1946 ha visto la nascita della Repubblica; la Costituzione Repubblicana è stata varata con il concorso delle diverse parti politiche e culturali del paese.
Il clima di collaborazione e di dialogo tra le forze politiche italiane, unite nella lotta al fascismo, può essere fatto risalire alla “svolta” di Salerno. Il ritorno dall’Urss di Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, e la creazione di un governo unitario hanno fatto da premessa ai passi che guidano alla nascita della Repubblica. Tale clima si dissolve con la propaganda elettorale del 1948 e le elezioni del 18 aprile che vedono la sconfitta del Fronte Popolare.

10ª Tappa
Gino Bartali prende parte al Tour del 1948; Gino Bartali ha 34 anni, una squadra non di alto livello.
Gino Bartali riceve un’accoglienza poco amichevole dai tifosi e dalla stampa francesi: l’attacco da parte dell’Italia fascista non è stato dimenticato.

11ª Tappa
Il 14 luglio 1948, lo studente siciliano, Antonio Pallante, spara a Palmiro Togliatti che sta uscendo da Montecitorio in compagnia di Nilde Jotti. La vita di Togliatti è in pericolo; il segretario del Pci è operato mentre sale la mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati con la proclamazione dello sciopero generale.
L’Italia sembra prossima a un’insurrezione popolare e a una dura reazione da parte delle forze dell’ordine guidate dal governo: la guerra civile sembra ad un passo.

12ª Tappa
Oh, quanta strada nei miei sandali/ quanta ne avrà fatta Bartali/ quel naso triste come una salita/ quegli occhi allegri da italiano in gita/ e i francesi ci rispettano/ che le balle ancora gli girano/ e tu mi fai – dobbiamo andare al cine/ – e vai al cine, vacci tu. (Paolo Conte)

13ª Tappa
Gino Bartali vince tre tappe di seguito e s’impossessa della maglia gialla. Questo è un fatto.
Tutto il resto appartiene alla storia o alla leggenda? I racconti successivi sono frutto dell’invenzione o della fantapolitica?
Mito e ciclismo si sposano ancora una volta in maniera indissolubile e la realtà si nasconde fra le ruote che girano e le maglie cariche di sudore.
Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, ha davvero telefonato a Gino Bartali pregandolo di vincere per aiutare il paese a uscire dalla confusione? Togliatti ha davvero chiesto, dopo l’intervento subito, notizie sulle imprese del campione toscano?
In fondo è davvero importante saperlo per il nostro discorso?

14ª Tappa
La vittoria di un italiano al Tour aiuta a stemperare il clima politico; la notizia della vittoria attraversa il paese come una ventata positiva e rasserena gli animi.
Non è, comunque, una bella storia? Non è comunque un sogno italiano di normalità che riporta in primo piano la funzione mitopoietica del ciclismo? Non lo amiamo forse anche per questo?

15ª Tappa
In Bartali, nato da una famiglia di agricoltori toscani, prevale il contadino, con la sua mistica elementare, la sua fede in Dio, il suo attaccamento ai valori tradizionali della terra.
In Coppi prevale invece l’operaio, sebbene anche lui sia nato in una famiglia contadina. Ma mentre Bartali è passato dall’aratro alla bicicletta, Coppi, quando ha sposato la bicicletta, aveva già ripudiato la terra.
Bartali è figlio di una zona della Toscana che è rimasta contadina, Coppi di una zona del Piemonte in cui il contadino appariva già tinto di spirito “proletario”. Per essere ancora più preciso, aggiungo che Bartali proviene da una famiglia di mezzadri, Coppi da una famiglia di braccianti. Fausto è un operaio, Gino è un agricoltore.”. (Curzio Malaparte)

16ª Tappa
Lo scandalo della “dama bianca” e la morte inattesa avvolgono la figura di Fausto Coppi. Restano aspetti poco chiari nella vita e nella morte del campione e l’amore con Giulia Occhini non ha soltanto pagine felici. L’Italia non sembra pronta a una relazione che travalica i confini del tradimento e pretende essere un nuovo ed esibito amore.
Fausto Coppi muore il 2 gennaio 1960. Fausto Coppi diviene immortale il 2 gennaio 1960.
Il modo di vivere e anche il modo di morire hanno separato Gino Bartali – vissuto molto più a lungo e costante punto di riferimento per il movimento ciclistico – e Fausto Coppi. In realtà, Gino e Fausto sono divenuti nel racconto dell’Italia due facce della stessa medaglia.
Gino e Fausto sono stati per sempre immortalati nella foto scattata lungo il Galibier con il celebre e discusso passaggio di borraccia.
Il 2 gennaio 1960 crolla anche il progetto della squadra S. Pellegrino di unire i due campioni: Gino come direttore sportivo dall’ammiraglia; Fausto ancora in sella per un ultimo anno di corse.

17ª Tappa
Dal Musichiere, programma di Mario Riva, sull’aria di Come pioveva, cantano Fausto Coppi e Gino Bartali:
Fummo rivali, però cordialmente,/ fummo nemici, ma sempre lealmente,/ l’antagonismo che ci divideva/ come piaceva, come piaceva!
Un altro mondo; un’altra Italia; un’altra poesia; un altro racconto.

18ª  Tappa
Viene su dalla fatica e dalle strade bianche / La fatica muta e bianca che non cambia mai / E va su ancora / E va su”. (Gino Paoli)

19ª Tappa
Margherita Hack interpretò il ruolo di Alfonsina Strada, la ciclista che, sfidando le idee della sua epoca, nel 1924 partecipò al Giro d’Italia.
Nel video-clip legato alla canzone dei Têtes de Bois, Alfonsina e la bici, la scienziata ha fatto rivivere il suo amore per lo sport e per la bicicletta in particolare.

20ª Tappa
Non c’era la televisione e la sua organizzazione.
C’erano i giornali; c’era la radio.
Il racconto del ciclismo è importante quanto le gare stesse.
A creare la mitologia delle due ruote hanno contribuito scrittori dati in prestito alla cronaca sportiva e giornalisti capaci di creare immagini con le parole e atmosfere con gli aggettivi.
Per fare qualche nome, hanno scritto e raccontato di ciclismo: Gianni Brera, Mario Fossati, Bruno Raschi, Curzio Malaparte, Goffredo Parise, Giovanni Comisso, Luigi Pintor, Cesare Zavattini, Alfonso Gatt…

Un solo esempio di narrazione radiofonica che si fa “monumento dello sport”.
Tappa Cuneo – Pinerolo del Giro d’Italia del 1949, vittoria di Fausto Coppi dopo 192 chilometri di fuga.
Mario Ferretti, dai microfoni della radio, presenta così l’evento:
Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”.
Che altro bisogna aggiungere?

21ª Tappa
Credo che la bicicletta è mitica per diversi aspetti. Rinvia al nostro passato mitico perché siamo tutti andati in bicicletta da adolescenti; è mitica perché è associata a grandi eventi sportivi avvenuti nel tempo e che hanno mosso l’attenzione di popoli interi; è epica perché ha visto affrontarsi campioni in duelli che erano appassionanti almeno quanto le storie dell’Iliade” (Marc Augé)

22ª Tappa
E ora giocate con noi aggiungendo tutte le tappe che volete. Ognuno avrà il suo ricordo, il suo eroe, il suo momento magico da segnalare….e in fondo questo nostro giro potrebbe durare ben oltre le cento tappe.

Antonio Fresa

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