Note sul ciclismo e sui corridori dopo il Giro e prima del Tour de France

ciclismo
history 17 minuti di lettura

Il Giro d’Italia 2022 mi ha deluso. Tappe con otto minuti circa di vantaggio concesso dal grosso del gruppo, dove erano ben coperti i grandi calibri a favore di fughe azzardate ma non troppo. Per poi contendersi negli ultimi chilometri tra i big della classifica generale il vantaggio di soli tre secondi al massimo, senza mai scalfire questa micro-differenza. Tre secondi : uno, due, tre. Forse circa trenta metri di distacco di Richard Carapaz – Ecuador -, sul secondo. Fino alla fine della penultima tappa.

Una singolarità forse mai vista, che potrebbe ripetersi, come prassi corrente, poco incline, in effetti, allo spirito sportivo che è lotta dal principio alla fine.
Le strategie razionali stanno prendendo, invece, il sopravvento. Radioline che invadono le orecchie e il cervello dei corridoi, con ammiraglie invadenti, che controllano al millimetro e al secondo il cervello dei ciclisti. Una specie di plagio, con ognuno un suo esatto compito. Su piani e programmi preventivi, meticolosamente studiati nei mesi precedenti, e soprattutto durante corsa e/o giorno prima. I corridori non sono più liberi, non seguono il loro istinto sportivo come una volta, che viene, invece, addomesticato. Ormai una “professione” controllata al minimo dettaglio.
Sono liberi solo i gregari, e solo quando perdono il riferimento del capitano, per abbandono od altro. Tutto è dedicato a quel leader che una mente divina lo ha designato a tavolino, o per fama e/o capacità nota, come colui al quale viene offerta una fatica sovrumana per tirare allo spasimo. Come un antico sacrificio.
Allenamenti estenuanti in altura, che, forse, non sono ancora scientificamente studiati ed approfonditi, perché poi spesso si rivoltano in sorprese sorprendenti in negativo. Crolli che non sono solo momentanei o giornalieri, ma misteriosi, anche perché al fisico umano non si comanda e troppo spesso ci sovrasta.
Anche le cadute non sono, forse, solo accidentali. Imperizia o giramento di vite per errata preparazione o altro. Preparazioni disumane. Studi personalizzati alla galleria del vento, sui mezzi e sui corpi umani. Diete pazzesche. Il tutto condito con allineamenti ed appiattimenti generali del livello ciclistico globale. Non c’è più grande divaricazione tra i grandi, i medi, gli scadenti (tutti fuoriclasse, più o meno, sempre più uniformante), per cui, necessariamente, si deve ricorrere a qualcosa di più, in termini di allenamenti, preparazioni, tecnologia (le biciclette stanno diventando tecnologicamente sempre più marziane. Tra poco gareggeranno con la tecnologia dei bolidi di Formula Uno).
Non malignammo, al proposito, ed ancora per una ennesima volta sulle pratiche di doping, anche perché credo che in questo, soprattutto nel ciclismo, si è calcata troppo la mano, forse con uno zelo oltre il normale.

Solo qualche ciclista emergente, sta sopra la media, già di per sé elevatissima. E si tratta di corridori non più italiani come una volta, e solo qualche anno fa. Nonostante l’Italia – in particolare Toscana o qualche altra regione -, dispongano di “Scuole di ciclismo” di altissimo livello, forse a scala mondiale. Dove, in particolare, vengono ad imparare anche e soprattutto ciclisti stranieri, e tra questi alcuni attualmente più dotati. Ce ne accorgiamo chiaramente soprattutto in alcune interviste del dopo-gara, perché alcuni di loro li sentiamo parlare in un buon italiano.
E poi questo lo ritroviamo nella composizione delle grandi squadre ciclistiche, nelle quali gli italiani sono sporadici, relegati ormai è troppo spesso a funzioni complementari di gregari condannati alla fatica, come oscuri rematori. Anche nel ciclismo, come nel calcio, si sta affermando la pratica dei “mercenari”. Senza esagerare, a tutti i livelli, perché siamo in una Comunità europea, che va rispettata nel libero scambio. Ma guardando anche alle antiche tradizioni.
Recentemente è apparsa la proposta di individuare squadre più specificamente di derivazione nazionale, senza creare competizioni geo-politiche o altro, quindi con “prevalenza” di corridori nazionali.
Ci assale subito, al proposito, il paragone calcistico, dove le squadre più quotate a livello europeo e mondiale – per esempio la triade italiana (Juventus, Inter, Milan) sembra ormai appartenere all’Italia solo per posizione geografica – sono composte in maniera eterogenea, ma prevalente (10/11 se non 11/11) da calciatori stranieri, dimenticando il patrimonio calcistico dei nostri “settori giovanili”, rimpinzando, così, soltanto le categorie inferiori, che rimarranno sempre tali. Pochissime le scuole di calcio : costano troppo e per questo si ricorre al mercato esterno? Come rinunciare al “Made in Italy” per il “Made in China”.
L’élite del calcio italiano sembra ormai partecipare alle serie nazionali, quasi come se fosse solo un allenamento interno. I campionati veri e propri sono ormai solo quelli continentali, europei o mondiali. Il resto è secondario, complementare.
Anche per questo il vivaio della Nazionale italiana scarseggia, perché non esistono più iniziative lunghe di allevamento calcistico. È molto più comodo andare ai mercati calcistici e comprare giocatori di altre ed alte estrazioni, già formati e di livello ormai noto.

