Materia, forma e parola. Intervista a Giulio Volpi

scultura Giulio Volpi Cavalli in terracotta
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Sculture, quadri, favole e romanzi: il lungo percorso di Giulio Volpi. Una ricerca fatta di amore per la materia e le forme con un rapporto sempre vivo con la parola e la narrazione per arrivare, infine, ad un romanzo giallo – La colpa imperfetta – in cui il passato lascia segni che non si possono ignorare.
Con Giulio Volpi, scultore, pittore e, infine, scrittore, abbiamo parlato delle sue passioni e della sua volontà di cimentarsi con nuovi linguaggi espressivi. Un percorso lungo e fecondo che lo ha portato a misurarsi con le forme e con le parole, con le immagini e con le trame, con una costante attenzione a ciò che gli uomini hanno saputo creare. Cunicoli, scale, torri babeliche, vecchi chiodi: un repertorio dell’umana fatica per afferrare il tempo e donare senso all’esistenza.
Nell’ambito delle sue esperienze artistiche, pur avendo anche la pittura un ruolo non secondario, la scultura ha avuto da sempre un ruolo fondamentale. Ci può raccontare qualcosa sul suo incontro con la scultura e come è andata evolvendosi la sua espressione artistica e anche il suo rapporto con i diversi materiali che ha utilizzato?
Mi sono avvicinato alla scultura durante la mia permanenza a Firenze, dove mi ero trasferito per motivi di lavoro nel ‘77 e dove sono rimasto per 12 anni.
Le mie esperienze artistiche precedenti, quelle giovanili, avevano riguardato solo la pittura alla quale mi sono dedicato da semplice autodidatta; ogni tanto scrivevo qualcosa, ma senza particolare impegno, per puro piacere.
Sono state senz’altro l’atmosfera e la ricchezza artistica di questa città a stimolarmi e spingermi a mettermi di nuovo in gioco.
Ho ripreso a disegnare e dipingere frequentando il Centro Artistico “S. Niccolò” ed il gruppo di Arti Figurative “Ardengo Soffici” finché un giorno, incuriosito dalla bravura di un incisore in legno, ho deciso di provare la scultura.
Per alcuni anni ho scolpito il legno di tiglio realizzando dei bassorilievi, quasi delle miniature, raffiguranti delle figure femminili in atteggiamenti di vita quotidiana, poi, nell’88 ho deciso di affrontare la scultura in pietra ed ho realizzato la “Maternità” che uso ancora come icona nel mio sito.
Da allora ho lavorato quasi esclusivamente la pietra: pietra serena, sassi di fiume e pietre varie. Il primo periodo è ancora figurativo (quello delle torri, scale e cunicoli).
In seguito, tornato a Perugia, ho voluto cambiare il tipo di linguaggio lavorando su pietra bianca (marmo, travertino, pietra leccese) ed inserendo elementi metallici, rigorosamente vecchi ed arrugginiti, in particolare dei chiodi, spesso legati tra di loro a simboleggiare suture od altri concetti. Questi chiodi rappresentano, questo è almeno il mio intento, dei punti fissi, vale a dire i valori importanti ai quali riferirsi ed aggrapparsi per orientarsi nella vita. Altri simboli sono entrati poi a far parte di questo linguaggio, come il numero 8, raffigurato orizzontalmente a rappresentare l’infinito, oppure suggerito con il numero dei chiodi o ancora con le lancette di un orologio che segnano appunto le ore otto. Anche l’acqua ricorre spesso come elemento importante di questa simbologia.

Giulio Volpi IL MARE DI NOTTE pittura
Giulio Volpi, Il mare di notte. Acrilico su legn, diametro 80 cm. Anno 2019

Per quanto riguarda la pittura, leggendo la sua biografia, si ha l’impressione di un rapporto un poco tormentato, come se lei si avvicinasse e si allontanasse da questo campo. Come possiamo raccontare la sua pittura?
Non ho dimenticato la pittura. Anche adesso, ogni tanto disegno e dipingo, ma non seguo uno stile costante. Preferisco sperimentare ed esco spesso dagli schemi classici. Le copertine dei miei primi tre romanzi sono quadri miei e penso di realizzare anche quella del giallo che sto terminando. Il disegno e la pittura sono poi fondamentali nella progettazione delle sculture.
La scultura è comunque il massimo. Scolpire la pietra, nonostante la fatica anche fisica che a volte richiede, dà il massimo della soddisfazione: è come scavare dentro di sé per conoscersi più a fondo e quando riesci a far emergere il tuo pensiero hai raggiunto lo scopo. Purtroppo, l’età non mi consente più di realizzare opere troppo grandi ed impegnative.
In quest’ultimi anni mi sto dedicando anche a lavorare un’argilla particolare, un materiale che non ha bisogno di cottura col quale realizzo piccole sculture (figure femminili, cavalli…), utilizzando una tecnica di mia invenzione.

