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La seconda serata del Green Movie Film Fest prosegue con due opere altrettanto interessanti: Scorie in Libertà di Gianfranco Pannone e The Well: Water Voices from Ethiopia di Riccardo Russo e Paolo Barberi.
Il primo è un documentario che testimonia una realtà tipicamente italiana, il cui titolo, dichiaratamente anfibologico, intende porre all’attenzione un problema che non è solo ambientale, ma anche etico e sociale. Le scorie in libertà di cui si parla sono infatti – come ha dichiarato lo stesso regista che è intervenuto prima e dopo la proiezione – non soltanto quelle materiali prodotte dal nucleare, ma anche quelle del singolo cittadino che non si informa e delega tutto alla politica o lascia che sia il potere degli speculatori economici a decidere le sorti del proprio paese.

Il documentario racconta infatti le vicende del luogo in cui è nato il regista stesso: quelle del territorio pontino, a sud di Roma, zona che fu bonificata da Mussolini e che dagli anni sessanta in poi è diventata un po’ il simbolo del boom economico, con il suo proliferare a vista d’occhio di fabbriche, un’urbanizzazione sempre in crescita e soprattutto con la costruzione, nel 1963, di una centrale nucleare su progetto inglese, da tutti accolta con grande entusiasmo; il racconto è inserito in una prospettiva a ritroso che ben mette in luce perché e come quella zona abbia avuto un destino così particolare: un destino legato alla Storia ben prima di Mussolini, già a partire dallo sbarco degli alleati ad Anzio – che è poco distante – e poi dalla successiva conseguente militarizzazione della zona. Oggi la centrale – che si trova a Borgo Sabotino, nei pressi di Latina – è stata dismessa e, com’è ben noto, tanto il referendum del 1987, quando l’ultimo indetto appena un anno fa, hanno sancito l’abrogazione del nucleare in Italia, ma continua a restare come presenza invasiva tanto dello spazio reale, quanto di quello dell’immaginario della gente del luogo e, soprattutto, la pericolosità delle scorie, non ancora del tutto smaltite, solleva una problematica non indifferente di cui però nessuno, o pochissimi, sembrano prendere atto. Quello che colpisce particolarmente nell’accurato documentario di Pannone è infatti l’atteggiamento dei locali, poco consapevoli ad approfondire la questione. Si dice che gli ignoranti non hanno colpa e che sicuramente all’epoca della costruzione di certo non si era ancora diffusa nell’opinione pubblica la consapevolezza della pericolosità del nucleare, tuttavia esiste un altro tipo di ignoranza, che è quella del volontario rifiuto a voler conoscere e che diventa rifiuto di assunzione di una responsabilità civile e sociale.
Le scorie in libertà di cui si parla sono quindi anche quelle di un certo atteggiamento dei cittadini che hanno badato solo agli interessi economici e che non si sono preoccupati – perché non si sono voluti preoccupare! – delle conseguenze ambientali e per la salute legate alla costruzione della centrale nucleare. Una mancanza di responsabilità di cui i loro figli e nipoti pagheranno lo scotto: i dati statistici affermano infatti che nel territorio pontino c’è un tasso altissimo di tumori, lucemie e disturbi della tiroide, che esiste una strana specie di cefali riscontrabile solo in quelle acque e che le acque sono inquinate. A fronte di ciò negli anni passati il governo ha volutamente chiuso un occhio concedendo condoni edilizi altrove inimmaginabili. Una connivenza tra Stato e cittadini tutta tesa alla rimozione di un’urgenza ambientale che invece dovrebbe essere conosciuta ed approfondita. Ed è quello infatti che si propone Pannone – da sempre in prima linea nelle lotte ambientaliste – con il suo documentario: raccontare – quasi sempre in prima persona ed intervistando i vari cittadini legati alla zona, ma anche attraverso filmati dell’Istituto Luce relativi all’epoca in cui la centrale fu costruita ed inserti di altri suoi documentari dedicati al territorio pontino – una realtà che presenta svariate anomalie rispetto ad altri paesi, ma che invece rimane pur sempre, purtroppo, tipica del nostro.
Il secondo film, The Well: Water Voices from Ethiopia di Riccardo Russo e Paolo Barberi parla invece di acqua – e non è un caso che gli organizzatori del Festival abbiano voluto proporre nella stessa serata due documentari che trattano argomenti di cui il nostro paese si è occupato di recente e su cui è stato indetto il referendum un anno fa, come ricordato sopra a proposito del nucleare – un bene così prezioso e che dovrebbe essere di tutti, un po’ come l’aria che respiriamo, visto che l’acqua ci è strettamente necessaria per vivere.