Nel ciclismo sta succedendo, o potrebbe succedere la stessa cosa? Le squadre principali, vengono formate in analoghi “mercati ciclistici”, dove si scelgono, a prescindere dalla derivazione nazionale, i corridori specificamente adeguati a precisi programmi generali. Squadre con obiettivi di classifica; Squadre con obiettivi per le tappe di velocità, o di montagna; Squadre che perseguono obiettivi di tappa in linea; eccetera. Le squadre d’assalto sportivo in generale quasi non esistono più.
I fuoriclasse dell’attuale momento ciclistico – non italiani – sono, per esempio, Van Aert, Van Der Poel, Roglic, Alaphilippe (rediviva Francia, nazione anch’essa in difficoltà ciclistica anoressica) e qualche altro e nessuno più.
Soprattutto Tadej Pogačar che sta dimostrando di stare sopra a tutti. Un nuovo marziano! Come una volta, tanti anni fa, c’erano Gino Bartali, Fausto Coppi, Eddy Merckx.
Come non ricordare quando l’Italia era divisa in due tra “Coppiani” e “Bartaliani”? Era un modo per esprimere il massimo della passione ciclistica, tutta italiana in tal caso. Quindi francese, spagnola. E da qui la passione ha dilagante nel mondo intero.
Recentemente anche la Grecia ha inaugurato il suo primo Giro della Grecia. Interessante sia per terreno accidentato e paesaggistico, sia per storia e cultura eterna.

Poi sono arrivati gli ultimi corridori-robot che fanno l’altalena tra la passione e la tecnologia sempre più spinta. Costruiti dentro il circuito della programmazione digitale.
Ai tempi di Coppi e Bartali – io, già allora, per Coppi -, la tecnologia era solo quella di un corpo naturalmente dotato di capacità superiori. Tecnologia naturale, alla quale si potrebbe o si dovrebbe ritornare.
Bartali un “umano” duro, con una forza di volontà impressionante. Sono passati molti anni e ho saputo della sua generosità per gli altri, oltre che della sua sola umanità. Con molto ritardo, allora, sono diventato “Bartaliano” (mantenendo grande rispetto per l’amato Coppi). Il senso umano ha dentro di me vinto alla grande. E così dovrebbe essere per il nuovo Ciclismo e per il futuro in generale.
Con questo voglio dire, allora come ora, che nello sport, e soprattutto nel mio preferito “Ciclismo”, conta l’umanità mista a tutti i livelli, quindi una maggiore generosità bartaliana per lo sport tradotto in termini di “vita” per sé e per gli altri. Soprattutto in conseguenza di tutti gli eventi drammatici che da qualche anno ci stanno coinvolgendo e sempre più demoralizzando.
(Tralascio nel discorso l’emozione antica di aver visto di persona, in tempi diversi, sia Coppi in corsa, e sia Bartali, non più corridore, al seguito del Giro d’Italia in moto).