copertina la colpa imperfetta di Giulio VolpiNon molti mesi fa c’è stato il suo esordio nel campo del giallo con un romanzo – La colpa imperfetta, Midgard editrice – dalla trama complessa e in cui il rapporto fra il presente e il passato dei personaggi appare essere molto forte. Prima di commentare la sua ultima fatica letteraria, vale però la pena di fare un passo indietro e invitarla a commentare il suo rapporto con la scrittura e i libri che aveva già pubblicato che sono essenzialmente delle favole o delle avventure fantastiche.
Dopo la pensione è riaffiorata la voglia di scrivere. Il primo romanzo è del 2015: Qualcosa di Nuovo, poi Hoxbrado e Antares. (Tutti pubblicati con la Midgard editrice)
Sono tre racconti strettamente collegati: una trilogia, dedicata soprattutto ai giovani, ma indirizzata a tutte le età, che ha come filo conduttore una presenza extraterrestre.
Non è però un romanzo di fantascienza classico perché al suo interno si svolgono simultaneamente le storie di vita normale di quattro ragazzi, ai quali si aggiungono via via altri personaggi. C’è dentro l’amicizia, l’amore per la propria città e per la natura e l’impegno civile che li porterà a vivere avventure anche pericolose. Il contatto con un pianeta lontano che uno dei quattro ragazzi vive in prima persona, porta a riflettere sui rischi che certi comportamenti umani rappresentano per la vita del nostro pianeta. Nel racconto si alternano fasi serene ed altre dolorose, ma comunque tutte con una finalità di crescita per i giovani protagonisti.

Come mai si è poi dedicato ad un giallo con una intricata inchiesta? Che cosa l’ha attratto verso questa narrazione?
Forse perché a chi scrive può capitare di innamorarsi dei propri personaggi e non vuole abbandonarli definitivamente. A me è successo qualcosa del genere ed ho sentito il desiderio di continuare ad occuparmene. L’idea del giallo è stata quindi, inizialmente strumentale, ma poi ci ho preso gusto e mi ci sono appassionato. Naturalmente la storia è del tutto inventata, frutto della fantasia, e resta collegata alle vicende dei primi tre romanzi perché il commissario è uno dei quattro ragazzi. È stata una bella esperienza anche se, come primo racconto di questo genere, mi ha richiesto più tempo degli altri, ma mi sono veramente divertito a scriverlo e ne sto ultimando un altro.

Il titolo del suo romanzo è quanto mai attraente: La colpa imperfetta. Che cosa ha voluto indicarci con questo titolo?
Il titolo è legato alla modalità del delitto che appare così strana, insolita ed originale da far dubitare della stessa volontà di uccidere. Chi voleva veramente uccidere, poi, non c’è, in effetti, riuscito, anche se voleva prendersi la colpa. Chi ha causato la morte, l’ha fatto con una tecnica così strana che appare altamente improbabile a conseguire lo scopo e questo riduce la sua responsabilità. Nessuno, quindi, può essere considerato in effetti totalmente e perfettamente colpevole. In definitiva il più colpevole, per i suoi trascorsi, è la vittima.
L’altro romanzo, Tempi da lupi, l’ho scritto insieme ad un’altra persona nel periodo tra i primi tre e questo giallo. È una storia completamente diversa, un romanzo ispirato ad una storia vera, avvenuta nella Seconda guerra mondiale.
Il giallo che sto terminando ha come protagonista principale lo stesso commissario ed è ambientato sempre a Firenze.

Che cosa intravede nel suo futuro prossimo e a che cosa sta lavorando in questi lunghi mesi anche legati alla pandemia?
Di sicuro non smetterò di scrivere; penso che diventerà la mia attività principale, ma non abbandonerò le altre e resterò aperto alle eventuali opportunità.
Vorrei continuare a scrivere racconti gialli, ma per ora non ho una storia nuova in testa. So però, come mi è già successo con quest’ultimo, che a volte basta uno spunto iniziale e poi la storia viene piano piano a galla.
Quello della pandemia è un tema forte che coinvolge altri campi oltre a quello scientifico. Chissà, ci penserò.

Antonio Fresa

 

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