Giuseppe Marotta: San Gennaro non dice mai di no

San-Gennaro non dice mai no
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Il ritorno in libreria di San Gennaro non dice mai di no di Giuseppe Marotta, con la prefazione di Alessio Forgione, colma un vuoto che durava da anni e aiuta a riflettere sul percorso di Marotta tra Napoli e Milano, fra lingua italiana e radici dialettali, fra ironia e dolorosi distacchi.

Giuseppe Marotta è nato a Napoli nell’Aprile del 1902; dopo aver lasciato gli studi e aver sperimentato vari lavori, Marotta si trasferisce a Milano e inizia, fra alti e bassi, fra amicizie e incomprensioni, la sua attività letteraria.
Il suo nome è legato soprattutto al successo della raccolta L’oro di Napoli dalla quale Vittorio De Sica trasse il suo omonimo film.

Citazione 1
Sono contento, pensai, che mi capiti di andare a Napoli proprio in questi giorni, prima che finisca il mese di marzo.
In marzo Napoli è una città bambina, con le violette in mano, che va a fare la sua prima comunione.

Nel 1947, dopo un ventennio di assenza, Giuseppe Marotta ritorna a Napoli.
Da questo viaggio a ritroso, un nostos appunto, nasce San Gennaro non dice mai di no con i suoi personaggi, i suoi luoghi e la città di Napoli che si erge spavalda e lacera ad un tempo fra i flutti che il golfo proietta nei vicoli. Tanti, tantissimi, si direbbe quasi tutti, sono gli scrittori che hanno misurato la loro capacità di racconto facendo i conti con Napoli: una città che non lascia indifferenti e che fa sorgere amori senza fine o rifiuti senza redenzione.

Citazione 2
Forcella era la tomba delle penne stilografiche napoletane e di quant’altro sporgesse dai taschini dei passanti. Più che un furto con destrezza questo sembrava essere un lavoro di potatura. Conveniva, mi avevano avvertito, non indurre in tentazione i ladruncoli che infestavano la zona: a questo scopo si usava indossare un soprabito, avendo cura di abbottonarselo fino al mento.

Da lontano e da vicino, consapevoli della bellezza e attratti dalla stranezza e dalla leggenda, gli scrittori con tante parole hanno lambito Napoli senza mai davvero imprigionarla o coglierla. La città si mostra e si nasconde ad un tempo e sembra divertirsi alle spalle di quelli che hanno la pretesa di aver capito tutto.
Giuseppe Marotta, però, come ci ricorda Alessio Forgione nella sua prefazione al testo, ha un peso più grande da portare sulle spalle: Marotta è un napoletano che ritorna ed è uno scrittore che non può sfuggire alla città che è anche la radice del suo narrare.
E Marotta, questo mi sembra di poterlo dire con un poco di serenità, non si sottrae al suo destino e alla sua vocazione.
Gli scrittori napoletani sanno di avere un’etichetta che li rende una specie a parte; non solo sono scrittori, ma sono chiamati a fare sempre e comunque i conti con Napoli: un personaggio – sì, la città non è un semplice scenario, è qualcosa in più – che è presente nelle loro pagine, anche quando sembra assente.

Citazione 3
Guardavo frattanto il mare immobile, il mare deserto e melmoso del porto di Napoli, a specchio di macerie che non cominciavano e non finivano in quel punto. Che lungo lavoro sulla lunghissima Italia: neppure mettendosi gli occhiali il benevolo Iddio che Salvatore Di Giacomo fece discendere una volta in piazza Dante per offrire un memorabile banchetto agli straccioni sarebbe riuscito a vederlo tutto, quel lavoro.

Le pagine di Marotta scorrono fra mille colori e dolori, fra mille odori e destini, senza farsi mai facili parodie o moraleggianti riflessioni sulla condizione umana. Marotta sa che la sua città è piena di sorprese e il riso e il pianto si incontrano dove meno te li aspetti, e che in ogni tragedia c’è un poco di farsa e viceversa.
Insomma, la serietà è massima e assoluta per chi è costretto ad inventare la vita e superare gli intralci: i personaggi di Marotta sembrano, a volte, giocare o recitare se stessi, ma quel gioco, che altrove potrebbe essere accessorio e contingente, è qui, anche e soprattutto, necessità vitale per sopravvivere, per darsi una possibilità ancora per un altro giorno, per costruire ancora un monumento alla precarietà: pur sempre monumento, pur sempre precario.

Con San Gennaro non dice mai di no, siamo nel 1947, in una città che è stata devastata dalla guerra; una devastazione fisica e morale è penetrata nelle case e nelle macerie che sono lì a testimoniare la violenza che è caduta sui napoletani. I morti non morti, i re che non sono re, i nuovi ricchi che creano nuovi poveri, i senza niente e i senza speranza: eccolo lì, Marotta con la sua capacità di mimetizzarsi, di conquistare la fiducia degli ambienti in cui penetra. Uomini e donne di tutte le estrazioni gli raccontano le proprie storie anche quando sono dolorose o scabrose. In fondo Marotta è un napoletano che va a spasso nella sua città osservando, raccontando e non giudicando; insomma, Marotta è di casa nel suo dialetto, nei Quartieri Spagnoli e così via. Come un cronista, lo scrittore si aggira a Napoli, come a Sorrento e Pompei, con una curiosità che non si appaga.

Citazione 4
Come dite, bravura? E che altro è Napoli nel bene e nel male, nella ragione e nel torto, nel vero e nel falso, se non tutta una sfortunata, poco nota, lunga, mesta e rassegnata bravura.

Nella sua scrittura e nella sua dedizione morale, si sente agire anche la distanza che in vent’anni si è creata fra la città e lo scrittore che è partito per andare lontano. La nostalgia potrebbe essere una trappola e un ostacolo all’incontro e alla narrazione stessa: Napoli è sempre già stata; Napoli è già sempre un passato glorioso alle spalle, un qualcosa di perduto che non si sa dove collocare o cercare. Marotta, almeno mi sembra, sa sfuggire anche alla tentazione di chi ritorna per cercare quello che crede di aver perduto. I suoi capitoli sono onesti e sinceri, tutti affidati al presente con le sue sorprese e le sue novità.
Una dolcezza e un amore che, con pudore, si nascondono in quell’ironia che serve a Marotta – e direi a tanti altri – per sopravvivere in una realtà che è molto lontana da quella che si vorrebbe. E forse in questa direzione l’insegnamento più vero e alto di Marotta: senza ironia non possiamo sopportare la durezza della realtà che ci circonda; senza ironia potremmo davvero abituarci a credere che questo sia l’unico mondo possibile, l’unica città possibile, l’unica speranza possibile.
San Gennaro non dice mai di no perché ha ben chiaro che non può tradire e violare questa estrema speranza: che le cose stiano, almeno per una volta, in un altro modo.
Antonio Fresa

Giuseppe Marotta
San Gennaro non dice mai di no
Alessandro Polidoro Editore, 2020
Pagine 244, € 16,00

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