Pogačar eccelle, allora, in tutti i campi, con una potenza fuori del normale. Il suo direttore sportivo ultimamente ha dichiarato, senza indicare il dato del suo Campione, che l’intera compagnia ciclistica in lizza, sta ad un indice di watt assolutamente inferiore a quello di Pogačar, che a questo punto potrebbe vincere tutto quello che c’è, e per un lungo periodo, vista la sua giovane età. Nonostante qualche ingenuità dimostrata in alcuni ultimi episodi.
È stato evidenziato che ha sopravanzato alcuni record dello stesso Marco Pantani, che per me è stato, e sempre rimarrà, il mio più grande campione del cuore.
Sarà pure che Pogačar sovrasterà i limiti di Pantani, ma lo slovacco lo fa in progressione quasi inavvertibile e non sembra nemmeno che stia facendo una cosa eccezionale. Tutto normale! Pantani, invece, al momento propizio toglieva la bandana, o faceva volare gli occhiali, e scattava come una freccia a velocità supersonica, con pendenze proibitive. In pochi secondi il Gruppo era ad una distanza da lui di un centinaio di metri. E poi continuava, continuava sempre di più, salendo sui pedali e sedendosi alternativamente a mani basse. Guardavo come roteavano i suoi piedi sui pedali : Era un giro armonioso, che non ho mai più visto ad altri corridori scalatori. Gli ultimi metri del traguardo Marco li faceva volando. La gente dietro la televisione impazziva. Tadej Pogačar vince, ma con flemma, sia pure apparentemente normale, comunque andando agli stessi ritmi di Pantani.
Una volta in un’intervista Marco Pantani ha dichiarato: “In salita corro più degli altri, perché soffro e voglio che la salita finisca subito!”. Un’espressione che dice il massimo della passione e dell’entusiasmo prettamente umano. Anche ingenuo, se vogliamo, come per confermare che era solo un uomo, e come tale soffriva, senza per questo dichiararsi “sovra-umano”.

Vincenzo Nibali è stato l’ultimo grande, grandissimo, campione dell’era italiana. Ma – spero di non sbagliare – lo stesso Nibali, corridore di classe fine, avrebbe ed ha ancora oggi – perché continua a stare nella mischia perché l’Italia intera, giustamente, vuole vederlo ancora nel Gruppo degli scalatori -, notevole difficoltà a stare nella nuova era dello sport folle, non solo per età, ma anche per nuovi ritmi di forza bruta, che i Corridori di oggi sempre piu sprigionano.

La forza bruta ce l’ha anche il nostro Filippo Ganna, che, però, è altamente specializzato nelle corse a cronometro. Possibile che una tale forza non possa essere distribuita in modo diverso? Come Pogačare il famoso Fausto Coppi, che vinceva in tutte le specialità,.
Anche se, per la verità, il divario tra il fuoriclasse e il gruppo dei corridori di allora era molto più manifesta.
Ganna, alla prima cronometro del Tour de France 2022, vincerà senz’altro ed indosserà la prima maglia gialla, che terrà per alcune tappe della corsa francese, che, a differenza del Giro italiano, è dedicata nella primissima fase (prima settimana all’incirca) prevalentemente agli sprint dei velocisti. Poi, ancora con la maglia gialla addosso, Ganna si distinguerà come gregario di lusso.
Non mi piace questa cosa, che è l’esaltazione dell’immagine moderna in negativo (per alcuni in positivo) della figura attuale del gregario. Oppure dei cosiddetti “tiratori di gruppo”, che stanno lì a tirare come muli per chilometri e chilometri. E il peloton segue , come gregge, anche per interminabili salite. Gli instancabili gregari-tiratori, di colpo mollano, si abbandonano alla coda del gruppo irriconoscente, esausti.
Giusto per far conservare ai capitani i loro giochetti dei vantaggi in secondi.
Diversa è la strategia del Giro d’Italia che già nella prima settimana, introduce qualche tappa in salita severa (Etna, Blockhouse), con la logica di ridisegnare a metà corsa una classifica più chiara e credibile. Invece, come abbiamo visto, questa strategia viene utilizzata in modo apatico, creando solo piccolissime differenze di classifica, che poi rimangono fino alla fine.

