Golfo Persico: aumenta il rischio di una guerra.

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Lo scorso giugno, Ilan Goldenberg, direttore del Middle East Security Program presso il Center for a New American Security (think tank americano, ndr), analista ben noto nell’amministrazione dove ha lavorato, scriveva: «la buona notizia è che la situazione non è così grave come sembra. Nessuno degli attori – con la possibile eccezione di Bolton [Consigliere per la nazionale da poco licenziato da Trump, ndr] – sembra davvero voler una guerra. La strategia militare dell’Iran è di mantenere basse le tensioni ed evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti. Washington ha mostrato i muscoli con il suo recente schieramento di truppe, ma la mossa non è stata né consequenziale né terribilmente insolita. Se gli Stati Uniti si stessero davvero preparando per una guerra, il flusso di risorse militari nella regione sarebbe molto più drammatico» [1].

Da allora la crisi ha subito altri scossoni, anche positivi come è stato l’arrivo durante il G7 di Biarritz, su richiesta di Macron e con Trump che non ha opposto resistenza, del ministro degli Esteri dell’Iran, Mohamed Javad Zarif tra l’altro colpito dalle sanzioni statunitensi appena qualche settimana prima. Si era aperto qualche barlume di speranza per un incontro o almeno contatti che allentassero la tensione.

Da sabato il Golfo Persico si è letteralmente incendiato quando dei droni e o missili hanno colpito il più grande impianto di lavorazione del petrolio del mondo, quello di Abiqaiq in Arabia Saudita. In questi stabilimenti si produce il 5% della quantità mondiale di petrolio e la metà di questa, a causa degli incendi, non può, per il momento, finire sui mercati.
Se i ribelli Houti che combattono la coalizione a guida saudita nello Yemen si sono dichiarati responsabili dell’attacco, Washington ha fin da subito addossato la colpa a Teheran e ora, secondo quanto riporta il New York Times, ha esibito delle prove (?) diffondendo foto satellitari che evidenziano 17 punti di impatto negli impianti di attacchi provenienti da nord o nord ovest e quindi compatibili con un raid proveniente dalla direzione del Golfo persico settentrionale, Iran o Iraq dove addestra milizie. Comunque non è tutto chiaro e Trump sta prendendo tempo capire fino in fondo il da farsi. Lo scorso giugno, dopo l’abbattimento di un drone americano ultim’ora fu fermata una dura risposta militare.
L’Arabia Saudita anch’essa ha iniziato a credere, o almeno appoggiare la tesi americana, alla versione di un attacco iraniano che comunque viene smentito da Teheran.

L’Iran un vantaggio lo ha ottenuto, indipendentemente dalle sue responsabilità: ridurre, per qualche tempo, la capacità produttiva dell’Arabia Saudita che metterà mano alle sue riserve per fronteggiare la situazione. Per settimane le sue riserve possono sostituire le mancate produzioni. Intanto il prezzo del petrolio ha subito un notevole incremento portandosi fino a 71 dollari al barile. Nel suo editoriale Le Monde spiega che « se i prezzi del greggio continueranno a salire dopo l’attacco all’industria petrolifera saudita, gli aggressori saranno riusciti a rendere improvvisamente palpabile la tensione nel Golfo Persico in tutto il pianeta», una cosa che non era nemmeno riuscita a Saddam Hussein in Kuwait [2]. L’unica soluzione, dice sempre l’editoriale, è la trattativa altrimenti vista la gravità della situazione la crisi sarà estesa.

L’Iran nel frattempo si è premurata di far sapere attraverso il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi che l’incontro tra Hassan Rohani e Donald Trump, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in programma a New York dal 17 al 27 settembre, “non è sulla nostra agenda né accadrà. L’incontro non avrà luogo finché non ci saranno le condizioni necessarie” e cioè il ritorno degli USA al rispetto dell’Accordo sul nucleare.

La notizia cattiva è che l’Arabia Saudita e il suo Principe Mohammad bin Salman Al Sa’ud, seguendo uno schema tradizionale e militarista delle relazioni internazionali, in caso di prove più o meno attendibili, vorrà rispondere per non perdere la faccia sia al suo interno che all’esterno. Il conflitto o i contenziosi con l’Iran, per l’egemonia della regione, sono già molti e in alcuni casi di guerra vera e propria come nello Yemen.

In questo non sarà da meno la pressione di Israele che negli ultimi anni ha accresciuto l’ostilità con l’Iran con la quale si combatte in Libano e Siria e spinge i suoi alleati e i nemici di Teheran ad alzare il tiro. Israele si è sempre opposto all’Accordo del 2015 sul nucleare e ha sempre provato a farlo saltare perché avrebbero voluto congelare la capacità di Teheran mantenendo la sua. Trump ha fin dalla sua campagna elettorale ha sposato la tesi ma quello era «tutto sommato, quanto di meglio si poteva ottenere ad un tavolo negoziale, […] che nel suo primo periodo di applicazione esso fosse stato puntigliosamente rispettato dagli iraniani. Un comportamento che metteva in luce, se non altro, una buona volontà da cui si sarebbe forse potuti partire per avviare una seconda tornata di trattative» [3].

Yemen, Siria o Libano sono sempre i civili a subire le ferite più dolorose e questo pare continui a interessare sempre poco e sarà così fino a che lo schema di base sarà quelle delle cannoniere.
Pasquale Esposito

[1] Ilan Goldenberg, “ What a War With Iran Would Look Like“, https://www.foreignaffairs.com/articles/iran/2019-06-04/what-war-iran-would-look, 4 giugno 2019
[2] “Nouveau danger dans le Golfe”, https://www.lemonde.fr/idees/article/2019/09/16/nouveau-danger-dans-le-golfe_5510960_3232.html, 16 settembre 2019
[3] Romando Prodi e Giuseppe Cucchi, “Cresce la tensione nel Golfo Persico”, https://eastwest.eu/it/retroscena/tensione-golfo-persico-trump, 7 Settembre 2019

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