Guerra in Sudan. Tragedia umanitaria e paese alla deriva

Sudan

Siamo all'ennesimo fallimento di un accordo per il cessate il fuoco in . I mediatori di Arabia Saudita, USA, Unione africana (UA) e dell'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) [1] hanno dichiarato l'impossibilità di raggiungere un'intesa tra Forze Armate del Sudan (FAS) e Forza di supporto rapido (RSF) che si combattono dal 15 aprile scorso. Il bicchiere mezzo pieno di questo ciclo di negoziati è che si è arrivati ad un compromesso per una collaborazione, sotto l'egida ONU, affinché si affrontino «gli ostacoli che impediscono la consegna degli aiuti e a stabilire punti di contatto per facilitare il transito degli operatori umanitari». Inoltre «entrambe le parti hanno concordato di istituire un meccanismo di comunicazione tra la leadership dell'esercito sudanese e RSF, per ridurre la retorica conflittuale e per agire contro i gruppi che incitano all'escalation e esacerbano il conflitto come parte dei prerequisiti per costruire la fiducia» [2].

Nel frattempo il conflitto continua anche con l'uso dell'aviazione. Dall'inizio degli scontri nella capitale Khartoum e poi allargatesi ad altre città e parti del paese, secondo il Sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Martin Griffiths sarebbero quasi 9mila i morti e 5,6 milioni gli sfollati e 25 milioni le persone che necessitano di aiuti. Griffiths ha dichiarato che «per sei mesi, i civili – in particolare a Khartoum, Darfur e Kordofan – non hanno avuto tregua dallo spargimento di sangue e dal terrore. Continuano ad emergere notizie orribili di stupri e violenze sessuali e si verificano sempre più scontri su base etnica, in particolare in Darfur.[…]. Dal 15 aprile sono stati uccisi o detenuti almeno 45 operatori umanitari, quasi tutti appartenenti al personale nazionale. […] Il colera sta già perseguitando il paese, con oltre 1.000 casi sospetti negli stati di Gedaref, Khartoum e Kordofan. I servizi di base sono fatiscenti. Oltre il 70% delle strutture sanitarie nelle aree di conflitto sono fuori servizio. I combattimenti tengono 19 milioni di bambini lontani dalla scuola, compromettendo significativamente la loro istruzione e il futuro del Paese» [3].

Continuano a giungere notizie di prove, come quelle riscontrate dalla BBC, «di brutale violenza etnica in Darfur, sulla base di un'analisi dei dati satellitari e dei social media condotta dal Center for Information Resilience, un organismo di ricerca in parte finanziato dal governo britannico. La BBC ha affermato che l'analisi ha mostrato che almeno 68 villaggi nel Darfur sono stati dati alle fiamme dalle milizie armate dall'inizio della guerra civile» [4].
La situazione potrebbe ulteriormente peggiorare dopo la presa di controllo di buona parte del Darfur ad opera dell'RSF, come hanno spiegato a Mat Nashed di Al Jazeera attivisti ed esperti. «La settimana scorsa, la RSF ha sconfitto l'esercito nel Darfur meridionale, occidentale e centrale e ora si prepara a conquistare il nord, dove hanno cercato rifugio centinaia di migliaia di sfollati interni. […]. Il governo di RSF potrebbe rendere la vita ancora più difficile agli 11 milioni di residenti del Darfur, hanno detto attivisti ed esperti, riferendosi all'apparente incapacità o riluttanza del gruppo a controllare le proprie forze, che hanno saccheggiato intere città e paesi dall'inizio della guerra» [5].

La guerra per il controllo del potere in Sudan scoppia sabato 15 aprile 2023 tra le FAS, l'esercito regolare guidate dal generale Abdel Fattah Al-Bourhane, capo della giunta alla guida del Paese dal 2021 (dopo l'abbattimento della dittatura due anni prima) e i paramilitari delle RSF con a capo Mohammed Hamdan Daglo, detto “Hemetti”. Entrambe i leader erano parte della giunta al potere in attesa della transizione alla democrazia. Il casus belli è stata la modalità con cui i circa 100.000 uomini dell'RSF sarebbero stai inglobati nell'esercito regolare. Hemetti aveva anche iniziato ad accusare Al-Bourhane di far entrare nel governo del paese uomini legati al regime di Omar al Bashir.
La Forza di supporto rapido nacque nel 2013 sulle orme della milizia Janjaweed che combatté con ferocia i ribelli in Darfur e fu accusata di pulizia etnica. L'RSF divenne – per volere dell'allora presidente Omar al Bashir – una forza di sicurezza “personale”che avrebbe potuto contrastare le altre forze di sicurezza in caso di golpe ma anche per la repressione delle contestazioni popolari. La forza è divenuta sempre più potente tanto da intervenire anche nelle guerre in Yemen e Libia. Ha preso il controllo di attività economiche e in particolare quella dell'estrazione di oro, anche illegale.

