Grexit e il prossimo caso greco potremmo essere noi?

Grecia Creta Cnosso
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Per mettere tutto a fuoco correttamente bisogna tener conto che la Grecia rappresenta per l’Europa circa l’uno per cento del PIL, (un po’ meno della provincia di Vicenza) e meno del tre percento dell’indebitamento complessivo.
Il salvataggio della Grecia finora ha spostato quasi 350 miliardi di euro di prestiti di cui una cinquantina da parte di FMI (operazione di questo tipo più impegnativa  mai approvata dal Fondo). Le conseguenze nefaste sono sotto gli occhi di tutti  e alla fine, è stato indetto un referendum circa i termini del nuovo patto proposto, si parla apertamente di Grexit perché i greci non vogliono accettare supinamente un nuovo accordo che peggiori ulteriormente la situazione del paese e dei suoi abitanti.

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I Greci sono ingiustamente additati alla opinione pubblica come fannulloni, che vivono a spese degli altri cittadini europei, mentre le statistiche dicono che lavorano quanto i tedeschi, vanno in pensione alla stessa età media,  e percepiscono meno della metà dei salari e della pensioni medie.
Ormai l’FMI riconosce apertamente di aver sbagliato “di molto” nel consigliare  le misure prese per fronteggiare il debito nazionale.
La Grecia ha perso il 25% del Pil in quattro anni (il triplo di quanto stimato dalla Troika composta da Fondo monetario internazionale (FMI), Banca centrale europea (BCE) e Commissione europea (CE) per monitorare la crisi) è arrivata a una disoccupazione del 27% e oltre e il contagio dell’austerity ha avuto nefasti effetti recessivi su tutti gli altri paesi. La situazione è tanto  più drammatica se si pensa al tasso di disoccupazione giovanile di quasi il 50%, di salari minimi passati da 876 del 2012 a 683 del 2014 (-22%) e di un costo del lavoro precipitato (-18%), con prezzi al consumo in aumento nello stesso periodo del 5%!
I provvedimenti adottati hanno portato anche a una  disastrosa situazione della sanità ( costi tagliati di oltre il 90%) e alla quasi scomparsa dei finanziamenti industriali. Le statistiche indicano che le misure per il controllo della spesa, richieste  dal Fondo e strenuamente  sostenute dall’Unione Europea, hanno ridotto sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie.

La ricetta raccomandata proprio dal Fondo Monetario Internazionale all’inizio della crisi e cioè aumento della pressione fiscale, accompagnato dal taglio della spesa pubblica si è rivelato un errore clamoroso. La contrazione fiscale di 1 euro ha creato una depressione di 1,5 euro invece che dello 0,5 previsto. Per i Paesi  in cui queste misure sono state utilizzate (Italia compresa) il mix tra austerità e utilizzo delle risorse risparmiate esclusivamente per il servizio del debito pubblico (e non per misure di stimolo alla crescita) ha significato una vera e propria tragedia. L’effetto delle politiche fiscali continua ad essere sottostimato con buona pace degli economisti cosi detti neoliberisti che caldeggiano alcune richieste dei nuovi accordi, compreso aumento dell’iva su spese alberghiere che potrebbe danneggiare gravemente il turismo.

