Green Deal: 1.000 miliardi non bastano.

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Il Parlamento di Strasburgo con 482 favorevoli, 136 contrari e 95 astensioni ha approvato il piano per la transizione ecologica, il Green Deal.
Si tratta di un passaggio al quale deve far seguito il via libera da parte del Consiglio dell’Ue di cui fanno parte tutti i governi nazionali. E non sarà un passaggio facile.

Come recitava il documento dello scorso dicembre al momento della presentazione alla stampa del Green Deal da parte della Commissione europea, presieduta da Ursula Von der Leyen, serve a «rendere l’Europa il primo continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050, stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, prendendosi cura della natura e migliorando l’ambiente». Per attuarlo concretamente, oltre ai finanziamenti di cui parliamo più avanti, una volta approvato dal Consiglio, dovranno essere votate decine di leggi nei prossimi anni.

Conferenza stampa Ursula von der Leyen presidente della commissione europea 14 gennaio 2020 EP-098557A Fotografo Fred MARVAUX Copyright© European Union 2020 Source EP

Il Parlamento ha fatto qualcosa in più perché, votando un emendamento dei verdi, è stato aumentato al 55% l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas che provocano l’effetto serra in Europa entro il 2030. Inoltre per prevenire il trasferimento delle emissioni di CO2 [1], i deputati hanno richiesto alla Commissione di lavorare a un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere compatibile con l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO).

Un passo avanti. Un concreto impegno dopo una presa di coscienza ma al di là di tutte le problematiche che già ci sono all’interno dei vari stati ha ragione la deputata spagnola Iratxe García Pérez del gruppo Socialisti e democratici quando dice che serve almeno il 30% del prossimo bilancio UE per contrastare il cambiamento climatico [2]. Sul tema dei finanziamenti andrebbe deciso una volta per tutte che gli investimenti per combattere il riscaldamento globale e per arrivare alla neutralità energetica il prima possibile dovrebbero essere eliminati dal calcolo del 3% del deficit, uno dei parametri dell’Unione per i bilancia statali. Del resto pensare di capovolgere un’economia che nella zona euro ha oltre 16.000 miliardi di dollari di Prodotto interno lordo con i 1.000 miliardi di euro in dieci anni previsti sembra improbabile; i programmi green dei democratici negli USA (Pil oltre 19.000 miliardi di dollari) ragionano su cifre ben al di sopra dei 1.000. miliardi.
Poi c’è un’altra questione che vale la pena di sottolineare come ha fatto Lorenzo Tecleme in un articolo molto critico sull’efficacia del piano: «manca infatti qualsiasi piano concreto per la riduzione del consumo di carne, un settore responsabile secondo la Fao del 14% delle emissioni globali. Quanto i trasporti, per intenderci.Nemmeno i Trattati di libero scambio vengono messi in discussione. Anzi, silenziosamente l’Ue continua a portare avanti le trattative per un accordo coi paesi sudamericani del Mercosur, che continuerebbero a bruciare la foresta amazzonica per produrre carne da importare in Europa in cambio di nuovi, fiammanti e inquinanti suv tedeschi» [3]

I 1.000 miliardi di euro per i prossimi dieci anni, come spiega il sito del Parlamento europeo, saranno composti per «circa metà dei fondi dovrebbe provenire dal bilancio UE – ad esempio dai programmi che contribuiscono a progetti climatici e ambientali, dai fondi per l’agricoltura, dal Fondo europeo di sviluppo regionale, dal Fondo di coesione e da programmi come Orizzonte Europa e LIFE. Inoltre, verranno mobilitati ulteriori €114 miliardi di euro tramite un cofinanziamento degli stati membri e dovrebbero entrare in circolazione circa €300 miliardi di investimenti privati e pubblici grazie agli incentivi di InvestEU [si tratta del programma nato nel 2019 per incrementare finanziamenti su crescita e occupazione, ndr] e ai fondi di innovazione e modernizzazione. Secondo le stime della Commissione europea altri €100 miliardi verranno attratti dal nuovo Meccanismo per una transizione giusta, ideato per sostenere le regioni e le comunità maggiormente interessate dalla transizione verso un’economia sostenibile, come ad esempio le regioni che dipendono fortemente dal carbone» [4].

Il Just Transition Mechanism (Meccanismo per una transizione giusta) è un modello cardine perché serve a supportare tutte quelle realtà che affrontando la transizione ecologica verrebbero messe in difficoltà, per i lavoratori per le aziende e per tutta la comunità. Secondo quanto dichiarato da un alto funzionario «i lavoratori che perdono il lavoro dovrebbero essere aiutati per la riqualificazione. Ci sarà supporto per nuove infrastrutture, assistenza per la ricerca di lavoro, investimenti in nuove attività produttive. E anche le regioni in cui cesseranno le attività esistenti dovranno essere rigenerate» [5]. Il JTM avrà 7,5 miliardi di euro di risorse aggiuntive che insieme al cofinanziamento delle Nazioni, all’ InvestEu e alla BEI assommerà a 100 miliardi. Verranno coinvolti tutti i paesi, ma come verranno suddivisi tra loro? Bisognerà tener conto di alcuni criteri «emissioni di gas a effetto serra da impianti industriali nelle regioni in cui l’intensità di carbonio di tali emissioni risulta superiore alla media dell’UE; livello di occupazione nel settore dell’estrazione di carbone e lignite; livello di occupazione nell’industria nelle regioni di cui al punto 1; produzione di torba; produzione di scisto bituminoso» [6].

Questi i criteri, ma alla fine quanti soldi vanno e a chi? E qui sono iniziate le dispute che preannunciano battaglia nel Consiglio europeo.
Beda Romano riporta nel suo articolo una tabella estremamente esplicativa su quelle che potrebbero essere le ripartizioni per cui ritroviamo che gli “investimenti totali stimati attivati dal Green Deal” vedrebbero come prima della lista la Polonia con 27,344 miliardi (di cui 2 dal JTM) a patto che il Governo polacco firmi il Green Deal non avendolo fatto al Consiglio europeo di dicembre e sempre che non sia condannata per il mancato rispetto dello stato di diritto come da art.7; al secondo posto si trova la Germania con 13,387 miliardi (di cui 877 dal JTM), al terzo la Romania con 10,116 (757 di JTM), al quarto posto la Repubblica Ceca con 7,761, poi la Bulgaria con 6,205, la Francia con 5,807, l’Italia con 4,868 e la Spagna con 4,445. Se la graduatoria la guardiamo dal punto di vista dell’ intensità dell’aiuto e cioè € per ogni abitante le cose cambiano: l’Estonia con 94,9 euro per abitante è di gran lunga la nazione con il maggior intervento, seguono la Bulgaria con 65€, la Repubblica Ceca con 54,7 euro, la Polonia con 52,7 euro, la Slovenia 44,3 euro, Cipro con 41,4 euro e la Romania 38,8 euro [7].

I beneficiari maggiori sono quei paesi dell’Est che più di tutti tuonano contro l’Europa, ma sono anche quelli che hanno le economie più ancorate a strutture obsolete e inquinanti, a cominciare dal carbone come fonte di energia. Inoltre, e questo è un tema su cui si deve fare molta attenzione, ad Est, a cominciare dalla Polonia, c’è la preoccupazione che la transizione avvenga senza che si abbandoni a loro stessi i cittadini di regioni arretrate.
Sul conto dare/avere ci s scontrerà nel Consiglio perché ognuno ha le sue ragioni ed interessi e si rischia l’inefficacia o soluzioni rabberciate.
Al di là delle cifre l’Italia potrebbe approfittare per aumentare i suo investimenti per la crescita economica, per di più pulita, a cominciare dalla transizione per l’Ilva senza lasciarsi indietro la città, i suoi cittadini e i lavoratori. Del resto Gentiloni ha sostenuto che sarebbe possibile utilizzare questi fondi.

Comunque un modo per superare tutti i contrasti e affrontare le tante difficoltà che verranno a galla nel momento delle leggi attuative – che necessariamente dovranno coprire tutti i settori dell’economia e della finanza – è quello di aumentare di molto le dotazioni dei fondi e cosi salvare capra e cavoli, le necessità nazionali e una riuscita più probabile della transizione ecologica.
Pasquale Esposito

[1] Il trasferimento delle emissioni di CO2 è un fenomeno che può verificarsi se, per ragioni di costi dovuti alle politiche climatiche, le imprese intendono trasferire la produzione in paesi in cui i limiti alle emissioni sono meno rigorosi. Ciò potrebbe portare ad un aumento delle loro emissioni totali. Il rischio di trasferimento delle emissioni di CO2, può essere più elevato in alcune industrie ad alta intensità energetica.
[2] “L’UE finanzia con mille miliardi di euro la transizione verso un’economia sostenibile“, https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20200109STO69927/verso-un-economia-sostenibile-mille-miliardi-di-euro-per-la-transizione-in-ue, 14 gennaio 2020
[3] Lorenzo Tecleme, “Green deal europeo, il piano non basta. Per arrivare sulla Luna serve più di un monopattino“, https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/18/green-deal-europeo-il-piano-non-basta-per-arrivare-sulla-luna-serve-piu-di-un-monopattino/5676667/, 18 gennaio 2020
[4] “L’UE finanzia con mille miliardi di euro la transizione verso un’economia sostenibile“, ibidem
[5] “Ue, approvato il Green Deal: in arrivo mille miliardi di investimenti per l’economia verde”, https://www.repubblica.it/ambiente/2020/01/14/news/ue_green_deal_mille_miliardi_di_investimenti-245776560/, 14 gennaio 2020
[6] “Metodo di assegnazione del Fondo per una transizione giusta”, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/QANDA_20_66, 15 gennaio 2020
[7] Beda Romano, “«Green deal» europeo, all’Italia 400 milioni su 7,5 miliardi di nuove risorse”, https://www.ilsole24ore.com/art/green-deal-commissione-europea-presenta-piano-all-italia-400-milioni-ACqWEvBB, 14 gennaio 2020

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