Giulia Galeotti; Siamo una rivoluzione. Vita di Dorothy Day

Giulia Galeotti Vita di Dorothy Day
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La complessità è una cifra essenziale della trama esistenziale di Dorothy Day. Una delle protagoniste del novecento statunitense e non, la Day ebbe una vita particolarmente tumultuosa che ha attraversato quasi interamente il secolo scorso: dal periodo della Grande Depressione con milioni di americani disoccupati alla II Guerra mondiale, dall’attacco di Pearl Harbor alle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, dalla rivoluzione castrista alla crisi dei missili a Cuba, dall’opposizione alla guerra del Vietnam al Concilio Ecumenico Vaticano II.

Com’è noto nel suo storico discorso al Congresso degli Stati Uniti, papa Francesco evocò la sua storia con affetto insieme a quella di altri tre americani – Abramo Lincoln, Thomas Merton e Martin Luther King – la cui testimonianza è stata spesso confliggente con il potere costituito. Il Santo Padre ha ricordato Dorothy Day come icona di giustizia in una società afflitta dalla povertà materiale e spirituale, lodando l’attivismo sociale e la passione per la giustizia ispirati «dal Vangelo, dalla sua fede e dall’esempio dei santi». Dal discorso del pontefice al Congresso, la Day è diventata oggetto di un rinnovato interesse nel mondo cattolico che va di pari passo con il pontificato di papa Francesco che fin dai primissimi passi ha messo al centro la povertà, sull’esempio di Francesco d’Assisi che una tradizione consolidata chiama alter Christus, una «icona viva del Cristo».

La bella e brava giornalista Giulia Galeotti nel suo ultimo libro, Siamo una rivoluzione. Vita di Dorothy Day ci offre una biografia particolarmente accattivante, analizzando senza moralismi le vicende di una donna decisamente straordinaria. Day fin da giovanissima, appena quindicenne, inizia a cercare la bellezza «dove imperava la desolazione» e al contempo si accorge di come i poveri vengano «considerati inconcludenti di nessun valore o talento, unici responsabili della loro sorte». Quest’ultimo passaggio – come spiega la Galeotti – segna la sua diffidenza per tutte le chiese che considera complici di un’idea di povertà declinata solo in termini di beneficenza. «Non vedevo nessuno – scrisse Doroty Day – che si toglieva il mantello per donarlo a un povero. Non vedevo nessuno che dava un banchetto invitando zoppi, storpi e ciechi. (…) Non volevo che solo pochi di spirito missionario (…) fossero gentili con i poveri. Volevo che tutti fossero gentili, che ogni casa fosse aperta (…), come era avvenuto dopo il terremoto di San Francisco. (…) In quell’amore c’era vita abbondante, ma non sapevo proprio come trovarlo».
Sperimentò, nella sua inquietudine, numerose esperienze e da giovane donna comprende già molte cose: fare la giornalista – era figlia di giornalista e scrisse per diversi giornali – somiglia al lavoro dell’infermiera. Diventò perciò infermiera – per un anno quando tra il 1918 e il 1919 anche negli Stati Uniti imperversa l’epidemia dell’influenza spagnola – spendendosi con generosità vicino ai letti dei malati più poveri. La vicinanza tra giornalismo e professione sanitaria è interessante soprattutto dopo aver vissuto l’emergenza pandemica e in relazione a chi ancora costruisce fantasie sull’eroismo pandemico vocazionale: «era impossibile commuoversi a lungo delle sofferenze – ebbe a raccontare la Day – perché le tragedie si susseguivano. E si era troppo in contatto di esse per avere la prospettiva. Succedevano troppo spesso. Ci pesavano addosso, dandoci una sensazione di immobilità e pacatezza; e poi il continuo daffare non lasciava spazio per pensare». Sono anche anni di intensa militanza politica, conobbe il carcere e dentro questo tumulto di vita entrarono prorompenti gli amori e una gravidanza inattesa. È questo un momento cruciale, perché la Day scelse di abortire e soffrirà per tutta la vita la pena di questa decisione. Sono anche anni caratterizzati da profonde domande: «siamo nati per fare domande e per trovare risposte, quindi ci rivolgiamo a Dio (…). Ovviamente possiamo attraversare la vita senza porci alcuna domanda, e questa è una tragedia: tanti vivono le loro vite nella cecità morale».

