Giuseppe De Nittis, pittore en Plein Air

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Accade spesso che alcuni grandi artisti dopo la loro morte, subiscano l’oblìo per un po’ di tempo. Anche Giuseppe De Nittis restò intrappolato nelle maglie della dimenticanza fino al 1914, e questo nonostante la grande retrospettiva organizzata alla galleria Bernheim Jeune due anni dopo la sua scomparsa (1886), l’indefettibile impegno della vedova che donò tutte le opere in suo possesso alla città di Barletta e la pubblicazione del Taccuino ‘Notes et Souvenirs’.

La pittura di De Nittis, Peppino per gli amici, è una delle più belle interpretazioni della parola “en plein air”: «Lo trovavamo sempre a dipingere all’aria aperta» scrive Adriano Cecioni nel suo Diario ricordandolo giovanissimo, sbarcato da poco a Napoli da Barletta. Maestro di se stesso, il ragazzo di belle speranze «Lavorava e cantava. Il chiaroscuro formava allora il principale argomento dei suoi studi». Una vivissima inclinazione, quella del chiaroscuro, che si approfondirà non solo nei paesaggi ma anche nella ritrattistica. Il suo continuo sperimentare e modulare la luce su un’ampia scala di tonalità, si sviluppa anche nelle composizioni di personaggi; elabora infatti dipinti dai tagli inconsueti in cui si incastona il paesaggio, sia esso naturale o cittadino, impreziosito dalla scelta molto personale dei colori e da «tutti i segreti dell’aria e del cielo nella loro intima natura» come scrive nel suo prezioso Taccuino.

Visse solamente 38 anni, ma quel «giovanotto piccolo, piuttosto brutto di viso, ma di aspetto e modi distinti» [1] lasciò dietro di sé un’opera ampia e di straordinario talento che segnò la pittura di un secolo, il XIX, che si stava velocemente aprendo alla modernità, grazie anche all’ossigeno e all’energia di una città multiforme come Parigi.

Giuseppe De Nittis, Il Passaggio degli Appennini (Diligenza nel tempo di pioggia), 1867, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo – Museo e Real Bosco di Capodimonte

Nato nel 1846, ultimo di quattro fratelli, Peppino proclamò il suo “Sarò pittore!” intorno ai 12 anni e una volta trasferitosi a Napoli con l’amatissimo fratello maggiore Vincenzino, si iscrisse all’Istituto delle Belle Arti dal quale però si fece espellere dopo pochi mesi, più che mai deciso a fare secondo la sua passione perché «non contano i risultati; solo l’ideale conta!»[2]. Dalla città partenopea illuminata e immersa nella luce, De Nittis trae le prime esperienze della sua ricerca e che non smetterà mai di essere terreno fertile, per tutte le volte che vi ritornerà. I celebri Sulle rive dell’Ofanto, L’Appuntamento nel bosco di Portici sono propedeutici al capolavoro che lo porterà alla fama, Il passaggio degli Appennini, esposto non appena completato alla Promotrice di Firenze del 1867. Un successo straordinario, sopratutto nell’ambiente dei macchiaiaoli che molto lo ammirarono e il cui «il successo giunse al fanatismo», come che riportò Cecioni.

E quella Diligenza nel tempo di pioggia [3] gli apre le porte di Parigi, dove finalmente si reca per un paio di mesi nella speranza di intessere contatti sufficienti per poter avviare la propria carriera verso orizzonti più internazionali. Sarà il favore di uno dei più celebri mercanti d’arte dell’epoca a convincerlo ad un trasferimento definitivo nella capitale francese. «I miei quadri visti da [Adolphe] Goupil furono comprati e al di là di quello che speravo» [4]. Nel corso della lunga collaborazione con Goupil realizzerà un’ampia serie di opere su temi parigini: scene aneddotiche e riproduzioni della quotidianità della società ‘bene’ e grazie alle quali consoliderà sia la propria fama di artista sia l’identità di pittore di vedute.

Costretto a tornare a Napoli a causa della guerra Franco-Prussiana del 1870, De Nittis e la moglie Léontine (detta Titine) sposata l’anno prima, si rifugia a Portici, vivendo la straordinaria quanto drammatica eruzione del Vesuvio del 1871 di cui rappresenterà gli straordinari paesaggi. «Salivo ogni giorno sul Vesuvio per lavorare; sei ore di viaggio a cavallo per andare e tornare e salire fino al cono, sulle spalle delle guide; ma allora avevo 26 anni e ignoravo cosa fosse la stanchezza» [5]. Una magnifica esperienza di immersione in una solitudine trascendentale che lontano dalla congestionata metropoli, favorisce la creazione di appassionate sperimentazioni pittoriche, attraverso le quali riassume e reinterpreta le influenze pittoriche cui è venuto a contatto; sono del 1872 le varie versioni di Sulle pendici del Vesuvio, Torre Annunziata, o ancora La pioggia di Cenere.

Giuseppe De Nittis, Place des Pyramides, 1875, Musée D’Orsay

Ritornato a Parigi dopo la nascita del figlio Jacques, De Nittis scopre anche la suggestione dei paesaggi francesi: «Le rive della Senna mi incantarono. Ogni giorno ho dipinto in un verde tenero come la giovinezza quei cari paesaggi […] le nebbie trasparenti e i cieli pallidi. E se tutto ciò non appartiene alla mia terra natia, appartiene al paese che uno sposa per amore e al quale si dà tutto se stesso» [6]. Pittura en plein air e scene di costume di cui è magnifico interprete senza che mai l’obbligatorietà della committenza di Goupil snaturi la sua arte.

Giuseppe De Nittis, La Pattrinatrice, 1875, Musée des Beaux-Arts, Dunkerque

Infatti, nonostante l’interruzione del ‘rapporto commerciale’ con il mercante nel 1874, De Nittis proseguirà nel rappresentare scene di vita quotidiana in cui i soggetti, perlopiù femminili, si inseriscono in un emozionante paesaggio di atmosfere e luci. Dai dipinti in cui i personaggi partecipano all’ambiente innevato, come La pattinatrice, Che Freddo!, Sulla Neve o il magistrale ritratto della moglie in Giornata d’Inverno [7], alle vedute tipicamente «cittadine», come Place des Pyramides, Ponte sulla Senna, Trafalgar Square o il celeberrimo e monumentale Westminster (110cm x 192cm).

Ma sono anche gli audaci tagli visivi delle composizioni che rendono lo sguardo di De Nittis particolarmente moderno e che segnalano l’indubbia influenza della fotografia.
Dal già citato Giornata d’Inverno, «la più straordinaria sinfonia del biancore» secondo Edmond de Goncourt, in cui il ritratto di Titine seduta su un divano è sistemato in una parte del quadro, lasciando spazio alla panorama innevato che si disegna oltre la finestra alle sue spalle; al Ritorno dalle corse (Signora col cane) che molto ricorda la composizione del Ritratto del visconte Lepic con le figlie di Edgar Degas e in cui una donna elegantemente vestita in un primo piano ‘americano’, incede verso chi guarda dirigendo il viso e lo sguardo al di fuori del dipinto, come improvvisamente distratta, mentre il grosso cane tenuto dal collare guarda all’erta dalla parte opposta; una inquadratura che include – ma anche taglia – personaggi sul fondo e un orizzonte di edifici immersi in una caligine multicolore.

O ancora il magnifico trittico Le corse al Bois de Boulogne [8], dipinto nel 1881 con misure eccezionali – 200cm di altezza per 395 di larghezza – sopratutto in considerazione della tecnica del pastello per cui l’artista mostra da tempo predilezione e attraverso la quale ricrea magistralmente l’incanto di aria e atmosfere. Senza dimenticare il suo Autoritratto, anch’esso a pastello e di dimensioni considerevoli (114cm x 88cm), completato poco prima della sua morte improvvisa per congestione polmonare e cerebrale il 21 agosto 1884. Come per il trittico, in cui presenta ambiente e personaggi in scorci insoliti, fotografici appunto, per ‘raccontare’ la vita parigina, anche nel proprio ritratto il taglio d’immagine è originale: il pittore poggiato alla parete con le mani dietro la schiena, in primo piano ma sul lato destro della tela, lasciando tutto il resto dello spazio per la fuga prospettica delle stanze. «Maneggia» il pastello «con altrettanto virtuosismo» diceva il giornalista e scrittore Albert Wolff «raggiungendo una potenza di colore e sorprese di modellato che l’impiego dell’olio non potrebbe superare». Mai ci si era cimentati con quella tecnica squisita e seducente «in dimensioni così vaste e con caratteristiche così emozionanti» conferma l’amico Jules Claretie.

Giuseppe De Nittis, Le corse al Bois de Boulogne Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo – Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Lasciò un vuoto la sua morte, come scrisse Edmond De Goncourt nel suo Journal «la morte di questo ragazzo così amabile e così ingegnoso […] di questo pittore così pittore […] che ha incontrato una simpatia tutta naturale […] ed è meraviglioso e toccante il lusso dei fiori deposti sulla sua bara». Inumato al cimitero degli artisti, il Père Lachaise, Alexandre Dumas figlio fece scrivere sulla lapide le proprie struggenti considerazioni : «Qui giace Joseph De Nittis, Morto a trentotto anni, nella piena giovinezza, in piena gloria, come gli eroi e i semidei».

V. Ch.

[1] Adriano Cecioni, Scritti e ricordi, 1905
[2] [4] [5] [6] – G. De Nittis, Notes et Souvenirs, Diario 1870-1884, Schena Editore
[3] Primo titolo assegnato al quadro ‘Passaggio degli Appennini
[8] Edmond de Goncourt dirà, descrivendolo, «Non ho ancora visto in pittura niente di così vaporosamente luminoso e una qualità di pastello così nuova, così al di fuori dei procedimenti dei pastelli antichi».

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