Governo Meloni. L’assalto alla Costituzione con il presidenzialismo

Palazzo Chigi sede del Governo
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Ai fatidici “primi” cento giorni, il governo c’è arrivato con il fiato lungo dopo aver sperimentato le montagne russe della legge di Bilancio dove a brillare sono stati gli errori, le indecisioni e scelte incomprensibili ai più, ma forse utili a saldare i “debiti” con il suo elettorato. Insomma è apparsa chiaramente l’inadeguatezza della compagine governativa, che è inciampata anche sullo schema già predisposto da Mario Draghi, specialmente su quei capitoli di spesa che necessariamente danno la caratura di un governo tipicamente “politico” – come ama ribadire ad ogni piè sospinto Giorgia Meloni – mentre lì dove era possibile sfoggiare risolutezza e pugno di ferro hanno profuso il massimo sforzo,  facendo approvare la legge sulla regolamentazione dei “rave party” e quella sui migranti.

Quasi un fulmine a ciel sereno caduto sulle aspettative di una comunità nazionale afflitta da problemi economici e, per molti, di sopravvivenza quotidiana. Ma tant’è; ora anche in Italia si fa sul serio contro queste adunate sediziose – questo il concetto di base – e nulla importa “se si parla di veri free party, diciamo da 500 persone in su, stimerei oggi in un centinaio l’anno o giù di lì. Quelli davvero grossi, sull’ordine delle migliaia di persone, non più di 3-4 l’anno” [1].

Sui migranti, altra priorità assoluta per la sopravvivenza della nazione, c’è anche la longa manus dei Matteo,  Salvini e Piantedosi, e così da una parte evitano formalmente di trasgredire alle leggi internazionali assegnando immediatamente un porto alle navi ONG per lo sbarco de naufraghi a bordo e, dall’altra, li spediscono a giorni di navigazione dal luogo in cui si trovano. Per la verità questa tattica volta a scoraggiare i salvataggi era già presente sotto la direzione della precedente ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Intanto persone continuano a morire e a soffrire.

Terminati gli affanni quasi di routine imposti dall’approvazione della legge di Bilancio e assolti gli obblighi nei confronti dei vari gruppi di elettori in essa contenute, ora Giorgia Meloni – più che il governo nella sua interezza – volge lo sguardo verso l’obiettivo che le sta più a cuore, una specie di Vello d’Oro da conquistare ad ogni costo. L’oggetto del suo desiderio, mai nascosto, è quello di varare una riforma in senso presidenziale o semipresidenziale della nostra Repubblica. Ho usato volutamente l’aggettivo possessivo perché vorrei ricordare che, per quanto legittimamente eletta, è pur sempre una minoranza che intende metter profondamente mano alla Costituzione, senza nemmeno preoccuparsi delle altre parti politiche dentro e fuori il Parlamento.

La Destra al governo e la Presidente del Consiglio vogliono il presidenzialismo; lo ripetono da più di quarant’anni e lo hanno ribadito con forza anche nella conferenza stampa di fine anno. Per arrivare ad ogni costo a questa riforma la ministra delle Riforme Costituzionali, Elisabetta Alberti Casellati, ha già predisposto un piano di massima che prevede il passaggio attraverso una Bicamerale composta da non più di 20 parlamentari guidati dal senatore di “Forza Italia” Marcello Pera. Tempo stimato per l’operazione, 2 anni o giù di lì.

È quasi una ferrea tabella di marcia, perché la Presidente del Consiglio questa riforma la vuole concludere entro la legislatura. Anche se ancora siamo ai preliminari della discussione, qualche paletto l’opposizione comincia a metterlo. Sintetizza in maniera chiara il costituzionalista e deputato PD,  Andrea Giorgis: «La premier in sostanza dice – noi vogliamo il semipresidenzialismo, se ci state bene, altrimenti facciamo da soli – un atteggiamento inaccettabile, qui stiamo parlando delle regole della democrazia » [2].

Qualche ostacolo la riforma potrebbe trovarlo anche nella compagine governativa dove si sollevano dei distinguo che denotano come la tanto glorificata unione di intenti dei partiti di governo possa scheggiarsi, e proprio sull’iter da seguire. Ad esempio l’idea di Bicamerale pensata dalla ministra Casellati – cioè predisporre un testo governativo da discutere in primavera – sebbene ancora si e no abbozzata, è già valutata da Fratelli d’Italia pesante e poco celere, perché la loro idea è quella di velocizzare il tutto attraverso un lavoro da svolgere a livello parlamentare con una proposta di legge sul presidenzialismo.

È una mossa tattica ben orchestrata perché se la riforma fosse approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, non si farebbe luogo al referendum (art. 138 della Costituzione – Sez. II Revisione della Costituzione e Leggi Costituzionali; 3° cpv.) che, è gioco forza, si trasformerebbe in un voto all’operato del governo. Giorgia Meloni, che ha i piedi ben piantati a terra, sa benissimo che il ricorso al referendum sarà comunque ineliminabile semplicemente perché i due terzi dei voti non li otterrà mai e allora, facendo buon viso a cattiva sorte, sarà il “popolo” votante al referendum a suggellare la scelta della Meloni, in una esaltazione del populismo mai accantonato dalla Destra. Soluzione questa alquanto pericolosa, un’arma a doppio taglio, che però risulterebbe essere il termometro per pesare quanto seguito Giorgia Meloni ha nel Paese.

