Haiti, una nazione allo sbando. Potere, crimini e corruzione.

Haiti
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Haiti e il suo popolo sono stati dimenticati dalla comunità internazionale. Haiti e il suo popolo non potevano e non possono risollevarsi da soli per quello che hanno subito poco più di undici anni fa. E per quello che subiscono da un sistema di potere autoritario e intriso di violenza.

Il 12 gennaio del 2010 un terremoto del 7° grado della scala Richter e molte scosse nei giorni successivi quando hanno impedito anche l’opera di salvataggio ha provocato oltre 222 mila vittime, oltre ad 1,3 milioni di persone senza un tetto per il crollo di 900 mila edifici. Altre 10.000 morti furono causati dall’epidemia di colera che imperverso a causa delle pessime condizioni igieniche e l’uso di acqua presa da falde acquifere inquinate per tutti quelli che per mesi hanno dovuto vivere accampati.
Una nazione allora già povera e senza strutture adeguate, non sopravvive da sola a simili disastri. Ci furono molti aiuti per la rinascita, ma altrettanti non sono rimasti ad Haiti.

«Miliardi di aiuti umanitari e per la ricostruzione erogati dai donatori dal 2010 al 2012: $ 6,4. Percentuale di quella erogata direttamente a organizzazioni, istituzioni o aziende haitiane: meno dello 0,6%. […]. Spesa totale USAID per Haiti da gennaio 2010: $ 2.479.512.152. Percentuale di tale importo che è andata agli appaltatori all’interno della Beltway (Washington, DC; Maryland; e Virginia): 54,1%. Percentuale di spesa USAID che è andata direttamente a società o organizzazioni haitiane locali: 2,6%», [1]

Non che non ci siano responsabilità interne, anzi. Il potere nelle mani del clan dell’attuale del presidente Jovenel Moïse, a leggere i resoconti e le inchieste internazionali, ci fa tornare ai tempi del terrore instaurato dal regime della famiglia Duvalier. Solo lo scorso dicembre l’amministrazione americana che aveva sempre sostenuto Moïse si è decisa a condannare e mettere in atto misure, sanzioni incluse, per contrastare il governo haitiano.

Washington ha ammesso che le conclusioni a cui è giunta l’inchiesta condotta dall’Ufficio per i diritti umani della missione delle Nazioni Unite e da associazioni haitiane per la difesa dei diritti umani, sul massacro di La Saline del 2018, sono vere.
Nella baraccopoli La Saline di Port-au-Prince il 13 novembre 2018

«71 persone sono state uccise a colpi di machete, ascia o arma da fuoco. Undici donne hanno subìto uno stupro collettivo, mentre decine di persone sono state ferite. Alcuni corpi sono stati gettati in una discarica, mentre gli altri sono stati bruciati o smembrati. Quattrocento case sono state distrutte. La popolazione di La Saline era stata molto attiva nelle manifestazioni di protesta e il regime aveva deciso di punirla. […]. Nel suo rapporto, il Dipartimento del Tesoro spiega che “l’architetto” della carneficina è il “rappresentante dipartimentale del presidente Jovenel Moïse”, un certo Joseph Pierre Richard Duplan. La pianificazione e l’organizzazione del massacro sono state fatte dal direttore generale del ministero degli interni e degli enti locali, Fednel Monchéry. Gli omicidi sono stati compiuti con l’aiuto di bande armate da Jimmy Cherizier, un ex funzionario della polizia nazionale e oggi potente capo banda di Port-au-Prince. Duplan e Monchéry hanno fornito armi da fuoco, veicoli e uniformi della polizia ai componenti delle bande». [2]

Parlare, raccontare, scrivere di quello che accade ad Haiti ad un giornalista può costare la vita. È accaduto al fotoreporter freelance Vladjimir Legagneur scomparso nel marzo 2018; a Rospide Pétion ferito a morte nel giugno 2019 dopo aver parlato di corruzione contro l’amministrazione del presidente Jovenel Moïse; a Néhémie Joseph, reporter di Panic FM e Radio Mega. E poi ci sono quelli intimiditi e quelli feriti dalla polizia mentre svolgono indagini o seguono manifestazioni di protesta [3].

La violenza delle bande e la corruzione sono oramai endemiche nel paese e il terrore caratterizza la vita quotidiana. Sono molte le persone, anche studenti e insegnanti, che vengono rapite per poter chiedere riscatti e poi alcune vengono uccise.
La corruzione domina la vita pubblica grazie ad una sempre maggiore appropriazione di margini di potere del clan del Presidente. Dopo aver bloccato il Parlamento procedendo a governare con decreti intende portare avanti il suo mandato fino al 7 febbraio del 2022 mentre l’opposizione, dentro e fuori le istituzioni, sostiene che deve lasciare la carica questo 7 febbraio. Moïse è in carica formalmente dal 7 febbraio 2017, ma secondo

«gli oppositori politici, i gruppi della società civile e alcuni studiosi di diritto sostengono che il suo mandato terminerà il 7 febbraio di quest’anno. Sostengono che il suo mandato è effettivamente iniziato nel 2016, quando il suo predecessore, il presidente Michel Martelly, ha lasciato l’incarico senza un successore dopo che il primo turno di votazioni iniziale nell’ottobre 2015 è stato viziato da accuse di frode. Martelly fu sostituito da un presidente provvisorio, che secondo i partiti di opposizione e i gruppi della società civile è anche il primo anno del mandato di Moïse». [4]

Vuole cambiare la Costituzione in senso presidenziale perché dice che Haiti in questi anni è diventata ingovernabile. Intende farla approvare con un referendum ad aprile per poi indire le elezioni parlamentari. Nel frattempo ha agito per eliminare controlli e incrementare il suo potere. Ha sottratto poteri e autonomia alle Università, alla Magistratura, alla Corte dei Conti che aveva ficcato il naso in una serie di affari che dimostravano la corruzione.
L’opposizione non è in grado di far fronte comune per poter opporsi con forza alle mire del Presidente e nemmeno per poter dialogare al meglio con le istituzioni internazionali che potrebbero e dovrebbero dare una mano al paese.
Vedremo se le sanzioni avviate dagli Stati Uniti e la maggiore attenzione ai diritti umani dichiarata da Biden smuova qualcosa nello stato di drammatica crisi in cui vive il paese.

Oltre il 40% della popolazione e cioè più di sei milioni di abitanti vive al di sotto della soglia di povertà con meno di 2,4 dollari al giorno (fonte Banca Mondiale) e per molti di essi la fame è quella vera. Ancora solo i due terzi degli adulti sa leggere e scrivere e la maggior parte delle scuole sono private.
Pasquale Esposito

[1] Roberto Codazzi, “Il fallimento di Haiti a 11 anni dal terremoto”, https://lamericalatina.net/2021/01/12/il-fallimento-di-haiti-a-11-anni-dal-terremoto/, 12 gennaio 2021
[2] François Bonnet, “Haiti è in mano a un governo autoritario e alle bande criminali, pubblicato su Mediapart, traduzione di Andrea Sparacino, https://www.internazionale.it/notizie/2020/12/21/haiti-governo-autoritario-bande-criminali, 21 dicembre 2020
[3] “Haiti journalists denounce police brutality, demand justice”, https://apnews.com/article/haiti-police-journalists-a57e67e021b0efeb9d715666bc62edf0, 28 gennaio 2021
[4] Jacqueline Charles, “On the verge of explosion: Violence, constitutional crisis push Haiti to the brink”, https://www.miamiherald.com/news/nation-world/world/americas/haiti/article248917529.html, 2 febbraio 2021

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