Nel conflitto sudanese sono in gioco interessi esterni sia dentro che fuori il confine africano. Uno degli sviluppi potrebbe essere quello di una spartizione del paese se si conferma lo spostamento, dopo gli arretramenti militari, del governo del generale Burhane a Port Sudan nell'est, mentre l'ovest sarebbe sotto il controllo di Daglo/Hemetti. La RSF riceve «rifornimenti via Ciad (la cui dirigenza ha un'affiliazione clanica con Hemetti) da parte degli Emirati Arabi Uniti e della Cirenaica libica del generale Haftar. Le SAF del generale Buran ricevono aiuti da parte dell'Egitto (che intende servirsi del Sudan per fare pressione sull'Etiopia sulle controversia sulla diga sul Nilo), della Turchia (che intende costruire una base navale a Port Sudan) e dalla stessa Arabia Saudita che pure si presenta come mediatore. Esiste anche un riflesso russo-ucraino nel conflitto sudanese. I russi della compagnia militare privata Wagner sono dal lato delle RSF, fornendo mercenari reclutati nella Repubblica Centrafricana, mentre secondo alcune fonti specialisti delle forze speciali dell'intelligence militare ucraina (GUR) assisterebbero le SAF con “droni Kamikaze» [6].

Diversi stati inclusa l'Europa «ossessionati» dall'islamismo e dalle migrazioni hanno tenuto in piedi contatti fino a non molto tempo fa con Hemetti accreditandolo come interlocutore fino all'esplosione del conflitto. Come scrivono Gwenaelle Lenoir e Patricia Huon su Mediapart «molti di coloro che oggi piangono la sorte del popolo sudanese, dai sostenitori di al-Bashir agli stati occidentali fino alle potenze regionali come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, sono stati in gran parte coinvolti nel fargli credere di avere la statura di uno statista e di poteva rivendicare il potere» [6].

Il conflitto in Sudan oltre a provocare enormi tragedie come abbiamo avuto modo di segnalare è una miccia innescata su tutta l'area a cominciare dal confinante Sud Sudan e della regione di Abyei ricca di petrolio, contesa tra i due paesi, e dove attualmente è dispiegato il contingente United Nations Interim Security Force for Abyei (UNISFA) per il mantenimento della pace.
Pasquale Esposito

[1] Come si legge dal sito dell'IGAD, « L'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) nell'Africa orientale è stata creata nel 1996 per sostituire l'Autorità intergovernativa per la siccità e lo sviluppo (IGADD), fondata nel 1986 per mitigare gli effetti delle gravi siccità ricorrenti e di altri disastri naturali che hanno provocato una carestia diffusa , degrado ecologico e difficoltà economiche nella regione. Gibuti, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan e Uganda – hanno intrapreso azioni attraverso le Nazioni Unite per istituire un organismo intergovernativo per lo sviluppo e il controllo della siccità nella loro regione. L'Eritrea è diventata il settimo membro dopo aver ottenuto l'indipendenza nel 1993 e nel 2011 il Sud Sudan è entrato a far parte dell'IGAD come ottavo stato membro».
[2]  Sudanese belligerents fail to reach ceasefire agreement: mediators, 7 novembre 2023
[3] Sudan is reeling after six months of war – Statement by Martin Griffiths, Under-Secretary-General for Humanitarian Affairs and Emergency Relief Coordinator, 15 ottobre 2023; un aggiornamento al 7 novembre riferisce di 5,8 milioni di sfollati interni ed esterni.
[4] Zeinab Mohammed Salih,  Thousands of refugees in danger as Sudan fighting spreads from Khartoum,20 ottobre 2023
[5] Mat Nashed, Sudan's RSF closes in on capturing all of Darfur, 8 novembre 2023
[6] Gwenaelle Lenoir e Patricia Huon, Comment le chef de guerre soudanais Hemetti est devenu la coqueluche des Occidentaux, 18 agosto 2023

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