Insomma, sebbene sia ancora tutto da decidere, è innegabile che il ruolo di testa d’ariete sarà svolto da Fratelli d’Italia e Lega e Forza Italia, nolenti o volenti, dovranno assecondarlo. A questo punto, superata la pausa natalizia, si ricomincerà a parlare di riforma costituzionale dimenticando che le problematiche dei cittadini sembrano essere decisamente altre. Ma su che binario si svilupperà il discorso? Si procederà per una svolta in senso presidenziale o semipresidenziale? La domanda non è né oziosa né  retorica perché le differenze fra i due sistemi sono abissali come abissali saranno i danni che si riverseranno sull’intero impianto costituzionale del Paese.

L’esempio di repubblica semipresidenziale più prossimo a noi, e al quale sembrerebbe ispirarsi la Presidente del Consiglio, è quello attualmente vigente in Francia. Il Capo dello Stato francese – che corrisponde nel sistema parlamentare come il nostro al Presidente della Repubblica – riassume nella sua figura il potere di indirizzo politico nominando il Capo del Governo ed esercitando, per ovvie ragioni, una forte influenza e pressione politica. In un sistema semipresidenziale il Capo di Stato oltre ad essere il garante della Costituzione e difendere l’unità nazionale, condivide anche il potere legislativo e quello esecutivo con il Parlamento e con il Governo.

Già ad una veloce comparazione fra i due sistemi, balza evidente come per traslocare nel sistema semipresidenziale dovremmo rinunciare, ad esempio, alla equidistanza fra i tre poteri del Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, fondamentale per una democrazia, sia pur liberale. Ma non basta. Il lavoro di sbancamento sarebbe di non poco conto perché obbligherebbe la riscrittura o la soppressione pressoché totale di alcuni articoli della Costituzione. La prima “vittima” sarebbe ad esempio l’articolo 70 (Sez. II La formazione delle leggi) che recita “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”.
Poi andrebbero depennati dalla Costituzione quei sistemi articolati che fissano le responsabilità di carattere politico degli organi dello Stato. Decadrebbe quindi, perché superato dalla nuova impostazione costituzionale, la responsabilità politica del Governo di fronte alle Camere (Sez. III Il Governo, artt. 94 e 95).

Ma il cuore di questa riforma riguarda ovviamente la figura del Presidente della Repubblica, il cui profilo costituzionale verrebbe totalmente riscritto dato che la sua elezione verrebbe tolta al Parlamento e ai Grandi Elettori per essere delegata al “popolo”. La rilettura delle funzioni presidenziali assegnerebbe al Presidente un vasto campo di interventi che vanno dall’indicazione dell’indirizzo politico alla scelta del Presidente del Consiglio dei Ministri. Al di là di come potrà avvenire l’individuazione del candidato alla presidenza della Repubblica, rimane il fatto che l’eletto alla fine sarà il rappresentante di una parte politica, quella cioè che l’avrà eletto, rinunciando a rivestire il ruolo di figura di garanzia stabilito in maniera chiara dalla Costituzione.
Non solo, ma non può sfuggire il fatto che una ipotesi di questo genere potrebbe portare addirittura ad un conflitto d’interesse fra il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio che riceve l’incarico proprio dal primo. Ecco perché questa evenienza, per nulla ipotetica, pone in maniera ineludibile anche il tema della ricerca dei criteri che devono limitare il potere così vasto di questa nuova figura presidenziale. Certo, quello che mi impensierisce di più è che l’idea di poter “scegliere” noi chi vogliamo ci governi, farà molta presa su una popolazione che vuole essere arbitro del suo destino perché sicuramente sfibrata e sfiduciata da un sistema politico sempre più distante dall’obbligo della rappresentanza, chiuso nel suo guscio autoreferenziale, le cui strategie interne si sono dimostrate assolutamente sterili, prova ne siano  le penose esibizioni che hanno condotto alla rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.

Però se tutto ciò è vero, dovremmo anche avere la capacità di ammettere che le tristi prove offerte dalla classe politica non son frutto di un deficit istituzionale o costituzionale. Cerchiamo di vedere la luna e non il dito, perché la nostra forma di Stato, una Repubblica parlamentare, non ha dato segnali di debolezza o di incrinature. Quello che non è andato e non va è la qualità dei nostri rappresentanti, frutto della superficialità con la quale vengono scelti dai loro partiti, espressione di leggi elettorali che permettono l’attribuzione di seggi a chi non li ha conquistati con il voto, falsando di conseguenza la rappresentanza politica e svuotando la sovranità popolare.

Quindi ci corre l’obbligo di seguire attentamente l’iter di questa riforma costituzionale perché, ne sono convinto, dietro questo passaggio si nasconde un’altra insidia – per il momento solo urlata – che si configura già come l’altra parte della tenaglia con la  quale la Destra vuole stringere il Paese in una morsa. Mi riferisco alla ventilata riforma della Giustizia propugnata da Nordio e tenuta dal Ministro nel cassetto già nei primi anni ’90 all’epoca cioè di “Mani Pulite”, ed ora pronto ad applicarla come necessario sostegno all’opera di demolizione che il governo Meloni è in procinto di far scattare.

Non dobbiamo certo abbassare la guardia né farci prendere da facili allarmismi ma forse  riflettere sulla sintesi proposta da Francesco ‘Pancho’ Pardi già nel lontano gennaio del 2022:« Il Presidenzialismo straccione che viene propagandato in questi giorni di crisi è il sogno di coloro che non sopportano la separazione  dei poteri e le garanzie costituzionali. Il loro sogno è il nostro incubo» [3]. Staremo a vedere, ma sempre in direzione ostinata e contraria.

Stefano Ferrarese

[1] https://www.rivistastudio.com/rave-modena/, 2 novembre 2022
[2] https://www.linkiesta.it/2022/12/piano-presidenzialismo-meloni/, 30 dicembre 2022
[3] Francesco ‘Pancho’ Pardi, https://www.micromega.net/elezione-diretta-presidente-repubblica/, 31 gennaio 2022

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