Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, una storia d’amore e psicoanalisi

Donatella Finocchiaro Roberto De Francesco
history 7 minuti di lettura

Uscendo da casa mia madre mi ha chiesto se andavo a vedere uno spettacolo divertente o pesante. Le ho risposto che il problema non era tanto quello, ma il fatto che fosse un buono spettacolo o un brutto spettacolo. Quello di ieri sera Il filo di mezzogiorno non era soltanto un buono spettacolo. Era uno spettacolo incandescente.

Tratto dall’omonimo libro di Goliarda Speranza lo spettacolo racconta la storia di un’analisi. Quella che ha visto impegnata l’autrice stessa dopo un tentativo di suicidio e un ricovero in clinica psichiatrica.
Finalmente il teatro è ricominciato. Mancava. Ci si accorge di quanto sia mancato quando si ha la possibilità di vedere attori come Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco in scena. Due attori indispensabili l’uno all’altro nel sofisticato adattamento di Ippolita di Majo, che riesce senza sbavature a tenere insieme tutti i piani narrativi, quello autobiografico, quello di critica sociale, quello scientifico, in un’alchimia e in un equilibrio in cui nessun sapore e nessun profumo predomina sull’altro.

Che dire poi della perfetta regia di Mario Martone, cinematografica quel tanto che basta, in grado di fondere con perizia e maestria il linguaggio filmico e quello teatrale. Operazione teatrale impeccabile quella portata avanti con Il filo di mezzogiorno, supportata dalla scenografia dei fratelli Giustiniani, che disegnano due ambienti diversi. I quali di volta in volta si spostano sui binari dando movimento alla scena, e caratterizzano contemporaneamente i diversi livelli del discorso interiore. Indovinati i costumi di Ortensia De Francesco che riesce a riportarci agli stili e alla moda degli anni Sessanta.

il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza
Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco in Il filo del mezzogiorno

Tutto questo, tutta questa bellezza, non avrebbe senso, non riuscirebbe a raggiungere l’obiettivo, se non ci fossero sul palco Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco.
Donatella Finocchiaro con la sua recitazione impeccabile e robusta, mai fuori dalle righe ma appassionata, riesce a restituirci la complessa personalità di Goliarda Sapienza, attrice, femminista ante litteram, partigiana, donna moderna, una delle scrittrici più notevoli del Novecento italiano.
Il bravissimo Roberto De Francesco dà vita a Ignazio Majore, lo psicoanalista che prenderà in cura Goliarda Sapienza su invito del compagno di lei, il regista Citto Maselli. Raffinata la recitazione di De Francesco che riesce a tratteggiare un personaggio che inizialmente è al sicuro, protetto dalla propria scienza, ma che a poco a poco lascerà intravedere tutta la sua fragilità. È un lavoro a togliere quello effettuato dall’attore, che come ci ha confidato alla fine dello spettacolo ha avuto qualche preoccupazione iniziale, quando si è confrontato con un personaggio che parlava in linguaggio tecnico, scientifico. Preoccupazione del resto brillantemente superata allorché si è calato nel personaggio.
Roberto De Francesco ha poi avuto parole piene d’affetto per il regista Mario Martone. Tanto che alla domanda Com’è lavorare con Martone? ha risposto: Ma io ci lavoro da trent’anni. È un fratello. Neanche lavoriamo insieme, andiamo a braccetto a fare le cose.

È uno spettacolo nello spettacolo veder duettare Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco. La passione di lei travolge il grigiore scientifico di lui. Entrambi perfettamente calati nella parte si scambiano le battute, a volte come carezze, a volte come schiaffi. Ma in ogni parola, in ogni gesto lasciano il segno su un pubblico attento e rapito.

La storia de Il filo di mezzogiorno è la storia di Goliarda Sapienza, ricoverata in una clinica psichiatrica, dove subirà un ciclo di elettroshock. Portata via dal compagno Citto Maselli verrà affidato alle cure dello psicanalista Ignazio Majore, che per un lungo periodo si recherà tutti i giorni dalla giovane donna per intraprendere una terapia psicanalitica.
Goliarda Sapienza all’inizio della cura è senza memoria, preda dei propri incubi. Lo psicanalista è sicuro della sua scienza, del rigore del metodo, dell’efficacia del suo intervento. I ruoli sono chiari. Da una parte la donna malata dall’altra lo scienziato che cura. Ma ben presto questi ruoli sono scardinati, e la stanza dell’analisi diventa a poco a poco il luogo dello scontro incontro di due fragilità, dello scontro incontro di un amore che devasterà i due protagonisti. Di uno scontro incontro in cui prevale l’urlo di libertà di Goliarda Sapienza. Prevale al di là del grigiore delle griglie interpretative di cui è portatore l’analista. E che non riusciranno comunque a metterlo al riparo dalla passione, dall’acume, dalla lucidità, di una donna che accetta di attraversare la cura psicanalitica, senza rinunciare alla propria capacità critica.

