Guerra Santa di Fabrizio Sinisi, regia di Gabriele Russo

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Colonne annerite che una volta sostenevano edifici, calcinacci, pietre, residui di un paesaggio urbano ridotto a macerie, luci piene, sciabolate abbaglianti, ombre.
Questo è lo scenario che fa da sfondo all’incontro scontro dei due protagonisti di Guerra Santa.

ANDREA DI CASA e FEDERICA ROSSELLINI in GUERRA SANTA ANDREA DI CASA e FEDERICA ROSELLINI foto NEW REPORTER FAVRETTO

Sulla scena un prete e una ragazza, Leila. Si rivedono dopo molto tempo. Tra loro, a dividerli: tempo e scelte radicali. Tra loro, parole e emozioni. Tra loro parole che tentano di farsi carne e sangue, in un dialogo serrato, che non lascia concessioni, né a se stessi né all’altro.
In quel paesaggio lunare ci sono parole sferzanti, impietose. Si confrontano e scontrano due concezioni di dio.
Da un lato troviamo le parole del Vangelo, dall’altra le sure del Corano.
Da una parte c’è un dio caritatevole, dall’altra un dio severo, punitivo.
Ma attenzione, questa separazione non è solo tra un dio e l’altro. Essa è all’interno, trasversale, a ogni rappresentazione del divino.
Così il dio cristiano diventa di volta in volta dio del perdono, ma anche un dio che sa essere terribile, e nella sua terribilità, come dice il prete: agisce come se dio non esistesse.
Ma non è solo l’idea di dio che viene messa in campo dalla scrittura di Fabrizio Sinisi e dalla regia di Gabriele Russo.

Guerra Santa parla anche di una ricerca disperata di assoluto, di rigore.
La guerra messa in scena, che poi diventa una guerra santa, è la guerra per un debito d’amore non saldato. È un’appassionata e dirompente richiesta d’amore, dell’amore tra padri e figli. Fino al tragico finale.
Finale reale o simbolico?
La risposta dobbiamo trovarla dentro di noi, interrogando il testo. Interrogando la recitazione degli attori.
Senza dubbio interessante la proposta di un teatro di parola, che richiede allo spettatore la fatica del pensiero. Bravi gli attori a trasformare anche i silenzi in profondo e coinvolgente atto recitativo. Con loro i silenzi diventano un pieno che vibra, che prende per mano lo spettatore. Anche se vorremmo vedere la pur brava Federica Rosellini, “asciugare” la propria interpretazione, perché a tratti sembra essere più enfatica e sopra le righe, di quanto il testo richieda. Testo che, a nostro parere, non sempre riesce a sostenere a livello di scrittura, l’intenzione drammaturgica.
Encomiabile il lavoro sul corpo, poiché l’immobilità della scena rende ancora più difficile valorizzare la presenza scenica di attori che devono esprimere ragioni e sentimenti attraverso vibrazioni minime, cambiamenti impercettibili di un moto interiore che diventa espressione scenica. Interessante il modo in cui anche il semplice atto dell’ascolto diventa atto comunicativo.

Ma Gabriele Russo è ben consapevole dei rischi, delle difficoltà, che una pièce come quella di Sinisi può presentare, proprio per la sua staticità, in cui il movimento è legato al crescere, deflagrare, smuoversi dei ragionamenti e delle emozioni, non allo svilupparsi dei fatti.
È chiaro che il testo ha anche un valore letterario. Il che in certi casi può essere un limite. Perché poi il teatro si fa in azione, per cui la difficoltà sulla quale lavorare è stata questa. E io ho scelto di farlo percorrendo la strada in cui anche un batter di ciglia è, diventa, recitazione. Quindi è chiaro che in questo ce l’assunzione di un rischio. Avrei potuto scegliere di edulcorare il testo, magari sovrapponendomi come regista, magari con scelte più esplicative. Invece ho voluto percorrere un’altra strada, con tutti i rischi del caso. Lasciando gli attori in una condizione di grande crudezza scenica.

ANDREA DI CASA e FEDERICA ROSELLINI in GUERRA SANTA. Foto NEWREPORTER FAVRETTO

Nel ripercorrere insieme le varie fasi dello spettacolo, il regista sottolinea altri aspetti essenziali della scrittura di Fabrizio Sinisi. Tra cui quello di essere stato capace di cogliere con grande sensibilità la dialettica appassionata tra le due religioni, che diventa poi dialettica tra i due protagonisti. Non solo, Gabriele Russo mette in rilievo come Sinisi abbia avuto la grande capacità di affrontare il tema della severità. Nel raccontare questo aspetto, il regista si espone nella sua umanità. Andando oltre gli steccati che abitualmente separano chi intervista e chi viene intervistato, chi fa teatro dal suo pubblico.
In Leila c’è la richiesta di una maggiore severità, di un maggiore rigore. Ritenuti dalla ragazza unici strumenti di redenzione. Il testo parla anche e soprattutto del rapporto padre figli. Essendo io un giovane padre mi ritrovo un po’ a metà tra i due. Tante volte mi interrogo, questo testo mi fa interrogare sulla richiesta che lei fa di un maggior rigore. A volte i bambini hanno bisogno di regole precise, di posizioni chiare. Le cercano proprio.
Me lo chiedo da padre. Perché appartengo a una generazione che cerca tanto il dialogo e una compressione paritaria. A volte rimprovero me stesso, dicendo che forse in certi momenti dovrei essere più… dare delle risposte più certe, di cui forse abbiamo bisogno in una parte della vita. E Leila, la protagonista femminile, aderisce, in maniera estrema a questa richiesta. Aderisce a un pensiero estremo. Ha bisogno di un pensiero estremo, ancora prima che estremista, per aggrapparsi e attaccarsi a qualcosa in cui credere.

