Gustave Callebotte e il paesaggio: tra natura e urbanità.

Gustave Caillebotte pittura realismo
history 7 minuti di lettura

Artista eclettico e collezionista sapiente, Gustave Caillebotte sconvolse il mondo museale parigino quando alla sua morte, sopraggiunta improvvisa nel 1894 a soli 45 anni, destinò al Louvre e al Musée du Luxembourg la propria collezione di dipinti e pastelli di artisti impressionisti. Una raccolta di 60 opere oggi famosissime firmate dai protagonisti della celebre corrente artistica che però ancora in quegli anni incontrava molte critiche negative: Degas, Monet, Renoir, Pissarro, Sisley, Cézanne e Manet.

Gustave Caillebotte
Gustave Caillebotte, Autoritratto (1892); olio su tela, 40,5×32,5 cm, museo d’Orsay, Parigi

Ci vollero infatti due anni perché la questione del lascito testamentario trovasse finalmente soluzione; sua conseguenza fu un’esposizione organizzata nel 1897 nelle nuove sale del Luxembourg che gli amici pittori definirono «poco più di un corridoio, in cui i quadri sono ammassati l’uno sull’altro»; la mostra raccolse moltissimo pubblico e molti pareri negativi da parte della critica. Per molto tempo l’eredità Caillebotte restò il simbolo dei rapporti conflittuali tra gli artisti impressionisti e lo Stato francese.

La fortuna familiare di Gustave Caillebotte è indubbiamente all’origine del suo collezionismo ed è anche sulla base di questa tranquillità economica che con una laurea in legge in tasca e dopo aver dato il proprio contributo alla guerra del 1870, con il permesso del padre il ventiduenne Gustave segue prima i corsi tenuti dal pittore Léon Bonnat e in seguito si iscrive all’Ecole des Beaux Arts; sarà solo alla morte del genitore che deciderà di dedicarsi completamente alla pittura.

Maggiore di tre fratelli, Gustave Caillebotte è un uomo discreto, di natura rigorosa senza essere inflessibile, in grado di appartenere ad un eterogeneo gruppo di artisti già riuniti sotto l’egida del realismo impressionista e di conservare indipendenza di espressione e di ispirazione. Non mancano certo le influenze degli uni sugli altri, ma come per i suoi compagni d’arte, anche Caillebotte segue il proprio percorso di ricerca stilistica. Lo sguardo che porta sui suoi soggetti è infatti particolare: le opere comprese nel primo decennio di attività sono fortemente collegate ad un’idea di vita e creazione di cui elemento fondante è la forte convinzione dell’importanza della società che si stava formando in quella fine secolo e della quale sapeva di appartenere.

Il paesaggio, sia esso urbano o naturale, è uno degli elementi principali della ricerca del pittore: uno studio che passa attraverso scorci particolari, innovativi se non addirittura audaci, che più che dall’ancora sperimentale arte fotografica, devono il proprio debito d’influenza alle stampe giapponesi, che molto di moda all’epoca, aprivano la strada a nuove arditezze dei tagli dell’inquadratura. Ma sono di ispirazione anche le altezze degli immobili con cui Haussmann modella la nuova Parigi voluta da Napoleone III, da cui si domina la strada con la sensazione di essere sospesi nel vuoto. Dai balconi ci si può affacciare per guardare lo spettacolo sottostante, vertiginosamente distante (Vue d’en haut, 1880; Homme au balcon, 1880) e che solletica la tendenza alla drammatizzazione del punto di fuga dell’artista.

Caillebotte però non è un pittore come tutti: è schivo e sopratutto selettivo e l’ambizione di entrare nel mondo artistico dei Salon perde definitivamente peso al primo rifiuto, nel 1875. La sua prima grande composizione «Les raboteurs de parquet» parteciperà insieme ad altri sette suoi dipinti alla II Esposizione Impressionista, nel 1876. In questo quadro ricco di luce e di ombre, in cui ciascun gesto dei tre operai definisce i loro incarichi e segue perfettamente la linea di energia del lavoro che eseguono, l’artista precisa come il suo orientamento sia perfettamente allineato alle idee che in quegli anni prevalgono in pittura e nell’arte in genere. L’attualità di Caillebotte infatti posa sull’ideale di verità e di naturalismo che, in contrasto con la tradizione, ha infiammato i dibattiti dei suoi predecessori.

