Guerra in Siria e l’ipocrisia dei vertici politici mondiali

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La guerra in Siria manifesta l’ipocrisia dei vertici politici mondiali, nazionali e sovranazionali, che contemplano la variabile militare come espediente finale. In verità, in sette anni, hanno lasciato che i diversi carnefici operanti sul terreno, provocassero mezzo milione di morti, 6 milioni di sfollati e quasi 5 di profughi, e che la persistente «crisi siriana» servisse a riassettare il world balance of power. Secondo l’assunto di Carl von Clausewitz (1832), infatti, la guerra è la «prosecuzione della politica con altri mezzi»; la guerra è «un atto di violenza per imporre all’avversario la nostra volontà»; la guerra è «un gioco di interazioni» tra incertezza, frizioni, casualità; è considerata un atto di intelligenza politica, calcolo di probabilità e disponibilità al rischio. Anche il Governo italiano, affiancandosi alle potenze militari Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e dimenticando che dal 2013 gli attacchi chimici sterminatori hanno autorizzato l’intervento russo, “garante” della distruzione dell’arsenale chimico siriano, in realtà proseguendo con il corollario di decessi, diffusione di malattie croniche e traumi psichici, si è sempre pronti a violare nuovamente l’art. 11 della Costituzione. E se il Presidente del Consiglio, in carica per l’ordinaria amministrazione, ha detto che non è stato fornito nessun appoggio diretto all’attacco con i 103 missili non sappiamo che cosa le basi e le Forze Armate abbiano fornito per assicurare qualsiasi informazione per la difesa di quell’attacco e probabilmente si sono sempre tenuti pronti i caccia multiruolo, costati miliardi di euro, quali i General Dynamics F – 16 Falcon, gli Eurofighter EF 2000 Typhoon, i Panavia 200 Tornado IDS/IT-ECR , i Lockheed F 104 STARFIGHTER, i FIAT G 91 R ed, eventualmente, gli aerei d’assalto AMX Ghibli.
Perché tutto questo? La guerra siriana viene “gestita” ad hoc, serve a motivare possibilità neogovernative altrimenti non praticabili e invise ai cittadini, per districare l’apparente, nebuloso stallo politico.
Giovanni Dursi

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