Happy People, Possibilmente, Homeland e Tropico Dei Romantici

hindi zahra homeland
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La notizia musicale dell’ultima ora è l’arrivo, dal 24 dicembre, dei brani dei Beatles sulle piattaforme di streaming come Spotify e Apple Music lasciando ancora fuori i servizi Pandora e Rdio. Noi invece, con tutto il rispetto per la band di Liverpool, vogliamo darvi qualche spunto per orientare le vostre antenne da qualche altra parte.
Nel corso del 2015 non siamo riusciti a raccontarvi o a segnalarvi, nemmeno in maniera sufficiente, quanto è uscito nel mercato discografico. E, ovviamente, non ci riusciremo nemmeno in futuro. Di seguito invece troverete qualche altro disco uscito quest’anno.

Il primo della serie è Happy People pubblicato il 9 febbraio scorso ad opera della band di Birmingham Peace  che fa seguito a In Love, il loro esordio del 2013. Il nome del gruppo è ispirato da una fotografia che celebrava la fine della II Guerra mondiale ma nascevano nel 2009 con il nome November and the Criminal. I fratelli Harry (voce e chitarra) and Sam Koisser (basso), Doug Castle (chitarra) and Dom Boyce (percussioni), secondo Valentina Natale «tornano a esplorare le delusioni e le ossessioni sessual-sentimentali della “Gen Strange”, ovvero quei teenager e twenty-somethings che non hanno ancora raggiunto l’età matura ma lo faranno presto. Non più “In Love” come un paio di anni fa ma sempre persone apparentemente felici e gioiose. […] Musicalmente “Happy People” inizia esattamente da dove finiva “In Love”: allegro con brio tra dosi calcolate al millimetro di Foals e piccole inquietudini stile Madchester, fischiettabili hooks radiofonici che tanto devono agli Ocean Color Scene, ritmi ballabili a profusione e l’immancabile pizzico di anni ottanta sintetici (“Lost On Me”) perché, andiamo, formula che vince non si cambia» [1].


Sestomarelli. Foto Matteo Manfredi 2014

Il secondo album che vi segnaliamo è di tutt’altra natura ed approccio. Stiamo parlando di Possibilmente dei Sestomarelli e cioè Alessandro Aliprandi (chitarre elettriche, acustiche e cori; compositore e arrangiatore di tutte le parti musicali); Mariela Valota (violino); Riccardo Preda (batteria e percussioni); Alessandro Muscillo (basso e cori); Roberto Carminati, (voce e autore delle liriche). Il fatto che siano nati e cresciuti nella Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni dove la cultura operaia e antifascista era la spina dorsale della comunità, ha un suo peso. Rispetto all’esordio Acciaierie e ferriere lombarde folk la musica diventa più elettrica.
Giuseppe Catani scrive che Possibilmente «è un condensato che racchiude e mette insieme l’energia del rock and roll e la spinta propulsiva del combat-folk. […] Nove canzoni ben calibrate, esaltate dal suono del violino, dalle svisate elettriche in stile anni ’70, da una voce inquieta e per nulla rassicurante, da una sezione ritmica che garantisce dinamicità al suono. Vengono in mente i Modena City Ramblers, i Pogues e, istintivamente, anche i Waterboys di Fischerman’s Blues (1988). [..]. Possibilmente si scaglia contro una società ipocrita, bugiarda, presa in ostaggio da direttori generali, protetta da inaccessibili gabbie, frustrata da un presente nebuloso (“L’assenza di un futuro adesso è l’essenza del futuro”, recita il testo di Il peso)»[2].

Torniamo fuori dai confini  nazionali per la terza segnalazione: Homeland della cantautrice (e attrice) marocchina di origini berbere e naturalizzata francese, Hindi Zahra. Un bellissimo e riuscito esempio di wordmusic per la semplicità e l’intelligenza con cui si muove tra territori geografici e musicali, come aveva già fatto splendidamente per esempio in Beautiful tango (dell’album d’esordio nel 2010 Handmade) in cui canta in francese, inglese, tamazight (una delle lingue ufficiali del Marocco) e in arabo. Fabio Codias precisa che dopo Handmade, Homeland «riesce ad evolvere il discorso musicale di Hindi Zahra in due direzioni opposte: da un lato il “ritorno a casa”, e quindi il recupero definitivo (diciamo “meno occidentalizzato” ma è difficile da spiegare) delle sonorità berbere, dall’altro la convergenza verso un segmento molto sofisticato della canzone francese. […] l’iniziale “To the Forces” porta su una nuova dimensione le chitarre desertiche dei Tinariwen o di Bombino, […]. Questo superamento dei limiti geografici permette a Hindi Zahra di mettere in musica dei piccoli capolavori, che si arrampicano sulle Ande (“La Luna” fa venire brividi caldi), si perdono nel deserto (“Cabo Verde”), giocano con la bossa (“Can We Dance”) e con il dub (“Dream”) […]. Il punto di arrivo è la Francia, perché la “casa” di Hindi Zahra adesso è in Europa, ed ecco che compaiono ballate da jazz-club (“Silence”), passaggi acustici fragili e ultraterreni (c’è l’anima di Beth Gibbons nei registri vocali di “Broken Ones”) e buoni tentativi di compiutezza pop (“Any Story”)» [3].

Direttamente dalla scena indie salentina troviamo Antonio Frisino, in arte Frisino, e il suo disco d’esordio uscito il 18 settembre con un titolo – Tropico dei Romantici – ispirato dal romanzo di Henry Miller. L’amore e gli amori, relazioni sentimentali spesso non compiute sono l’oggetto delle liriche delle dieci tracce che lo compongono. Enrico Esposito ci spiega che «la grande lezione dei vari Buscaglione (citato esplicitamente in “Analisti”), Gaetano, Tenco accompagna la successione dei racconti di estati adolescenziali nel registro più nella cadenza pop talvolta “sporcata” da un po’ di noise (“Dimmi che mi vuoi”), mentre molto riuscito è il blitz folk di “Porta Napoli” trascinato dalla fisarmonica di Rocco Nigro. Meno memorabili le ballate, mentre menzione a parte merita “Atlante”, che al sicuro dei virtuosismi pianistici di Dario “Dardust” Faini permette di evadere in modo secco dall’affollato interrogarsi precedente» [4].
Non vi curate di noi e ascoltate
Ciro Ariglione

[1] Valentina Natale, Indie for bunnies, 13 febbraio 2015
[2] Giuseppe Catani, Mescalina, 22 settembre 2015
[3] Fabio Codias, Storia della musica
[4] Enrico Esposito, Rockit 21 novembre  2015

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