Governo Meloni: la via giudiziaria contro il dissenso

Italia Costituzione Art 21

Il prossimo 16 Aprile si aprirà, con la prima udienza, il processo avviato da apposita querela dell'attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nei riguardi del Prof. [1], accusato di aver oltraggiato l'alta carica governativa ledendone la reputazione con la seguente frase pronunciata durante un incontro che si è tenuto al Liceo scientifico statale E. Fermi di Bari, nel 2022, sul conflitto tra Russia e Ucraina: «La leader di Fratelli d'Italia, poveretta, trattata di solito come una mentecatta pericolosissima, essendo neonazista nell'animo si è subito schierata con i neonazisti ucraini».
Dopo la prima sentenza di condanna, da parte del Tribunale di Roma, dello scrittore e giornalista a pagare mille euro di multa per aver diffamato Giorgia Meloni, il capo del Governo s'avventura in un'altra impresa che rivela un eccesso di zelo nel tentativo di controllo intimidatorio della intellettualità non asservita.
In Italia, una modalità di rapporto che si sta consolidando tra Esecutivo ed intelligencija è quella “giudiziaria”.

La diffamazione è un reato previsto dall'art. 595 del Codice penale che viene in rilievo quando qualcuno offende la reputazione altrui, comunicando con più persone e in assenza della persona offesa o, ad esempio, quando si diffondano a mezzo stampa delle notizie offensive nei confronti di un determinato soggetto. Tuttavia, le ricostruzioni nelle sedi processuali degli effettivi accadimenti – per quanto riguarda i casi in specie – paiono fuoriuscire da diatribe condominiali, da Bar Sport o che insorgono tra automobilisti incidentati ed incivili.
In realtà, siamo in presenza di un agire politico e giuridico che esplicita un'intenzionalità repressiva di ogni forma di dissenso, uno “stile” che si sta trasformando in funzioni, misure e norme finalizzate a tacitare il dissenso. Con consistente porzione del mainstream media, old and new, che s'attiva alla maniera di reparto di ufficiali di complemento o di “esecuzione”.

Come nel caso di forme d'aggregazione giovanile considerate, all'esordio della compagine governativa, alla stregua di questioni d'ordine pubblico tout court, allo stesso modo esponenti del Governo si mostrano sempre più irritati dalle critiche vivaci e serrate, ma che possono talora risolversi in decisa opposizione, che emergono da più parti circa le posizioni teoriche e ideologiche, le direttive, le linee d'azione sia in generale sia riguardo a problemi particolari, che il sessantottesimo Governo della Repubblica Italiana sta perseguendo.
Certo, come spesso s'attribuisce alla Magistratura, a volte anche in modo generosamente aprioristico, una doverosa strategica imparzialità del suo operato, l'ordinamento ritiene sia necessario affidarsi ad un soggetto terzo per dirimere questioni che attengono all'espressione  disonorevole riferita a persone che vengono appellate pubblicamente ed additate per specifiche condotte con frasi ritenute calunnianti. Inoltre, se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio [342], le pene sono aumentate [64, 596-599].

Nel caso di Roberto Saviano l'opinione ritenuta screditante e meritevole di sanzione è la seguente: «Vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame detto sulle ONG: taxi del mare, crociere […] Viene solo da dire bastardi. A Meloni, a Salvini, bastardi, come avete potuto? Come è stato possibile tutto questo dolore descriverlo così? Legittimo avere un'opinione politica, ma non sull'emergenza».

Conviene sgomberare il campo da una tendenza semplificatoria all'indistinzione: il dibattito politico-culturale, la “discussione pubblica” anche ricorrente nel discorso giornalistico odierno su diversi media, deve essere libera e consapevole.

Spesso il linguaggio anche critico degli intellettuali, nutrito dai principi prima ricordati – libertà e responsabilità -, deve ricondurre ad un unico comun denominatore di coraggio e di laicità, secondo l'alta garanzia che dell'indipendenza di giudizio fornisce la nostra Costituzione della Repubblica italiana con l'Art. 21, secondo il quale «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Il modo di pensare e intervenire nelle vicende del mondo, il rapporto con la “verità” stanno inesorabilmente cambiando e si è frantumato il diaframma tra la libera manifestazione del pensiero e l'ideologico pregiudizio diffamatorio. Questo è constatabile da tutti, oltre che oggetto di recenti approfondite riflessioni [2].

