Giulia: “insegno arte ai bambini”.

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Boston primi di maggio 2019.
–  Ciao Giulia come stai?
La incontro a Boston, nella mensa universitaria…  che è una mensa me lo dice lei, sembra un bistrot elegantissimo, orchidee dappertutto, scale di legno per il piano di sopra, vetrate altissime, un posto che stai dentro, ma guardi fuori il passeggio e le foto con il cellulare dei neolaureati con tanto di pennacchio rosso, come siamo abituati a vederli nei film americani.

Ciao Stefania, bene, ho tempo per un caffè poi andiamo al Museo che inizio a lavorare.

Giulia Wilkins

Giulia è  elegante, esile, 24 anni, capelli lunghi di seta scura, sembra una fanciulla di provenienza mediorientale, occhi allungati un trucco leggero e un bel sorriso divertito quando è accompagnato da un lampo negli occhi, quando parla degli americani.
Zucchero?
Poco e integrale.
Allora mi racconti un po’ come da Piazzale degli Eroi ora abiti qui?
Si, allora, quando ero alla Sapienza, una sera ho incontrato mio marito in un pub, in centro a Roma. Lui americano, ci siamo piaciuti immediatamente, e mi sono resa conto che dovevo migliorare il mio inglese.
Sono andata a Londra qualche mese e….
Scusami dicevi  l’Università.
– Ah sì, ho una laurea in lettere moderne e ho sempre amato l’arte, in tutte le sue forme e nelle mie intenzioni c’era un master, che solo all’estero puoi frequentare, per lavorare nel mondo dell’arte e offrire la mia competenza al bello, bellissimo che l’arte rappresenta per me.

Quando dice questo si vede nell’aria la linearità di una giovane intelligente: studio quel che mi piace, esprimo il mio talento, perfeziono l’inglese, approfondisco con un master e trattandosi di arte, lavorerò sicuramente in Italia…

Grazie, Giulia, quindi dicevi sei andata a Londra e poi?
Poi mi sono sposata e vivo qui con mio marito, lavoro al Museum of Fine Arts, a progetto….
Cosa fai di preciso?
Conduco laboratori di arte per bambini, insegno loro a dipingere e spiego le diverse tecniche, faccio la guida, insomma quello che serve. A volte si appassionano soprattutto alle narrazioni del mondo antico, egiziano e greco/romano. Ho seguito a Washington DC un approfondimento sulla tecnica VTS, Visual Thinking Stratewgies, per integrarla nel museo.
In cosa consiste esattamente?
Nel comporre tre domande, per conoscere l’opera d’arte senza alcun pregiudizio o informazioni precedente relativa al contesto storico, solo attraverso colori, forme e figure per capire l’intenzione dell’autore e della comunicazione che vuole condividere con la sua opera.

Ah, ho anche lavorato allo stand del festival giapponese, Japanese Festival, al Boston Public Garden. La comunità giapponese è significativamente numerosa qui e il festival è un modo di rappresentare usi e tradizioni in inclusione con la popolazione. Tieni conto che qui i bostoniani in senso stretto sono pochi, la città-  vive di studenti universitari provenienti da ogni parte del mondo, e quando finiscono le session, Boston si svuota veramente.
Ti manca l’Italia?
Un po’ soprattutto per il clima, qui fa freddo davvero, neve, bufere. La città e’ bellissima, somiglia a Dublino con le dimensioni statunitensi, la giri a piedi e la metro collega qualsiasi punto della città all’altro. E, ti aggiungo il mio altro impegno professionale, visto che mi chiedi dell’Italia:  insegno arte in italiano, e questo mi piace moltissimo.
– Tra poco inizia il mio turno al museo, vuoi fare una visita? È molto bello. Ci vediamo dopo.
Volentieri, grazie a dopo.

Entro nel primo salone del Museum of fine Arts e vedo un abete di cristallo verde, lo fotografo subito, faccio un giro e entra una scolaresca di bambini 6/8 anni, sorridenti, in silenzio, si accomodano di fronte ad un enorme dipinto, con scene di guerra, l’accompagnatrice spiega un po’ e poi inizia un gioco interattivo con loro a domande e via via alzano la mano a rispondere. Utile anche per me, un inglese elementare, riesco a capire anch’io…
Immagino Giulia faccia questo quando è il suo turno, diffondere conoscenza, trasmettere la passione, far focalizzare dettagli per educare lo sguardo al bello, da piccoli a raffinare l’abitudine virtuosa di guardare l’arte.
Finisco il giro lentamente di tutto il Museo, mostre estemporanee comprese… Sono passate piu’ di tre ore.
Eccomi, messaggio di Giulia. Leggo Giulia Wilkins, e sorrido, ha scelto il cognome di suo marito, una nota romantica, di altri tempi.
Arriva sorridente, con le mani pitturate che neanche il sapone più aggressivo può pulire.
Oggi mi hanno fatto impazzire, milioni di domande, indisciplinati… Volevano ogni tipo di colore…
Insomma ragazzini vitali e vivi…
Lo dice soddisfatta.
Andiamo a pranzo a mensa?
Ridiamo e usciamo dal Museo, tirando su il cappuccio e sistemando la sciarpa. Nove gradi e siamo a maggio, capisco benissimo la nostalgia dell’Italia…

Stefania Ratini

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