Mi sono trovato in un certo senso in sintonia con la critica di Cipollini espressa nel Processo del Cronometro finale, in chiusura definitiva dell’ultimo Giro d’Italia del 2022. Mario Cipollini è l’attuale “Grillo parlante” del ciclismo italiano. Ho notato che questo ed altri suoi interventi critici sull’attuale momento del nostro sport, invece che essere preso come motivo di dialogo costruttivo, tende a provocare una reazione opposta, per cui mi sembra che Mario non sia più tanto ascoltato nei media nazionali, come invece dovrebbe (privilegiare i confronti costruttivi). Un Grillo parlante, proprio in questo momento di passaggio epocale, sarebbe quanto mai opportuno e necessario. I recenti problemi nazionali in un certo senso hanno creato un dualismo ormai invalicabile, l’uno vincente, escludente, l’altro accantonato.

L’altra polemica di Mario Cipollini è incentrata sulle politiche adottate negli otto anni di Commissariato tecnico da parte di Davide Cassani. Giusto o non giusto, occorre comunque parlare e confrontarsi anche su questo, soprattutto quando alcune azioni sono rivolte ai settori giovanili, il nostro futuro.
Mario Cipollini – a parte la sua pervicacia di allenamento forsennato, a dispregio della sua età, tanto da poterlo quasi convincerlo di ritornare alle gare -, mi ripropone alla mente il grande, grandissimo vecchio, Gino Bartali, il vecchio Grillo, che ripeteva, fino allo spasimo, “l’è tutto da rifare”. Uno slogan che potrebbe essere ripetuto ancora oggi, con più voce e vigore.

Una gara a cronometro inutile, quindi, quella dell’ultimo Giro d’Italia/2022, quando, in effetti, è stata la penultima tappa che ha sovvertito davvero tutte le sottili strategie e programmazioni meticolose da farmacista, anche lui annoiato dalle tappe dei giorni precedenti, non fosse per le fughe comunque arrembanti, ma da parte di corridori poco noti. Comunque intraprendenti e ai quali va un affettuoso plauso, e in un certo senso, riconoscenza, perché tracciano, comunque, qualche nuovo percorso.
L’ultima gara a cronometro – vinta da Matteo Sobrero, campione italiano a cronometro – è stata anche questa un gioco psicologico, scoraggiando chi ha ceduto alla penultima tappa – per crisi non momentanea, o, viceversa, sostanziale? -, e caricando, al tempo stesso, oltre ogni umana capacità, di chi il giorno prima ha fatto lo scatto della vita.
Abbiamo, così, assistito nella penultima tappa in linea all’ultimo scatto di Jai Hindley – team Bora-Hansgrohe -, che viene dalla lontana Australia – forse la prima vittoria australiana ad un grande Giro (il ciclismo contemporaneo si sta allargando al mondo).
Non sapremo mai se è stato un atto di un eroe, o uno scatto meditato giorni prima e tenuto in serbo (nascosto) fino all’ultimo, o se è forza genuina, che viene fuori come gesto divino, dopo un Giro d’Italia troppo, troppo duro.
In effetti negli ultimi decenni il Giro d’Italia si è sempre più inasprito, come per controbilanciare la disattenzione per la nostra gara nazionale, da parte del resto del Mondo, quindi delle maggiori squadre, e soprattutto da parte dei grandi campioni, che prediligono il Tour de France come la più ambita arena ciclistica competitiva. Da sempre, o forse solo da alcuni decenni, dopo che il Giro d’Italia ha commesso alcuni errori di valutazione e di valorizzazione contestuale, di percorso, di immagine, di strategie, o di altri fattori.