Per quanto riguarda i processi intentati da Giorgia Meloni, è evidente che non può esserci mai stata, mai è stata sussistente l'intenzione di deliberata diffamazione nei confronti di chicchessia, in quanto espressioni – quelle di Saviano e Canfora – trasparentemente  indipendenti, coraggiosamente fondate su argomentazioni in contrasto con i potentati di turno e con lessico niente affatto offensivo delle persone, bensì semplicemente ed accentuatamente critico di atteggiamenti e provvedimenti della massima autorità del potere esecutivo che buona parte del popolo italiano stigmatizza eticamente e ritiene nocivi.
A questo proposito, ricordiamo en passant che alle ultime elezioni politiche del 2022, il partito di Fratelli d'Italia si è presentato in coalizione con Forza Italia, Lega Nord e Noi con l'Italia – UDC, ottenendo preferenze pari a  7.300.628: in termini assoluti. L'exploit di Fratelli d'Italia, rispetto al 2018, è avvenuto nell'indiscutibile ulteriore affermazione dell'astensionismo in modo talmente evidente, confermando il trend degli ultimi anni, che il “partito del non voto” è ormai stabilmente il “primo partito” d'Italia, rappresentando la scelta di quasi il 40% del corpo elettorale.

Pertanto, su questioni di interesse generale l'attuale Governo non sta esercitando – per forza di cose – una corretta dialettica democratica, portando a sintesi le posizioni politiche e di volontà riformatrice, espressioni di tutte le porzioni della società civile (dall'economia ai diritti, dal Welfare alla giustizia, dalla politica estera al riarmo e militarizzazione della società, dalla “autonomia differenziata” al “premierato” [3], etc.) che potrebbero emergere attingendo a diverse subculture partitiche, incamminandosi in unilateralismo “decisionista” pericoloso con il corollario di lugubre valorizzazioni di retaggi politico-retorici e colpi di mano parlamentari che con tutta evidenza richiamano una versione mercantile del parlamentarismo deleterio e un infausto passato.

Quando nel pubblico dibattito emerge il dissenso è un bene per la comunità nazionale. Esso non va intimidito o censurato, semmai, deve essere apprezzato esclusivamente come desiderio di confronto sincero, voglia di chiarezza, di trasparenza comunicativa ispirata eticamente, certo, come sono sempre stati le personalità oggetto di querela negli anni di vita professionale, culturale e civile, non disdegnando l'impegno politico, che questa impostazione fosse necessaria cercando di poter interloquire con persone degne, altrettanto disponibili all'onestà.
Probabilmente, la consolidata, negli anni, capacità interpretativa circa il contesto politico-culturale di Canfora e Saviano, è stata parzialmente smentita dovendo constatare che alcune battaglie ideali, alcune sollecitazioni all'approfondimento critico delle questioni, alcuni tentativi di “smontaggio” di cristallizzazioni pseudoideologiche, hanno trovato arcigna resistenza, esplicito segnale di imbarbarimento civile e di torsione autoritaria del potere politico in grado anche d'una compromissione costituzionale.

Si osserva un chiuso apriorismo del feudo governativo che è possibile ritenere assimilabile ad altre nefaste epoche nelle quali il pensiero divergente e l'onore sono stati oggetto di repressione, persecuzione e, in questi casi, si, di oltraggio.

La sincerità dell'intenzione di essere onesti di fronte a se stessi, dice Immanuel Kant, è «l'idea di bene morale nella sua assoluta purezza». Come sappiamo, questa non è un'idea astratta, ma un processo che si realizza nel mondo reale, ove, ahinoi!,  persiste una divaricazione facilmente percepibile tra onestà e disonestà.
Le interviste, gli scritti, alcuni spettacoli teatrali o televisivi, a volte ironici, mai offensivi, vanno correlati a precedenti interventi politici governativi tutti suscettibili di critica pubblica schietta e sarcastica alla quale con evidenza hanno fatto riferimento i querelati meloniani senza che essi ed altri possano dolersene.
Prestare il fianco a una diversa e controversa interpretazione è solo istigazione alla coercizione al pensiero unico. Questa eventualità, finisce per consolidare una drammatica divaricazione tra interessi politicamente ristretti e interessi territorialmente e socialmente vasti [4.

Venuti a conoscenza di una specifica decodificazione che porta inesorabilmente allo scontro meramente giudiziario, conclusivamente, non è possibile affidarsi all'imparzialità della Magistratura perché la giurisprudenza spesso annovera non solo interpretazioni differenti delle stesse fattispecie di reato, ma, talvolta, errori e ritorsioni nei riguardi di chi esprime, con piena consapevolezza e responsabilità, pubblicamente, il proprio pensiero critico nei rispetti del condottiero intollerante e protervo.

Dopo la farsa della disputa tra (M5S) e Giorgia Meloni sul Meccanismo europeo di stabilità [5] finita con lo l'autoscioglimento per «mancanza di terzietà» del Gran Giurì d'onore parlamentare, ora la Presidente del Consiglio spinge per generare una “fiorente letteratura dell'esilio” inducendo con il suo agire persecutorio intelligencija non prezzolata e non legata ai carrozzoni partitici a contemplare anche l'ipotesi di emigrazione intellettuale.