Tanti i temi toccati dal testo e dalla messa in scena. Sono temi di estrema importanza, che costituiscono l’ossatura di un individuo: l’inferno e la riuscita di una vita.
Su di tutti svetta il tema dell’amore. Come del resto ci tiene a sottolineare Gabriele Russo.
La cosa più forte che serpeggia nel testo è la richiesta d’amore.
La presenza dell’amore esiste in quanto c’è un stato un amore negato.
Quanto più si recrimina su un amore negato, come fa Leila, tanto più questo non c’è stato. Evidentemente, le fratture che avvengono dentro di noi possono essere quasi sempre ricondotte a una mancanza d’amore.
C’è stato un acceso dibattito, su come rendere nel finale la dimensione simbolica, di cui è ricco il testo.
Avremmo voluto volto far crollare le due torri che dominano la scena. Non abbiamo potuto farlo alla sala Bausch del Teatro Elfo Puccini per problemi tecnici. Quel crollo, che è forse il momento più alto del testo, voleva rappresentare simbolicamente il crollo delle posizioni ideologiche. Siano esse occidentali o medio orientali.

Il finale riassunto nella parabola di Abramo, che alla fine non sacrificherà il figlio, pone qualche dubbio. Però alla fine ho scelto di tenerlo, perché comunque mi sembrava che fosse la giusta chiusura per porre il tutto su un piano più alto. Proprio perché il tema è sì quello della religione, ma poi passa attraverso cose molto più concrete e intime.

Certamente Andrea Di Casa e Federica Rosellini hanno dovuto fare un grande lavoro per dare voce alla ragione e ai sentimenti. Per trovare il giusto equilibrio tra di essi, per dare la giusta espressività ai corpi. Ed è in questo che rientra l’esperienza, la bravura degli attori e del regista.
C’è un continuo scontro tra ragione e ed emozioni. In questo senso il lavoro degli attori è molto scoperto. Io sono uno che muove molto di più la scena. Invece in questo caso ho sentito che dovevo ascoltare il testo e andare in una direzione in cui tutto si muovesse all’interno dell’attore, attraverso gli attori. In modo che non rimanesse solo letteratura, ma diventasse corpo e sangue.
Per me era chiaro che ci fosse tanta carne oltre alla letteratura. O almeno io la vedevo così. Avevo Fabrizio che mi confortava. Nel senso che era ben felice che io leggessi il testo in quella direzione. Quindi è stato importante trasferire questa visione agli attori. Aiutarli a staccarsi dalla paura che tutti gli attori possono avere, che quella materia fosse troppo concettuale, priva di azioni, oppure che le parole fossero belle ma difficili da agire. Quindi, in una prima fase c’è stato sicuramente un mio grosso intervento per dire: No! questa è la direzione.
Poi, una volta che hanno aderito alla mia proposta è subentrato il loro lavoro.
È subentrata la libertà dell’attore, che invece trasforma.
Io sono uno che va verso il contemporaneo e, poi c’è qualcosa di tradizionale. Per me il tradizionale è pensare che le repliche siano il fondamento assoluto del teatro. Senza repliche…
Non capisco come il meccanismo teatrale possa andare avanti senza repliche.
Il teatro e il lavoro degli attori si amplifica per forza durante le repliche. Soprattutto se c’è un attore che cerca continuamente qualcosa all’interno del testo. In quello c’è una libertà.
Cioè, posto il lavoro che è stato fatto sull’ascolto, sulla visceralità da dare a queste parole, sulla carne da mettere in questa verbosità, in questi grandi concetti, poi sta moltissimo anche agli attori, al loro sentire. Ormai ne sanno più di me del testo. Ne devono sapere più di me. Perché lo interpretano tutte le sere.
Io posso stare dietro a quelle parole solo fino a un certo punto.

Quelle parole sono le parole di una Guerra Santa.
Sono le parole d’amore di un prete e di una ragazza.
Sono le parole d’amore di Gabriele Russo nei confronti del teatro.

Gianfranco Falcone

Teatro Elfo Puccini – Milano
fino al 9 febbraio
Guerra Santa
di Fabrizio Sinisi
regia Gabriele Russo
con Andrea Di Casa e Federica Rosellini
scene Lucia Imperato, costumi Chiara Aversano
luci Cesare Agoni, effetti sonori Alessio Foglia
produzione Centro Teatrale Bresciano con il contributo di Fondazione Cariplo Progetto Dramatos
durata 70′

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