Giulia Galeotti  Vita di Dorothy Day

Il 4 marzo 1926 nasce la figlia Tamar Teresa. Inizia a sentire la conversione come una necessità vitale, improrogabile. Tutto la porta lì, anche se sa benissimo il prezzo salato che dovrà pagare. Infatti, la sua scelta di battezzare la figlia e di convertirsi non erano condivise da Batterham, il padre di Tamar, dai suoi amici e dai suoi familiari. Convertendosi Day non abbandona le sue convinzioni politiche, ma giunge alla conclusione che il vangelo parli di comunione e di solidarietà in un senso molto più ampio. È dal mondo radicale che Day – ricorda la Galeotti – «ha imparato a guardare ai lavoratori come ai campioni nobili della storia, ma è da cattolica che decide di dedicare loro la sua vita». La Day scriverà alcuni dopo: «C’era abbondanza di carità, ma poca giustizia. (…) Sentivo che la Chiesa era la chiesa dei poveri, che quella di San Patrizio era stata costruita con le elemosine delle servette, che essa si occupava degli emigranti, fondava ospedali, orfanotrofi, asili nido, case del Buon Pastore, ospizi per anziani, ma allo stesso tempo sentivo che non affrontava l’ordine sociale».

Convertendosi Day non abbandona le sue convinzioni politiche, ma giunge alla conclusione che il Vangelo parli di comunione e di solidarietà in un senso molto più ampio. È dal mondo radicale che Day ha imparato a guardare ai lavoratori come ai campioni nobili della storia, ma è da cattolica che decide di dedicare loro la sua vita. Vengono alla mente le parole pronunciate da Giuliano Amato, diversi anni fa, quando in qualità di laico nel corso della presentazione di un libro sul dialogo tra fede e ragione di un altro laico, Arrigo Levi, disse: «Noi siamo capaci di dedicare la nostra vita a missioni che non sono missioni d’ amore, ma di impegno civile, che sono cosa ben diversa. Noi siamo meno capaci di coinvolgere gli altri. Questo è il problema ed il vero limite della fede laica. Ciò che vedo nelle persone di fede religiosa è quello straordinario amore che hanno per gli altri, che li porta a rinunciare, ad accogliere altre persone in casa propria, a rinunciare perfino alla propria verità per amore. (…) Io posso fare solo questa constatazione (…) Quella marcia in più, quel sovrappiù le vedo nelle persone di fede religiosa. Lo vedo al lavoro nelle persone di fede religiosa».

La Day qualche anno dopo ebbe l’incontro cruciale con Peter Maurin, «l’agitatore» che nel maggio 1933 a New York comincia a pubblicare un nuovo giornale, The Catholik Worker; la prima tiratura è di 2.500 copie, nel 1936 arrivano a 150mila. Il primo numero dedicato ai lavoratori neri sfruttati nelle dighe del Sud, il secondo agli scioperi agricoli del Midwest, poi quello dei tessili e del lavoro minorile, i minatori e via così tra le categorie più colpite dalla crisi fino ad arrivare a temi come l’antisemitismo. Conseguentemente nascono le prime case di ospitalità, ricoveri, fattorie e ripari notturni, poi diventato un movimento mondiale, per chi non aveva niente, dove poter vivere dignitosamente. Molte ne sono state fondate, oltre che a New York, a Chicago e Detroit, Baltimora, Pittsburg, Buffalo, Los Angeles, Houma e in decine di altre città.

Il libro della Galeotti è ricco di aneddoti, ma è nella descrizione del rapporto della Day con i più poveri, dei dimenticati di cui non importa niente a nessuno e cui aveva fatto spazio durante tutta la sua vita, – viandanti che le hanno concesso il dono più grande, quello di ascoltare in silenzio la propria storia mettendo fine a una lunghissima solitudine – che si coglie la ricchezza del volume. Per Doroty Day i poveri non erano dei clienti di cui occuparsi, ma dei fratelli, dei familiari. Attraverso la sua vicenda esistenziale emerge con maggiore evidenza la forza rivoluzionaria che la carità ha avuto e continua ad avere negli uomini. Si comprende ancor di più l’azione di carità della Chiesa e quanto sta accadendo con papa Francesco. I venti secoli di cristianesimo mostrano chiaramente – ha osservato Vincenzo Paglia – che i grandi momenti di riforma della Chiesa (quando cioè la comunità cristiana ha sentito l’urgenza di riprendere la «forma evangelica» di vita) sono sempre stati segnati da un rinnovato impegno in favore dei poveri. Doroty Day visse in sintonia con il messaggio sbocciato nel Concilio Vaticano II: realizzare una Chiesa povera e per i poveri. Nella sua vita sembrano risuonare le parole di Paolo VI durante l’omelia della celebrazione al termine del Concilio: «L’antica storia del buon samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo». Oggi quella «simpatia immensa» è ricambiata dagli uomini e dalle donne di questo tempo, ed è indirizzata a papa Francesco.

Antonio Salvati

Giulia Galeotti
Siamo una rivoluzione. Vita di Dorothy Day
Jaca Book 2022
pp. 488
€ 29,00)

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