Gustave Caillebotte
Gustave Caillebotte. Pont de l’Europe, 1876. Olio su tela 125×180 cm. Musée du Petit Palais Ginevra

Tra il 1875 e il 1885 Caillebotte opta quindi per la via aperta dal realismo del 1850 domato dalle esperienze di Manet e di Degas; anche lui si fa osservatore della grande borghesia come del proletariato parigino, dipingendone i soggetti tramite un sapiente mélange di naturalità e di rigore formale, di realistica genuinità e meticolosa distribuzione. Ciascuna delle composizioni che costruisce minuziosamente, sistemando prospettiva e soggetti sulla tela dopo innumerevoli schizzi e disegni preparatori, sono il risultato della somma delle influenze in cui il realismo delle forme e della vita quotidiana si mescola all’impressionismo di luce e colore. Le sue opere nascono dall’osservazione della nuova realtà sociale di cui si sente parte integrante e persino protagonista, ma che non manca comunque di valutare e giudicare; accanto al mondo degli operai dei «Raboteurs» o dei «Peintres en bâtiment» dispone quello dell’ascendente borghesia che passeggia su «Le Pont de l’Europe» o sotto un ombrello in «Rue de Paris, temps de pluie» o che guarda fuori dalla finestra del proprio appartamento (Intérieur. Femme à la fenêtre, 1880) a sottolineare la nuova, temibile, grigia solitudine che si confronta tragicamente con il rigoglioso e luminoso giardino della villa fuori Parigi, in cui le donne della casa si ritrovano per cucire, leggere, riposare ma sopratutto stare insieme (Portraits à la campagne, 1876). Per la città disposta da Haussmann Caillebotte prova certamente ammirazione, che però non è cieca: la veduta dall’alto di una rotonda pedonale persa nell’immensità dello spazio del boulevard (Un Réfuge, 1880) è chiaro esempio del senso di isolamento, privo di passione e di sentimento di quella nuova urbanità.

Gustave Caillebotte pittura
Gustave Caillebotte Un Refuge_Bld Haussmann, 1880 olio su tela 101×81 cm

Contrariamente a Monet, che raffigura Parigi spesso in un parossismo di folla e di colori («Carnevale sul Bld des Capucines», 1873), le composizioni urbane di Caillebotte sono rappresentate in colori freddi e con poche figure; la sua tavolozza vibra illuminandosi solo nelle rappresentazioni della natura, nei paesaggi lungo la Senna o sulle rive del fiume Yerres, oltre i confini parigini. Rimane però punto focale la costruzione della rappresentazione, molto spesso in soggettiva, attraverso la quale ci si ritrova all’interno dello spazio compositivo, parte dell’azione e senza possibilità di ritiramento (Canotiers ramants sur l’Yerres,1877); inquadrature che l’artista utilizza spesso anche per i ritratti di interni: dal «Déjeuner» (1876), a «Intérieur, femme lisant» (1880).

Gustave Caillebotte Canotiers ramant sur l’Yerres, 1877. Olio su tela 81×116 cm.

Come l’amico Monet, con cui scambierà un’ampia ed eterogenea corrispondenza e al quale verrà spesso in aiuto economicamente, dopo il 1886 Caillebotte si allontana piano piano dalla città, rallentando la propria attività pittorica per dedicarsi alla cura dell’amplissimo giardino della proprietà del Petit-Genevilliers, a pochi chilometri da Parigi, acquistata nel 1882 e nella quale si stabilirà definitivamente a partire dal 1887. Una passione costante che da sempre l’accompagna, quella del giardinaggio e della pittura che ad esso dedica. Capace persino di rinunciare al pranzo che organizza ogni mese con Monet e Mirbeau per dipingere una Stanopea aurea appena fiorita «[…] e siccome il fiore dura solo 3 o 4 giorni e rifiorisce tra un anno, non posso abbandonarla». Smette di partecipare alle esposizioni impressioniste ma non certo a dipingere. Alla sua morte nella villa si ritroveranno infatti più di 400 quadri.

Lo stile del pittore è mutato: si è avvicinato alle impressioni di luce e colore di Monet (Linge sechant, Petit-Genevilliers, 1888; Le petit bras de la Seine, 1890) in un susseguirsi di rappresentazioni in cui fiori e piante sono in primo piano e nelle quali si rimane avvolti e incantati (Les Dahlias. Jardin du Petit-Gennevilliers, 1893).

E persino anticipa la magnifica serie di Ninfee dell’amico, quando nel 1890 decide che il giardino deve entrare in casa, intraprendendo il progetto di dipingere una enorme tela destinata a ricoprire le pareti della sala da pranzo in una straordinaria ed infinita distesa di margherite. Alla sua morte, la tela incompiuta finirà arrotolata in un solaio per essere riscoperta molti decenni dopo e ritagliata in 4 pannelli di 205 x 116 cm ciascuno e acquisiti nel 2016 dal Musée des Impressionismes de Giverny.

V. Ch.

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: