Giuseppe Ferraro: La porta di Parmenide

copertina del libro La porta di Parmenide
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“La Porta di Parmenide” prepara a un’avventura filosofica dentro e fuori le mura della Città e della filosofia stessa. Parmenide, Kafka, Nietzsche, con l’aggiunta di Kant, convergono, nelle parole di Giuseppe Ferraro, nella valle dei templi di Paestum e mischiano le loro voci con quelle di una scolaresca e i ricordi delle persone detenute in carcere: una riflessione appassionata sulla libertà e sulla Città.

copertina del libro La porta di ParmenideIl mondo corre o scorre, in base alla velocità che amate cogliere e definire, e questo andare mette a dura prova la nostra capacità a intendere che cosa accada intorno a noi.
Ci sono passaggi tra epoche che fanno emergere come logore e consunte le espressioni, le parole e i paradigmi che avevamo appreso e che, presuntuosamente e pretestuosamente, avevamo ritenuto decisivi.
Oggi ci manca la presa sulla storia stessa e gli eventi sembrano coglierci di sgomento.
Abitudinari e compromessi vorremmo che il nostro repertorio di certezze non sia messo in discussione e così, quasi senza intenzione, ci rifugiamo nell’ovvio o nel chiuso delle nostre convinzioni.

A dispetto della complessità degli eventi – cosa che pure sappiamo riconoscere – operiamo semplificando, e riportando il tutto a un fattore unico che tutto spieghi.
E così ci facciamo fanatici della nostra idea e nessun dialogo è più dato: avviene l’inutile scontro tra convincimenti elevati al rango di verità. O ci sei tu con la tua parola o ci sono io con la mia. E così erigiamo nuovi muri a difendere la cittadella della nostra identità e del nostro convincimento. La paura ci fa chiudere, pensando così di potercela cavare.

Citazione 1
C’è sempre una porta davanti alla quale ci s’imbatte sul cammino della propria vita. Si può trovarla socchiusa, chiusa, aperta, serrata. Una porta si può sbatterla, sprangarla, accostarla, lasciarla aperta, sfondarla. Ogni gesto figura un moto dell’animo, una relazione. C’è chi rimane fuori, chi non riesce a uscire. Le porte sono tante, per metafora e per confini, sono una dietro l’altra. Ogni stanza ha la sua porta. Su quella di casa c’è il nome che indica la legge patriarcale di famiglia. Ora è sempre solo un numero da digitare. La legge è cambiata. Anche la libertà non è più la stessa.

Troppo prolissa la mia parte introduttiva al testo “La città di Parmenide” di Giuseppe Ferraro? In quell’abbondanza di parole, era mia intenzione, di contro, esprimere apprezzamento e accoglimento.
Posso dirlo in altro modo, con parole care all’autore: ho lasciato la sua voce vivere in me e ho ascoltato le sue parole ripetendole in me, consegnando, quindi, in questa scarna recensione quella magia della riflessione che sa tenere insieme ancora il mio e il tuo, ovvero in questo caso, il suo.
La Porta di Parmenide consente alla filosofia di uscire da se stessa e farsi luogo in cui conoscersi: è avventurandosi fuori del terreno più conosciuto che la filosofia può essere restituita a se stessa, quando dona voce e parole a gruppi incuriositi di giovani ragazzi che erano esclusi dalla tradizione filosofica o quando si fa parola per includere nella comunicazione quelli che sono i reclusi nel carcere.

Citazione 2
Ed ecco ritornare davanti alla Porta il suo auriga. Le cavalle d’impeto e passione che muovono il carro del suo animo mordono il freno ai gesti delle Figlie del Sole vestite d’aurora. Lo conducono a quella Porta. Davanti c’è la Giustizia. È lei che tiene le chiavi. Le Figlie del Sole le parlano. È giovane l’auriga, viene ad apprendere per governare. La politica ha bisogno della sua iniziazione. La Giustizia si lascia convincere. Le Figlie del Sole le hanno spiegato bene. È un giovane.

Ed è ricerca, è studio. Ed è, però, anche ricerca e gioia; è entrare e uscire da una porta girevole che sa definirsi quando è superata e sa riconoscersi quando è posta. Chi è dentro e chi è fuori? Che cosa è la porta della Città, quella porta verso la quale Parmenide ci guida e ci accompagna con il suo poema?
Che cosa possono suggerirci la Porta della Giustizia di Parmenide, la Porta della legge di Kafka o la Porta Carraia di Nietzsche?

Giuseppe Ferraro ritraduce per noi Il racconto dell’Auriga tratto dal Poema di Parmenide e ritraducendo, come poi in fondo ci racconta nelle pagine del libro, si fa per noi “porta” verso quello che non avremmo visto senza quest’azzardo. E noi lettori ci facciamo, a nostra volta e con buona lena, “porta” alla sua “porta”.

Citazione 3
Fin qui i filosofi sono rimasti davanti alla porta della Città per esserne custodi, spiegando come la libertà è tra la giustizia e la verità. È il momento questo di varcare quella porta, lasciando l’arco di passaggio aperto a chi viene migrando da guerre e disordini, per stare insieme e dialogare, in cammino sulla via delle voci che risuonano alle parole del bene comune, per una cittadinanza senza nazione. Ogni altro è per ognuno una porta affacciata sulla vita. Ogni porta ha il proprio suono come il tasto che a toccarlo apre la sua nota all’armonia. L’Aperto, infine, è senza Porta.

Nella riflessione incontriamo altre porte che, annullando la distanza, rendono prossimi Parmenide, Kafka, Nietzsche e, come aperture sul tempo, convocano anche Kant per figurare un incontro possibile fra filosofi.

Ecco, dunque, che i filosofi s’incontrano e incontrano e convocano quelli che sono ritenuti non filosofi – siano essi bambini e siano essi persone detenute – e, insieme e soltanto insieme, riescono a inventare nuove parole, nuove forme e nuove attese per parlare del tempo che scorre.
Fuori dal cerchio, oserei dire, patetico delle nostre convinzioni, la Città si allarga e parla una lingua appena nuova che non rimanda alla nazione, non propone l’inclusione, la reclusione o l’esclusione.
Ferraro parla, e gli siamo grati di questo suggerimento, della libertà come declusione, di un cerchio che continuamente si allarga, e di un corteo di filosofi che, tutti migranti, approdarono a terre dove altri migranti approdano: una cittadinanza senza nazione che sa, attraversando la “porta”, farsi porta per chi giunge.
Antonio Fresa

Per saperne di più

Giuseppe Ferraro è responsabile della scuola di Filosofia Fuori le Mura. Docente per l’Università Federico II di Napoli, ha tenuto corsi alla Albert Ludwigs Universität di Friburgo e in università dell’America del Sud.
Porta la filosofia nei luoghi d’eccezione, nelle periferie e nelle carceri, impegnato nell’idea di una giustizia restitutiva.
È ideatore del progetto Bambini in Filosofia e membro del Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi. È autore di molti saggi, tra cui i più recenti sono L’anima e la voce (2013), Imparare ad amare e Bambini in filosofia (2015).

Giuseppe Ferraro
La porta di Parmenide
Castelvecchi, 2018
€ 12,00, pagine 90

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