Come tutelare, oggi, l'indipendenza del proprio pensiero? Forse bisogna prendere spunto dalle biografie degli esponenti della “Scuola di Francoforte” o di Hannah Arendt? Benedetto Croce – su invito di Giovanni Amendola – si impegnò nella redazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti, in risposta al Manifesto di Giovanni Gentile, che, pubblicato il 1º Maggio 1925 su Il Mondo e Il Popolo raccolse un folto ed autorevole gruppo di firmatari.

In Germania, sotto il regime nazista praticamente non esisteva vita letteraria e intellettuale: emblematico, nel 1933, i roghi, cosiddetti Bücherverbrennungen, in cui vengono bruciati i libri di quasi tutti gli autori significativi del tempo. Centinaia di letterati e intellettuali, chi costretto, chi per libera scelta, prendono la via dell'esilio: benché proveniente dai più diversi schieramenti (dall'estrema sinistra alla borghesia liberale), unanime è il rifiuto del nazismo. Se ne vanno, tra i tantissimi, i fratelli Mann, Bertolt Brecht, Anna Seghers, Alfred Döblin, Carl Zuckmayer ed Enrich Maria Remarque [6]. Oggetto di memoria, tra gli altri simili, Manuel Ferriera, il poeta Alexandre O'Neill che per le sue impietose satire sociali – come Nel regno di Danimarca (No reino da Danimarca, 1941) – viene spesso arrestato e messo sotto stretta sorveglianza, José Saramago e José Cardoso Pires, tra i pochi intellettuali non schierati a favore della dittatura (con la propaganda o il silenzio) di Antonio de Oliveira Salazar, il quale dopo un colpo di Stato militare, instaura nel 1933 in Portogallo una dittatura di stampo fascista.
L'ascesa del nazismo costrinse gli esponenti dell'Institut für Sozialforschung, fondato a Francoforte nel 1923  (tutti di origine ebraica) ad abbandonare la Germania, dapprima trasferendosi in Svizzera e quindi, a partire dal 1940, negli Stati Uniti, dove l'Istituto venne accolto dalla Columbia University di New York, prendendo il nome di International Institute for social research.

Per evitare un deleterio ritorno a questo passato, bisogna combattere la censura – in tutti i modi essa si possa presentare – quella forma di controllo sociale che limita la libertà di espressione e di accesso all'informazione, basata sul principio secondo cui determinate informazioni e le idee e le opinioni da esse generate possono minare la stabilità dell'ordine sociale, politico e morale vigente. Applicare la censura significa esercitare un controllo autoritario sulla creazione e sulla diffusione di informazioni, idee e opinioni, cercando di impedire a ciascuno di rendersi autonomo e spegnendo la libertà di espressione e comunicazione del singolo che, viceversa, non deve essere subordinata a nessun tabù di ordine governativo.

Giovanni Dursi

[1] Docente universitario, filologo classico, grecista, storico e saggista italiano.

[2] A mero titolo esemplificativo, rif. a V. Codeluppi, Vetrinizzazione. Individui e società in scena (Bollati Boringhieri, 2007-2021); Byung-Chul Han, Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, 2023); Éric Sadin, Critica della ragione artificiale. Una difesa dell'umanità (LUISS, 2019).

[3] Sui temi dell'autonomia differenziata e del premierato mentinfuga.com ha prodotto articoli, con analisi critiche dei provvedimenti governativi, rintracciabili nell'archivio della rivista.

[4] Questo tipo d'analisi del potere, seppur socio-antropologicamente e politicamente condotta su “scala locale” è presente nel pamphlet di Graziano D'Angelo e Giovanni Dursi, Lanciano città libera ? Lavori in corso fino al 2016, Edizioni Tabula, 2011, pagine 20-22.

[5] Il MES, noto anche come “fondo salva-Stati”, creato sulla scia degli interventi nella crisi del debito sovrano avvenuta nel 2010 con gli interventi ripetuti per dapprima scongiurare il default della Grecia.

[6] Da ricordare, inoltre, che nel suo celebre discorso tenuto al congresso del PEN club (Poets, Essayists, Novelists) a Dubrovnik, subito dopo il rogo dei libri, lo scrittore Ernst Toller condanna la barbarie nazista e il presidente dell'associazione, Herbert George Wells, prende le difese degli scrittori in fuga: la sezione tedesca del club, che non ha condannato le persecuzioni degli intellettuali avversi al nazismo, viene espulsa dal PEN. Nel 1936, 118 esponenti della cultura, della politica e della scienza, organizzano un'imponente manifestazione di solidarietà a favore delle vittime del nazismo durante la quale vengono raccolte firme e dichiarazioni per la liberazione, tra gli altri, di Karl von Ossietzky, intellettuale pacifista e premio Nobel per la pace, incarcerato dai nazisti e in seguito deportato nel campo di concentramento di Esterwegen.

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