Gli immigrati non trovano pace neanche in Sudafrica

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Il razzismo e la xenofobia non hanno confini. Alle parole «è ora che gli stranieri vadano a casa», lanciate dal re degli Zulu Goodwill Zwelithini [1], alla fine di marzo scorso sono iniziate le violenze contro immigrati africani in Sudafrica. Non è la prima volta che accade. Anche nel 2008 e nel 2012 ci furono altri episodi di altrettanta gravità. Evidentemente xenofobia e razzismo non sono così isolate tanto che le prime dichiarazioni politiche di rilievo contro le morti  e le devastazioni sono arrivate con ritardo. Non solo, ma Edoardo, figlio del Presidente Zuma, ancora il primo aprile affermava che «siamo seduti su una bomba a orologeria: gli stranieri possono prendere il controllo di questo paese» [2]. Come ha detto il ministro di Polizia Nathi Nkhleko «questa volta, però non si vedono bianchi inseguiti per le strade. Quello che si vede sono solo africani, gli uni contro gli altri».

La prima città coinvolta è stata Durban per poi estendersi in varie altre parti del paese, Johannesburg compresa. Le violenze hanno provocato un’ottantina di morti centinaia di feriti e circa 5.000 sfollati fra immigrati da altri Paesi africani e asiatici. In quei giorni si è disseminato terrore – fino a vedere corpi divorati dalle fiamme – che ha colpito indiscriminatamente persone, devastato e saccheggiato negozi e attività produttive degli immigrati. La polizia ha risposto con idranti, lacrimogeni e proiettili di gomma e arrestando decine di persone.

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Sudafrica. Foto Lucia Feroce

Burundi, Kenya, Malawi, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe hanno rimpatriato i loro cittadini. Persino il Presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, più volte accusato di gravi violazioni di diritti, ha fortemente condannato le violenze xenofobe.

La risposta della società e della politica è arrivata attraverso manifestazioni, dichiarazioni dei politici – evidentemente anche del Presidente del Sudafrica, Jacob Zuma – e poi con la decisione dei deputati di sospendere le sedute del Parlamento per poter fare campagne contro la xenofobia direttamente nelle loro circoscrizioni. Iniziative importanti, ma non sufficienti perché non incidono alla radice del problema che trova le cause nella crisi istituzionale ed economica in cui si trova la prima potenza africana, senza dimenticare il fondo di violenza che attraversa la società.

Il futuro delle popolazioni di colore è molto opaco. Una leadership oramai distante dalla gente comune con il partito di maggioranza, il African National Congres non più in grado di rispondere alle richieste della base, i continui scandali sulla corruzione che vengono frequentemente a galla, le disuguaglianze sempre più ampi, una disoccupazione che vicina al 24% e quella giovanile che è addirittura doppia è questo il complesso di circostanze in cui va collocata l’esplosione della xenofobia o del razzismo. L’economia continua a ristagnare e le previsioni non sono rosee. Quando le risorse sono scarse e le disuguaglianze eccessive e le guerre tra poveri diventano uno dei risultati. Su una popolazione di 50 milioni di individui si calcola che gli immigrati possano essere circa il 10% e molti di questi sans –papier.

Un’altra parte della questione deve essere collegata, come accade in occidente, alla precarizzazione del migrante. Il filosofo camerunese Achille Mbembe spiega tra le altre cose che l’inasprimento delle leggi sull’immigrazione da parte del governo «ha reso più difficile ottenere permessi di lavoro e visti», mettendo così «in una situazione precaria persone che fino a poco tempo prima avevano le carte perfettamente in regola». E sempre tenendo conto modelli già visti «le grandi aziende sudafricane si stanno espandendo in tutto il continente (riproducendo in alcuni casi le peggiori forme di razzismo tollerate ai tempi dell’apartheid), tra le classi nere povere e parti della classe media si sta diffondendo un nazionalismo fanatico e aggressivo. Questo tipo di discorso è spesso accompagnato dalla ricerca di un capro espiatorio, facilmente individuabile negli stranieri (i kwerekwere)» [3].

Un ultimo appunto lo suggerisce William Gumede che arla del livello di violenza della realtà sudafricana dove le comunità sono spesso intolleranti tra di loro e dove «l’apartheid ha lasciato non solo una forte eredità di cultura razzista bianco contro nero» ma anche il modello della ghettizzazione dei gruppi etnici, comunità composte da persone con «diverse tonalità di pelle o di lingue diverse» [4].
Pasquale Esposito

[1] Parzialmente ritrattate sostenendo che la stampa aveva travisato le sue parole. Successivamente ha fato appello affinché le violenze cessassero.
[2] I casi di esponenti dell’amministrazione  sono molteplici. Ad esempio Churchill Mrasi, presidente del Business Forum della Grande Soweto, ha detto che «l’atteggiamento dei somali nei confronti dei sudafricani è molto sbagliato». Lindiwe Zulu, Ministro per lo sviluppo della piccola impresa dichiara tranquillamente che «gli stranieri devono capire che la nostra accoglienza è un favore e che la nostra priorità è quella di prendersi cura dei nostri connazionali»; in Pierre Boisselet, “Xénophobie en Afrique du Sud: au secours, l’apartheid revient!”, www.jeuneafrique.com, 20 aprile 2015
[3] Francesca Sibani, “Da cosa nasce la caccia allo straniero in Sudafrica“, www.internazionale.it, 21 aprile  2015
[4] William Gumede, “South Africa must confront the roots of its xenophobic violence”, www.theguardian.com, 20 aprile 2015

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