Il Giro d’Italia durissimo, come il Tour de France velocissimo.
Due difficoltà confrontabili, oppure non confrontabili, a vantaggio della gara francese evidentemente.
Entrambe sempre più severe, e con un crescente livellamento della capacità ciclistica generale complessiva, tanto da diventare impossibile vincere contemporaneamente, in uno stesso anno, Giro d’Italia e Tour de France. Lo hanno fatto solo i più grandi ciclisti della storia, e in ultimo (1998) lo ha fatto, alla grande, il nostro Marco Pantani, correndo in Gruppo in tutte le tappe prive di pendenze, e poi scattando mille volte in tutte le mille salite. Gettando mille bandane e non so quanti occhiali.
Pantani avrebbe forse fatto il bis l’anno dopo (1999), ma colpevolezza o innocenza, delinquenza organizzata o ingenuità, ignorando tutto, hanno distrutto non solo una persona forte e fragile al tempo stesso, ma hanno anche minato il senso della umanità dentro il ciclismo. Soprattutto insita nel carattere ed identità nazionale, tipica italiana.
Forse perché già allora il ciclismo stava cambiando. Poi in crescendo è diventato un evento, anch’esso, della grande fenomenologia politica globale, globalizzata. Dove il senso “umano” diventa illusorio.
Rimane solo a chi fa il tifo ciclistico, calcistico, e altro, per alimentare “giri” più grandi. E anche queste persone, alla lunga, si rendono conto di una loro nuova solitudine.
Credo, invece, che il Ciclismo, più di altri sport, possa e debba rientrare nell’ambito “umano” completo, perché sono troppo grandi i sacrifici e la fatica dei corridori in quanto “persone”, snocciolando chilometri su chilometri, fatica su fatica.
Il Giro d’Italia potrebbe più di altre gare sportive operare questo miracolo di cambiamento, magari trascinando il resto. Anche perché si svolge nel Paese dell’Arte, che è emozione in tutti gli angoli e in tutte le strade. Il Paese del dialogo, dell’amicizia, dell’amore.
Il Giro d’Italia deve scommettere sempre più sulla sua insita e profonda possibilità di una sceneggiatura paesaggistica impareggiabile (nonché storica artistica), mettendola a confronto continuo con la gara. Diventando un tutt’uno, stabilendo alcune particolari interscale di ripresa delle interminabili ore di gara, e che, invece, vengono dedicate ad una discussione altrettanto noiosa. Sproloqui lunghissimi, più specificamente tecnici, tecnicismi ciclistici – come è anche giusto che sia -, ma con eventuali e maggiori commenti intersecati, in modo coerente e qualificato, mettendo in massima sintonia la grande scena italiana con uno dei più amati sport italiani. Evidenziando la specificità e specialità del contesto, nel quale la corsa italiana si svolge.
Gara unica quella sull’Etna, come lu è stata, talvolta, la gara sul Vesuvio, sul Blockhouse dell’Abruzzo.
Lasciando ed esaltando maggiormente la visibilità talvolta dei monumenti e delle zone storiche, che, talvolta, accolgono l’arrivo delle rispettive tappe. Non lasciando preminenza asfissiante alle pubblicità ed ai palchi (sempre solo pubblicitari), che nascondono ogni possibilità di capire dove la corsa è arrivata.
Dicono stesso i corridori che il loro impegno sportivo è talmente gravoso che non riescono a vedere e godere del paesaggio che attraversano. Peccato! Perché se riuscissero a farlo, potrebbero anche loro innamorarsi di più del favoloso Giro d’Italia. E correre da noi con maggiore convinzione e gioia.

La premiazione ultima del Tour de France è favolosa. La pubblicità diventa secondaria rispetto allo scenario del Viale dei Campi Elisi che fa da cannocchiale sul tramonto giallo dell’Arco di Trionfo. Il periodo di stanca del Giro d’Italia è forse sottolineato dal tono minore e l’atmosfera di stanca nell’Arena di Verona, che ha avuto il solito baldacchino pubblicitario a nasconderla parzialmente. Diverse da quando l’evento è artistico e la scena dell’Arena è Arte. Anche il ciclismo può concludersi con Arte, invece che con pubblicità.
Anche il “Processo alla tappa”, in sintonia con il tutto, del Giro d’Italia 2022 è stato deludente.

Ritornerà a volare il Giro d’Italia? Così come l’intero circo mondiale del ciclismo?
Se il Giro d’Italia del 2022 è stato in un certo senso deludente, potrà il prossimo Tour de France essere la nuova occasione di rilancio di interesse puro?

Mentre esprimo questi auspici un nuovo pericolo si profila all’orizzonte anche del ciclismo, che è quello del “Ciclismo virtuale”, con lo specifico programma online Zwift, e con il quale si può correre in simulazione digitale con grandi ciclisti e in grandi Giri. Un nuovo “metaverso” insomma, con il quale si ha la possibilità, con il proprio Avatar, di entrare in mondi paralleli. Nei quali si ha possibilità di creare una propria partecipazione “duale” in prima (o seconda) persona alle gare ciclistiche ambite.
Avevo visto cose del genere in alcuni programmi digitali calcistici, nei quali si entra con una propria squadra e gareggiare direttamente (indirettamente) con altre squadre dirette da professionisti o di persone eguali a noi.
Eustacchio Franco Antonucci

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article