Le conclusioni della Comitato per la Verità sul Debito pubblico del parlamento greco sono note. Il debito pubblico della Grecia è illegale, illegittimo oltre che  odioso: per il modo in cui la Troika ha influito sul suo andamento, e per i disastrosi effetti che le politiche economiche e sociali da essa imposte hanno avuto sulla popolazione. Odioso perché il prestito era stato concesso senza scrupoli e molti del  board di FMI e  BCE erano al corrente dell’inutilità di condizioni che avrebbero provocato solo danni e questo è comprovato persino da una vasta documentazione  del Fondo stesso, risalente al periodo 2010-2012. Illegittimo in  quanto le condizioni del prestito prevedevano prescrizioni contrarie  alle leggi nazionali del debitore e ai diritti umani tutelati da leggi internazionali e portatore di violazione ai diritti civili, politici, sociali e culturali. Illegale perché contrario alle leggi nazionali.
In altre parole il Fondo monetario e il Fondo salva stati si sarebbero comportati alla stregua di uno strozzino che preferisce ignorare le condizioni del creditore e continua a erogare prestiti su prestiti conoscendo bene le difficoltà di restituzione, ma puntando ad altri obiettivi e a condizioni onerosissime per il debitore.
Fondamentale, per l’appoggio alla miope ideologia macroeconomica di riparazione (sic) della Troika, il ruolo della Bce basato soprattutto sulla  de-regulation del mercato del lavoro e sulla possibilità data alle Banche private greche di negoziare titoli sul mercato secondario che ha peggiorato il bilancio pubblico  facendo scaricare dal bilancio delle stesse gran parte dei titoli di stato,

La cosa che lascia perplessi è che l’errore nelle politiche di risanamento è quasi  sempre lo stesso: una preferenza di fatto per i creditori. Per  questo  oggi parlare di ristrutturazione del debito non solo è corretto, ma è anche doveroso, con buona pace delle opinioni pubbliche tedesche e nordeuropee che si sentirebbero defraudate. Infatti per come il debito si è creato e per quanto subito dalla Troika il paese avrebbe il diritto di non pagarlo.
L’alternativa consiste nell’accettazione della globalizzazione capitalista e della totale adesione all’agenda neo-liberista. Mentre occorrerebbe un urgente recupero e un aggiornamento del concetto di «pianificazione economica» per far ripartire una rinascita economica neokeynesiana. Per questo ,eminenti economisti  come ad esempio Pikkety ma anche Stiegliez,  Gallino e altri sono tutti schierati per il no. Votare no infatti significa rilanciare l’idea di una comunità di stati che  tiene presente  che la stabilità economica non può passare sulla pelle dei cittadini.
Quello americano è un governo federale, ma nessuna autorità potrebbe rivolgersi allo Utah o a qualsiasi altro stato nel modo in cui la governance europea si rivolge tutti i giorni ai greci e neppure pretendere le riforme che si sono pretese. Quando la California si è trovata in bancarotta la si è aiutata e invitata a sistemare i conti, il come è stato un problema del governo della California.

Che c’entra l’Italia con le vicende del debito greco? C’entra eccome, poiché vi sono perentori memorandum e lettere di istruzione inviate, nello stesso periodo, al governo italiano dalle medesime istituzioni Ue, che nello spirito e nei contenuti sembrano delle fotocopie di quelle inviate al governo ellenico, ma soprattutto perché il prossimo caso greco potremmo essere noi.
A partire da Monti ma anche con Berlusconi e sicuramente con Renzi. I nostri governi si sono sempre schierati con la Troika mettendo in pratica ciò che ha chiesto, a partire dall’incredibile pareggio di bilancio in Costituzione; mentre hanno legiferato anche a costo di tradire la costituzione, com’è stato riconosciuto recentemente da due sentenze della alta Corte, relative alle pensioni e all’adeguamento dei salari dei dipendenti pubblici. La Bce di Trichet e Draghi aveva chiesto interventi sulle pensioni, la riduzione dei costi del pubblico impiego, privatizzazioni a tutto spiano, la riforma della contrattazione affidata al livello aziendale, la liberalizzazione piena dei servizi pubblici locali. E pretendeva una revisione sulle norme che regolano le assunzioni e i licenziamenti. Hanno chiesto e ottenuto tutto (ma non i servizi pubblici locali importanti per il sottogoverno) e di più così abbiamo guadagnato l’apprezzamento di qualcuno, il plauso dei liberisti, ma non abbiamo certamente migliorato la condizione dei nostri cittadini e le condizioni dell’economia reale.
Come i Greci abbiamo un avanzo primario importante ma il debito galoppa e il rapporto deficit Pil peggiora giorno per giorno.
Francesco de Majo

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