God is sound, Afterhours too – Rock in Roma

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La sera del 6 luglio, la rassegna musicale estiva della capitale, Rock in Roma, offre uno spettacolo per palati sopraffini. Alle 22 il piatto prelibato è servito, sale sul palco una delle band più raffinate in circolazione in Italia negli ultimi anni: gli Afterhours.
Con il loro rock alternativo, contaminato da poderose influenze indie di cui il vocalist Manuel Agnelli è considerato uno degli esponenti di spicco, incantano il numeroso pubblico pronto all’acclamazione.
Esordiscono nel circuito underground italiano nella seconda metà degli anni ’80 e tra sperimentazioni, tributi e il loro rock ruvido ma ancora un po’ acerbo, pubblicano nel 1995 il primo album cantato in italiano: Germi, attraverso il quale stupiscono per il loro stile eclettico che spazia tra contaminazioni psichedeliche, post-punk e post-grunge, ispirazioni a volte melodiche a volte noise, ma sempre anarchiche, beffarde e sensuali. Dall’omonimo album, in questa bella serata d’estate dove il cielo della notte è così chiaro e limpido, da far brillare le stelle più nascoste, gli Afterhours cantano la rabbia contro “il padrone”, che vuole il tuo nome e … “inocula il mio germe…che si riproduce vivo in me”.
Di origini milanesi, i ragazzi citano la loro città di provenienza nel loro ultimo album I milanesi ammazzano il sabato e non è un titolo a caso, come nulla è per caso per gli Afterhours!  Ma è ispirato al noto romanzo noir di Giorgio Scerbanenco, “I milanesi ammazzano al sabato” dove il tema è la giustizia sociale imposta in maniera arbitraria e individuale in un giorno non lavorativo a Milano, dove la sete di vendetta viene istigata dall’impigrimento del sabato pomeriggio… “Se non fosse stato sabato non l’avrei fatto, tutto quel disastro“.
Tra i pezzi estratti da questo loro ultimo lavoro discografico, È solo febbre proposto in apertura della loro performance, che ci immerge immediatamente nella loro tipica dimensione “Afterhours” che canta la mediocrità spirituale assolta da un Dio che è musica.  Infatti Manuel affronta il palco in una veste quasi mistica, oscillando tra sacro e profano, indossa una maglietta per la prima e la seconda parte del concerto di due colori diversi ma con impresso sul fronte un concetto ben chiaro: “God is sound”, che è una ovvia dichiarazione d’amore alla musica, ma di conseguenza anche a Dio.
Del 1999 è La verità che ricordavo dove attraverso sonorità puramente rock, Manuel grida al vento tutta la sua delusione per una vita che non era quella che si aspettava, ora che si rende conto che tutto… “non è bello come quando era bambino”. Dalla stesso album Non è per sempre sceglie di interpretare per il suo pubblico una canzone d’amore, dolce e delicata, ma mai retorica, attraverso un gioco di parole e colori con Bianca esprime e nega i suoi sentimenti con la sua dichiarazione fuori dal normale: “e non voglio certo che tu sia la mia più bella cosa mai successa”!
La psichedelia del pezzo Non si esce vivi dagli anni 80 continua e approfondisce i toni dissacranti verso i luoghi comuni della gente mediocre, che crede ancora nell’eternità dell’amore che invece è l’unica cosa… “che passa mentre l’herpes è per sempre”.
Finalmente mi sento presa in causa e nel mio “piccolo mondo tra piccole iene”, “il sole sorge ancora solo se conviene”… “la testa è così piena che non pensi più” e non sai più se “ti si aprono le gambe o le hai aperte tu”… “uccidi ma non vuoi morire, fra piccole iene solo se conviene…”
Dall’album del 2002 Quello che non c’è viene proposto Bye bye Bombay, da un taglio rock quasi classico ad un testo assolutamente poetico, vero inno del pubblico che impazzisce già dal primo verso della canzone e conclude con un saluto ripetutamente interminabile alla Bombay musicale.
Dal contenuto violento e passionale de Il sangue di Giuda, al desiderio di redenzione e salvezza di Voglio una pelle splendida, alle smanie di possesso di Pochi istanti nella lavatrice, gli Afterhours ci stimolano tutti i sensi fino all’esplosione di piacere con il pezzo velato di erotismo Lasciami leccare l’adrenalina.

Un concerto che ha tanti sapori, tanti colori, tanti umori. Manuel Agnelli a un certo punto della serata prende le difese del Teatro Valle e invita il suo pubblico a partecipare in massa all’occupazione che si sta attuando in nome della cultura in Italia e dei diritti di chi lavora per promuoverla. Tutti lo acclamano e poi ricomincia la danza, una danza dolce, oscillatoria, fatta di lievi contatti fisici, di occhi alzati al cielo al guardare le stelle o semplicemente chiusi ad ascoltare. Sulla banchina a sinistra del palco, seduti tra gli spalti c’è una giovane famiglia, una bambina di forse soli 6 anni, si alza in piedi sul suo sedile alle 22 e non si siede più fino al termine del concerto, a squarciagola canta e balla tutti i testi delle canzoni degli Afterhours, cercando con lo sguardo l’approvazione dei suoi genitori, che soddisfatti ed entusiasti fanno festa con lei. Sorrido e si accende una speranza, c’è ancora qualcuno che riesce a vivere bene questi anni in questo che è un “Paese reale” e non una barzelletta, perché “anche se il tuo paese è una merda, c’è una strada in mezzo al niente, piena e vuota della gente” e c’è bisogno di far qualcosa che serva e solo “dir la verità è un atto d’amore, fatto per la nostra rabbia che muore”.

Annalisa Liberatori

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