Man mano che la terapia procede, vediamo emergere una donna in grado di far vivere tutta la sua passione e capacità critica, senza addormentarsi in quella che è la nuova religione della psicanalisi. Con sapienza criticherà l’analista, e con questo la psicanalisi, accusata di essere portatrice di una visione patriarcale del mondo, delle donne. Goliarda Sapienza criticherà aspramente lo psicoanalista, di cui pure si sta innamorando, quando lui si permetterà affermazioni come L’amicizia tra donne è sempre ambigua. Lo criticherà aspramente, accusandolo di paternalismo, quando porterà davanti ai suoi occhi modelli culturali imperanti nell’Italia degli anni Sessanta, ma inaccettabili ai suoi occhi di donna emancipata.

Alla fine dello spettacolo gli applausi sembravano non voler finire mai. In quegli applausi c’era anche la riconoscenza per Mario Martone e per Ippolita di Majo che sono riusciti con grande perizia a mantenere insieme, senza sbavature, i diversi piani narrativi.
Gli attori sono stati richiamati più e più volte, alla chiusura del sipario, per i meritatissimi applausi Nelle parole degli attori in scena, nella loro recitazione, non si è mai avvertita una caduta di tensione, non ci sono mai stati momenti in cui l’azione veniva spiegata piuttosto che recitata, e interpretata. Non c’erano indicazioni che venivano fornite noiosamente perché lo spettatore si potesse districare nel testo e comprendere.
Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco hanno fatto vivere i personaggi sulla scena, facendone emergere passioni, contraddizioni, fragilità, senza ricorrere a facili trucchi attoriali o furbi ammiccamenti. Era la vita stessa che si presentava e tesseva le sue complicazioni attraverso la recitazione dei due attori.

Splendida Donatella Finocchiaro nel far emergere la follia del personaggio, così come mostrarcelo nel suo progresso verso la luce, verso una rinnovata presa di coscienza. Potente nelle scene iniziali con quel suo bellissimo accento catanese, che poi torna a una perfetta dizione teatrale.
Non è stata da meno l’interpretazione di Roberto de Francesco, che ha dato vita a uno psicanalista proteso alla cura, che poi si perde nell’innamoramento per la paziente e mostra tutta la propria fragilità.

Bravi Martone e Ippolita di Majo a non essere giudicanti nei confronti della figura dell’analista, ad essere riusciti a farne emergere i chiaroscuri. Perché in fin dei conti, pur nel suo smarrimento riesce a condurre fuori dal baratro una donna, che si era persa nella tragedia dell’elettroshock.
Forse, la vera dannazione per lo psicoanalista Ignazio Majore non risiedeva tanto nei limiti della sua scienza e della sua arte, ma nell’aver incontrato una donna come Goliarda Sapienza, irriducibile a qualunque schema e che fino all’ultimo ha rivendicato la propria libertà.

Potremmo dire che Il filo di mezzogiorno è una pièce sull’amore e sulla libertà. Un amore che come emerge dalle parole di Goliarda Sapienza non vuole essere possesso esclusivo, ma rispetto per la crescita dell’altro. Non è soltanto una storia d’amore tra psicanalista e paziente. È anche una grande storia d’amore tra Citto Maselli e Goliarda Sapienza. Perché fu proprio Maselli a strapparla dalla clinica psichiatrica e dagli elettroshock.
Goliarda Sapienza ne Il filo di mezzogiorno compie un viaggio e scopre in anticipo sui tempi, che la psicanalisi, qualunque cosa essa sia, non può certo essere matematica disgiunta dalla carne viva. E che al di là della psicoanalisi c’è un grido di libertà che non può essere ridotto a nessuno schema, poiché più potente della vita c’è solo la vita stessa.

Gianfranco Falcone

Teatro Franco Parenti
1 – 6 giugno 2021

Il filo di mezzogiorno
di Goliarda Sapienza
adattamento Ippolita di Majo
regia Mario Martone
con Donatella Finocchiaro, Roberto De Francesco
scene Carmine Guarino
costumi Ortensia De Francesco
luci Cesare Accetta
Il filo di mezzogiorno è pubblicato da La nave di Teseo
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Teatro di Roma – Teatro Nazionale / Teatro Stabile di Catania
un ringraziamento a Mario Tronco per aver musicato il canto dei pescatori delle isole Eolie

 

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: