Gli Equilibristi di Ivano De Matteo: in bilico tra benessere e povertà, ovvero, i nuovi poveri

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Giulio (Valerio Mastandrea, dirgli bravissimo è poco!) ha quella che si potrebbe definire una vita tranquilla, almeno a giudicare dall’esterno: una bella famiglia, un posto fisso come lavoratore statale, cosa che di questi tempi agli occhi dei più lo rende quasi un privilegiato, una casa con mutuo ed un’automobile acquistata a rate, ma che comunque un giorno diverranno di sua proprietà, colleghi ed amici simpatici.

All’interno però il rapporto con la moglie Elena (Barbara Bobulova, sempre all’altezza del ruolo richestole) comincia a mostrare alcune crepe; Elena non riesce a perdonare il tradimento di Giulio con una sua collega di lavoro avvenuto qualche tempo prima; vorrebbe, lo si intuisce, ha fatto di tutto per metterci una pietra sopra, ma il ricordo degli sms affettuosi che i due si erano scambiati e certi particolari della loro passione clandestina sono come un tarlo che le devasta lo spirito giorno e notte rendendola incapace persino di guardare Giulio negli occhi. Giulio comprende il suo dolore ed i due decidono di separarsi, consensualmente, senza astio.

Ma le separazioni (o i divorzi) come si dirà ad un certo punto nel film, sono per chi se li può permettere, per gente ricca che è in grado di far fronte alle spese raddoppiate di un doppio ménage familiare. Giulio ed Elena hanno anche due figli infatti, con le lore legittime richieste, normalissime, peraltro (una pizza con gli amici, qualche euro per la benzina per il motorino, un paio di scarpe per la ragazza sedicenne, un giro nelle giostre insieme ad un amichetto per quanto riguarda il figlio minore) cui far fronte.
Ma il tema della separazione è per il regista romano Ivano De Matteo (a lungo applaudito a Venezia, ma anche all’anteprima romana) solo un pretesto per parlare di altro, una maniera come un’altra –  avrebbe potuto trattarsi di qualsiasi altro evento, la morte del proprio compagno/a, la malattia di uno dei due coniugi – per introdurre ed affrontare cinematograficamente il problema sommerso dei “nuovi poveri” verso cui non tardò a manifestare la propria curiosità dopo averne letto un articolo nel 2007 e da allora approfondito, analizzato, osservato, anche con vere ricerche sul campo, con un vero studio antropologico quindi; molte delle scene, in perfetto neorealismo – nel complesso Gli Equilibristi, così come in tanti particolari, è un vero e proprio omaggio al cinema di De Sica, non so quanto voluto o inconscio, ma comunque innegabilmente evidente – sono infatti tratte dall’ordinario quotidiano delle mense per poveri e delle piccole, squallide pensioncine per dormire (come in Umberto D.) o di altri contesti sottourbani di povertà in cui si muovono i sommersi, gli invisibili dell’umanità (a volte solidali tra loro, altre indifferenti alle difficoltà altrui perché troppo presi dalle proprie e quindi quasi in reciproca ostilità, come in Ladri di Bicicletta) che però, attenzione – e questo è il vero tema del film – non sono più soltanto i poveri realmente privi di qualsiasi cosa, i senzatetto, gli immigrati irregolari che hanno dovuto abbandonare i loro affetti, il loro paese, ma anche appunto le persone che, tutto sommato, un lavoro, una casa, una situazione di “normalità” sociale ce l’hanno (o ce l’hanno avuta). Gli Equilibristi di cui si parla nel film appartengono dunque a questa nuova categoria di persone che fino a qualche anno fa (diciamo prima dell’avvento dell’euro e prima che la crisi iniziasse a chiedere il conto) ha vissuto in un (illusorio) certo benessere, ma che ora, pur con un lavoro a tempo indeterminato non riesce più ad arrivare a fine mese, specialmente nel caso in cui viene a mancare l’appoggio dell’altro membro della famiglia o si debba pensare a costruire il futuro dei figli, pagandogli gli studi ecc.. Una situazione in bilico, in precario equilibrio appunto in cui basta un niente per passare da un certo benessere alla povertà, dalla “normalità” di una condizione borghese (casa, macchina ecc., e per “borghese” intendo non certo specificare l’appartenenza ad una classe piuttosto che un’altra, ma una certa aderenza ad uno standard di conformità e benessere sociale appunto, essendo la vera differenza oggi solo tra chi i soldi ce l’ha e chi no, differenza che attraversa trasversalmente e senza distinzioni di sorta ogni ambiente ed ogni ambito professionale) allo squallore borderline – borderline sempre rispetto ad una “normalità sociale” – del dover dormire sotto i ponti, o dentro una macchina (per chi possiede almeno quella); trovarsi dall’oggi all’indomani – ribadisco, pur avendo un lavoro fisso, fatto che poi, paradossalmente, non permette di chiedere aiuti e sovvenzioni sociali perché sulla carta, percependo un reddito, non si è considerati troppo poveri (e forse questi parametri andrebbero riaggiornati, visto che oggi, recependo 1.200 euro al mese, si è, di fatto, poveri) – in una situazione simile causa poi tutta una serie di situazioni a catena che fanno sprofondare sempre di più.

Per pagare rate, mutuo, bollette si chiedono prestiti – prestiti che però mica vengono concessi gratuitamente, spesso con interessi altissimi – si cerca un secondo, terzo lavoro, si comincia a pensare ossessivamente ai soldi, si entra in una spirale distruttiva proprio anche sotto il profilo psicologico (Mastandrea eccezionale nel calarsi sempre più nella parte, proprio anche a livello di sguardo, gestualità, mimica facciale). E, fatto ancor più grave, in chi si trova ad affrontare queste problematiche l’istinto di vita, la voglia di lottare, finiscono a poco a poco per estinguersi, soppiantati da una progressiva pulsione di morte (ancora Umberto D.); e direi che il film raggiunge il suo esito migliore proprio nel raccontare questa graduale alienazione, distacco dalla rete sociale e familiare, isolamento causato dall’incapacità di ammettere il proprio fallimento (che poi non è il fallimento del singolo, ma della società tutta, di chi ha causato questo stato di cose attuali), vergogna nel domandare aiuto, orgoglio e, nonostante ciò, rifiuto di perdere la dignità o di darsi all’illegalità (tantissime le scene che sottolineano ora l’uno, ora l’altro stato d’animo e condizione psicologica del protagonista Giulio, così come tutta la varietà di situazioni che si trova ad affrontare, a rifiutare o accettare) fino ad arrivare al red rationem in cui poco o nulla rimane da fare. E se salvezza e risalita può esserci – De Matteo sferra qui il suo bell’attacco – non è certo dallo Stato che, purtroppo, possiamo aspettarcela, incapace di comprendere l’emergenza di questa nuova categoria di persone  e quindi di poterla in qualche modo tutelare – Gli Equilibristi appunto – ma semmai dagli affetti, dalla comunità sociale, da altri singoli che (come si è visto nei casi delle emergenze terremoto) quando vogliono sono capaci di tessere una rete di efficace solidarietà.
Ben girato, ottimamente recitato, a tratti molto divertente seppure nell’amarezza di fondo – ambientato a Roma e quindi adornato di tipiche scenette in dialetto omaggio alla commedia italiana,  Gli Equilibristi di Ivano De Matteo, questa parabola discendente di chi ai giorni nostri è costretto a vivere sulla lama di un rasoio, in un equilibrio precario appunto (nelle sale italiane in 80 copie  dal 14 settembre) porta sullo schermo una realtà ancora poco nota o evidente (e poco nota ed evidente perché è immensamente difficile chiedere aiuto quando tutto sommato si ha comunque un lavoro fisso), ma purtroppo assai in crescita.

Rita Ciatti

Titolo: Gli Equilibristi  – Produzione:  Marco Poccioni e Marco Valsania per Rodeo Drive  –   Genere: drammatico – Durata: 100′– Regia: Ivano De Matteo– Sceneggiatura: Valentina Ferlan, Ivano De Matteo  – Attori Principali: Valerio Mastandrea, Barbara Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Lupo De Matteo –  Fotografia: Vittorio Omodei Zorini – Montaggio: Marco Spoletini – Costumi: Valentina Taviani – Suono in presa diretta : Antongiorgio Sabia – Musiche originali: Francesco Cerasi  – Distribuzione Italia: Medusa Film

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