Giulio Di Meo: fotografia e memoria

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Le fotografie di Giulio Di Meo mostrano, vicini o lontani che siano, volti e luoghi che allargano i nostri confini culturali e regalano la possibilità di nuovi incontri: un’opera per la memoria dell’umanità che cambia.

La memoria si lega, nella nostra conversazione, al tempo e, mentre proviamo a raccontarci chi siamo e come siamo giunti l’uno di lato all’altro, le immagini di Giulio Di Meo mi aiutano a capire che uno sguardo diverso deve accompagnarmi nell’entrare nella sua “narrazione”.

Brasile, Movimento Sem Terra. Foto Giulio Di Meo

La fotografia ha per me una parte di magia e di mistero perché, quando mi capita di dialogare con i fotografi, grazie a loro, scopro ciò che non avevo visto e comprendo che, grazie alla loro perizia, mi stavano parlando anche di quello che non si vede nell’immagine; mi costringono, con questa esperienza paradossale, a rivedere i confini delle mie certezze.

E in queste fotografie di Giulio Di Meo ritrovo un sottile filo nascosto che mi aiuta a farmi padrone dei miei pensieri.
Parto da quello che conosco e studio per giungere a quello che ignoravo, seguendo una linea che è stata tracciata dalle fotografie e dagli scatti.
Nel campo della ricerca storica, quella che più immediatamente sono portato a percepire, l’attenzione per la Shoah guida anche alla consapevolezza del venire meno, per ragioni anagrafiche, di tutti i testimoni privilegiati delle vicende.
Questa emergenza ci restituisce piena la necessità di farci custodi della memoria: divenire capaci di raccogliere il testimone da chi non avrà più voce per portarci ancora avanti nel tempo.
Questa è la linea che lega la memoria al nostro tempo e al nostro orizzonte etico.

Priovincia di Caserta, condizione immigranti .Foto Giulio Di Meo
Camerun. Foto Giulio Di Meo
Camerun. Foto Giulio Di Meo

Ed ecco le fotografie a chiamarci a un’altra esperienza. La memoria è anche altro: essa è attiva nel presente, secondo una dimensione che viene da definire, per condensare il tutto in un’espressione, come una geografia della vita umana, in tutte le sue forme e in tutti i suoi bisogni.

Arroccati nella nostra convinzione, convinti di doverci difendere dagli invasori, viviamo spesso una contraddizione totale tra l’espansione di tutti i mezzi di comunicazione e la nostra reale conoscenza del pianeta.

Tutti presi a fotografare noi stessi (il selfie è una condanna), mentre trasformiamo tutto in immagine che scorre senza posa attraverso i cosiddetti “social”, ci convinciamo che il mondo è quello che vediamo noi o la cerchia – apparentemente ampia – dei nostri amici.

In altri termini finiamo per comprendere ciò che già vediamo, per pensare ciò che ci rassicura nella nostra identità, per adorare delle comuni divinità che ci donino l’apparenza della sovranità: siamo padroni nella cerchia o nella prigione della nostra convinzione.

Cuba. Foto Giulio Di Meo
Cuba. Foto Giulio Di Meo

Giulio Di Meo, partito da Capua e quindi dalla mia stessa regione, ci costringe alla memoria del presente quando consegna alla nostra vista i volti di altri uomini che vivono questo pianeta oggi e contemporaneamente a noi: non tutti vivono come noi, non tutti sono come noi, non tutti sono quello che noi immaginiamo.

I loro volti si animano su sfondi che non sono quelli della nostra esperienza e aprono, allargano, valicano i confini che avevamo comodamente posto al nostro modo di intendere la vita.

Ed ecco allora che la geografia dell’umanità si fa composita, multiforme, inquietante e mette in crisi, se lo vogliamo, le nostre certezze.
Non è questione di semplici chilometri, si può essere colpiti dalle fotografie che Giulio Di Meo ha scattato in Brasile, ma anche da quelle della Sicilia; da quelle dei deserti africani e da quelle della Campania.
Non sono i chilometri a fare la differenza: è lo sguardo, è il gesto stesso dello scattare a fare la differenza.

Brasile, Rio de Janeiro. Foto Giulio Di Meo

Giulio Di Meo apre finestre, traccia rotte, ripulisce sentieri, fa cadere mollichine di pane per chi vuole andare in cerca di un’umanità che superi il nostro specchio chiuso.

Il fotografo campano con una disarmante e amara umiltà afferma che le sue fotografie non hanno la speranza o la pretesa di smuovere le coscienze.
In questa consapevolezza è davvero difficile non dargli ragione; resta, quindi, non meno necessario e non meno avvincente, il compito della memoria, della testimonianza e del racconto di modi altri di essere degli esseri umani.

Gli occhi che ci guardano dalle fotografie di Di Meo ci obbligano a rialzare il capo e accettare che essi appartengono a esseri umani che non ci restituiscono la comoda e riposante idea che tutto ci assomigli: siamo tutti uguali – di certo – ma dentro una dolorosa o bellissima diversità che ci costringe a uscire dalle nostre cittadelle, quelle nelle quali corriamo il rischio di essere dei reclusi.

Roma, Manifestazione Fiom. Foto Giulio Di Meo

Senza voler apparire del tutto scontati, i fotografi si esprimono con i loro scatti e gli scrittori con le loro parole: due modi per raccontare il mondo e, se possibile, proporre un ordine e un punto di vista sulla realtà alla ricerca di un orizzonte etico che, per un tratto almeno, ci renda compagni di viaggio.
Antonio Fresa

Per saperne di più

Giulio Di Meo è’ un fotografo italiano impegnato da più di dieci anni nell’ambito del reportage e della didattica. Presidente dell’associazione Witness Journal e photo editor dell’omonima rivista. Collabora con diverse associazioni e ONG, in particolar modo con l’Arci. Nel 2013 pubblica il libro Pig Iron, un racconto sui contadini brasiliani vittime delle ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale. Ad ottobre 2014 pubblica Sem Terra: 30 anni di storia, 30 anni di volti, una raccolta di ritratti per celebrare i trent’anni del Movimento Sem Terra e per raccogliere fondi per la Scuola Nazionale Florestan Fernandes. A giugno 2015 pubblica Il Deserto Intorno, un libro sui campi profughi saharawi, una pubblicazione per sostenere l’Associazione delle Famiglie dei Prigionieri e dei Desaparecidos Saharawi.

L’Associazione Sator di Narni nel progetto Narnimmaginaria propone, secondo un tema portante (Attraversando paesaggi umani – Working class), una serie di mostre ed eventi che si snodano nella città umbra di Narni.
Intorno al tema prescelto, l’Associazione promuove l’incontro tra fotografi che provengono da esperienze e realizzazioni assai diverse fra loro. L’insieme degli eventi copre l’intero mese di giugno.
Tra le varie mostre e incontri in programma fino al 24 giugno segnaliamo (R)accolti di Giulio Di Meo.

Per il programma completo degli eventi:

https://www.facebook.com/acsator1/

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