Il film racconta una realtà difficilissima, quella dei pastori Borana che vivono in Oromia, nel sud dell’Etiopia – un territorio aridissimo soggetto a regolari periodi di vera e propria siccità – e che per far bere gli animali sono costretti a spostarsi dove si trovano i secolari “pozzi cantanti” e a raccogliere acqua con dei secchi per ore ed ore, regolando ed organizzando le loro giornate unicamente su questa ripetitiva ed estenuante attività. Si chiamano “pozzi cantanti” perché per riuscire a prendere l’acqua tramite secchi – acqua con cui in parte riempiranno taniche, ed in parte riversata in abbeveratoi naturali per animali situati nei pressi della superficie dei pozzi –  si devono formare delle vere e proprie torri umane: chi sta in basso porge il secchio a quello più in alto e così via fino ad arrivare alla superficie; durante questo logorante lavoro intonano dei canti tradizionali: questo permette loro in parte di rendere la loro occupazione più gradevole, ma anche di darsi il ritmo e di tramandarsi oralmente le storie della comunità. Molto significativa è proprio la spiegazione della gestione di questi pozzi, una gestione condivisa tra tutta la comunità, in cui vi sono certamente regole da rispettare, ma su cui nessuno guadagna nulla o pensa di speculare. Ogni pozzo appartiene ad un clan, ed ha anche un proprietario simbolico ed altre figure più o meno rappresentative, ma nessuno pretende nulla se non il semplice rispetto delle norme affinché tutti possano avere la loro acqua senza sopraffarsi a vicenda. Sono accetti, ma non obbligatori, doni.
Il documentario intende porsi proprio come esempio di gestione razionale delle risorse idriche, un esempio da prendere davvero in considerazione.
Induce inoltre a riflettere su quanto noi abitanti dei paesi occidentali spesso compiamo con nonchalance gesti che diamo per scontati, come aprire il rubinetto, farci la doccia, innaffiare le piante così da dimenticare l’immensa importanza delle risorse idriche. Diventare ambientalisti, ossia far attenzione all’ambiente che ci circonda perché noi siamo parte di esso, significa anche cominciare a guardare con occhi nuovi a tanti piccoli gesti che compiamo in automatico e rivalutarli come un qualcosa di enormemente prezioso.
The Well: Water Voices from Ethiopia ha anche però un enorme lato oscuro, un lato che solo alcuni avranno notato. La prospettiva da cui prende le mosse è unicamente antropologica ed etnologica. Si guarda e si riflette sull’ambiente – nello specifico ad un bene prezioso come l’acqua, bene che dovrebbe essere appunto gestito nella maniera migliore affinché tutti abbiano ciò che gli spetti e nessuno ci speculi sopra, come mostrano di saper benissimo fare i pastori Borana – ma solo da una prospettiva umana. Gli animali, veri protagonisti del documentario perché l’acqua è necessaria in primo a luogo a loro in quanto è dei loro prodotti che i pastori vivono, sono, in Oromia, come del resto in tutto il mondo, considerati unicamente come mere risorse rinnovabili, oggetti, qualcosa da sfruttare, mai come esseri viventi dotati di un valore inerente in sé: quello della vita. Certo, siamo all’interno di una rassegna ambientalista, ma se è vero, come sostengono gli ecologisti, che ogni cosa è correlata, di ogni cosa dovremmo avere più rispetto, non solo dell’ecosistema in termini generali, ma di ogni singola vita che lo compone.  L’acqua è una risorsa; gli animali no, sono esseri viventi anch’essi.

Il festival prosegue stasera con gli ultime tre film in programma: Thalassa di Gianluca Agati, I Morti di Alos, un mockumentary di Daniele Atzeni, e La Misura del Confine di Andrea Papini.

Rita Ciatti

Scheda dei film

Titolo: Scorie in Libertà. L’incredibile avventure del nucleare in Italia  –  Paese : Italia – Produzione:  – Effetto Notte –  Genere: documentario/ambiente/sociale– Durata: 73’– Regia: Gianfranco Pannone
Titolo: The Well: Water Voices from Ethiopia –  Paese : Italia – Produzione:  – Esplorare la metropoli, Suttvuess –  Genere: documentario/ambiente/etnologico/sociale– Durata: 53’– Regia: Riccardo Russo, Paolo Barberi.

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