Herbert Schuch. La perfezione formale incontra la poesia.

Bologna festival
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Se ancora vi fossero perplessità sul talento straordinario di Herbert Schuch, virtuoso del pianoforte, classe 1979, il concerto del Bologna Festival di ieri, venerdì 17 maggio (gli scaramantici non se ne abbiano a male), ha decisamente fugato ogni dubbio.

Herbert Schuch
Herbert Schuch. Foto Broede

Con un pianismo che non pare blasfemo (e forse nemmeno prematuro) accostare a quello del grande Sokolov, per il tocco brillante e deciso, la rigorosa precisione tecnica, la cura delle dinamiche e l’eccezionale capacità interpretativa, Schuch ha emozionato e commosso, coinvolto e trascinato la sala, riscuotendo un indiscusso successo suggellato da applausi ed ovazioni al limite del coro da stadio.
Se già lo scorso anno il pianista tedesco originario di Temesvar (Romania) aveva conquistato il pubblico del Bologna Festival esibendosi in un concerto composito e sorprendente (in cui si accostavano Skrjabin, Schoenberg, Mozart, Listz e Schubert) che gli era valso il “Premio del pubblico” nella categoria “Talenti” del Festival (e dunque l’esibizione tra i “Grandi interpreti” di quest’anno), stavolta l’attenzione di Schuch va alle ultime opere di alcuni grandi maestri dell’Ottocento (Schubert, Schumann e Beethoven) e ad una splendida sonata di Mozart interpretata con un pathos ed una sensibilità musicale davvero singolari.

Herbert Schuch
Herbert Schuch. Foto Broede

Si parte dalle variazioni su un tema originale in mi bemolle “Geistervariationen” (Variazioni sul tema degli spiriti) di Schumann, ultima sua opera per pianoforte composta poco prima del ricovero nel manicomio di Endenich (avvenuto il 4 marzo del 1854), ove morì due anni più tardi assistito dalla moglie Clara, da Joachim e da Brahms. Fu proprio mentre realizzava queste variazioni su un tema dettatogli qualche giorno prima, da quanto riferito dallo stesso compositore, dagli spiriti da cui credeva di essere circondato che Schumann si gettò seminudo nelle gelide acque del Reno il 27 febbraio del 1854.
Si passa poi, senza soluzione di continuità, alle undici Bagatelle di Beethoven op. 119, composte tra i primi anni dell’Ottocento (le prime cinque) ed il 1820 (le ultime cinque) e riunite insieme nel 1822 quando venne ultimata anche la Bagatella n. 6, una sorta di cerniera tra le due serie di cinque. Si tratta di pezzi dal carattere leggero e dalla semplice struttura formale che Schuch riesce a rendere musica vitale e pulsante con un’estrema accuratezza nella costruzione di ciascun brano ed il controllo totale di ogni tasto del suo strumento, del peso e della rotondità di ogni singolo suono.
C’è giusto il tempo per un breve applauso, che già Schuch si rimette davanti alla tastiera del pianoforte (sembra non volere che la concentrazione si disperda, che svanisca la tensione che pervade la sala prima che si arrivi alla pausa), stavolta cimentandosi con Mozart e la sua sonata in re maggiore K. 576: anche questa da annoverare tra le ultime composizioni realizzate dall’autore prescelto. Risale infatti al 1789, dunque a due anni prima della morte di Mozart. L’adagio è suggestivo e coinvolgente, toccante a tratti, con un intenso lirismo segnato da improvvise rincorse cromatiche che esaltano le doti virtuosistiche di Schuch.
Quindi, la pausa. Si riprende con le cinque variazioni su un tema di Schubert composte dal compositore tedesco Helmut Lachenmann (una felice fusione di richiami classicistici e suggestioni contemporanee), ed anche stavolta, senza interruzioni, si passa direttamente all’improvviso di Schubert op. 142 D. 935, completato nel 1827, un anno prima della morte del compositore: sembra una collezione di testamenti spirituali degli autori eseguiti, la scelta dei brani del concerto! Quasi in forma di sonata, come Schumann aveva osservato nel 1838 (“Non credo che Schubert abbia davvero intitolato Impromptu queste composizioni, il primo è così chiaramente il primo tempo d’una sonata, completamente sviluppato e finito che non può nascere nessun dubbio. Il secondo Impromptu lo ritengo il secondo tempo della stessa sonata: la tonalità e il carattere si riannodano strettamente al primo”), la composizione schubertiana si distingue per la luminosità ed il tocco poetico del canto cui si contrappongono esplosioni virtuosistiche e continue variazioni tonali. E quella di Schuch è un’esecuzione intensa e brillante che fa rivivere al meglio una delle pagine più belle della corposa produzione pianistica schubertiana.
Infine il bis: la celeberrima Campanella di Paganini nella trascrizione per pianoforte di Liszt, nel cui finale Schuch costruisce con lenta gradualità, partendo da un mezzo piano quasi sussurrato, trattenuto, un fortissimo sull’ottava più acuta del pianoforte che rivolta la sala come un calzino.
C’è ancora spazio per un ultimo bis e poi l’applauso finale. Tre uscite, un inchino misurato ogni volta, appoggiato alla tastiera del pianoforte. Tutto accuratamente ponderato, cadenzato. Quasi un rito scaramantico, uno schema inflessibile nel quale imprigionare le forti emozioni della serata in una maschera dalla quale possa trasparire solo la perfezione formale. Ma la perfezione formale è qui sostenuta dalla poesia dell’animo sensibile di un interprete la cui grandezza è ormai sotto gli occhi di tutti.
Gianfranco Raffaeli

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