Honduras. Golpe congelato, democrazia in attesa

Honduras bandiera
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Un concreto passo avanti è stato fatto nella risoluzione della crisi in Honduras. Il colpo di stato del giugno scorso dovrebbe aver fine con l’implementazione dei punti dell’accordo (Diálogo Guaymuras Acuerdo Tegucigalpa/San José) firmato giovedì scorso.
Se è vero che la disponibilità delle parti ha consentito la mediazione il merito lo si può ascrivere innanzitutto a due fattori.

Il primo è la forzatura del presidente brasiliano Lula che ha consentito al deposto Zelaya di essere ospitato, dal 21 settembre scorso, nella sede dell’ambasciata brasiliana rischiando la degenerazione definitiva delle relazioni tra i due paesi. Una mossa che ha consentito di tenere alta la sorveglianza su una crisi rappresentativa per tutto il continente.
Non si poteva consentire un ritorno al passato quando  evoluzioni in senso democratico, di maggiore giustizia sociale nonché di rispetto delle popolazioni indigene erano spente sul nascere da golpe fascisti.
E questo opposizione sia pur più morbida è stata esplicitata anche da quei paesi governati dalla destra come la Colombia e il Perù.

L’altro fattore determinante è stato il ruolo svolto dalla popolazione, non tutta a dire il vero, che ha combattuto strenuamente, pagando un pesante tributo di sangue. Si è evitato che il bergamasco Micheletti e i suoi sostenitori riuscissero ad imporre un regime anti-democratico.

L’accordo essendosi svolto sotto l’egida degli Stati Uniti assegna a questi ultimi un primo punto a favore nella nuova politica in sudamerica. Dopo un atteggiamento a dir poco ondivago, successivo al golpe,  l’amministrazione americana può sostenere di aver favorito il ritorno alla democrazia. Ma è giusto che ci si chieda come mai la pressione di questi giorni con l’arrivo di Thomas Shannon, segretario di Stato Usa per l’Emisfero occidentale, sia stata esercitata con tanto ritardo [1]. E forse il presidente ha scansato definitivamente la <<polpetta avvelenata>> [2] preparatagli da una parte dell’establishment legato al Bush figlio.

Veniamo all’intesa. E’ il frutto delle trattative iniziate il 7 ottobre, sospese il 22 e riprese martedì scorso con l’arrivo di Shannon. Quest’ultimo insieme, tra gli altri, all’ambasciatore USA a Tegucigalpa Hugo Llorens, non proprio estraneo al golpe, ha costretto nell’hotel Marriott le due delegazioni a siglare il documento.
Oltre alle pressioni Shannon ha promesso la cancellazione delle sanzioni politiche ed economiche, la ripresa degli aiuti internazionali e il riconoscimento delle elezioni decise dai golpisti per il 29 novembre che appunto è uno dei punti dell’accordo.
Tra l’altro è stato stabilito che l’autorità sulle forze armate passi dal Presidente della Repubblica al Tribunale supremo elettorale, che non potrà esserci nessuna amnistia per delitti politici e penali, la formazione di una Commissione che faccia luce sugli eventi antecedenti e successivi al golpe e la rinuncia alla convocazione di un’assemblea costituente o alla riforma della costituzione.
Zelaya potrà ritornare ad essere il presidente, dopo il voto del Congresso golpista, ma senza poteri.

Ma come sostiene Matteuzzi il problema democrazia resta infatti <<Zelaya, che non è comunista né castrista né chavista, aveva capito che con la democrazia solo formale un paese come l’Honduras non uscirà mai dalla sua condizione disperata. Ora tutto sembra tornato alla situazione «di prima», di sempre. Il 29 novembre si contenderanno la presidenza candidati dei partiti dell’oligarchia tradizionale, los liberales e los nacionales>> [3].

Intanto l’economia honduregna ha subito ulteriori contraccolpi che hanno aggravato le già disastrate condizioni di un paese ritenuto dal FMI tra quelli più vulnerabili in questo periodo di crisi e che ha circa il 60% della popolazione in condizioni di povertà. Alcides Hernández professore di economia alla National Autonomous University di Tegucigalpa ha dichiarato a Bloomsburg news che il costo finanziario del golpe è stato di 20 milioni di dollari al giorno e non si tratta di spiccioli. Il paese ha visto diminuire le riserve in valuta, è stato declassato dalle società di rating e ha perso occasioni di investimento [4].
Pasquale Esposito

[1] Stella Spinelli si rammarica come ancora una volta bisognava aspettare l’arrivo del <<padrone>> che forse è in ritardo perché in qualche modo coinvolto; in Stella Spinelli, “Honduras, la voce del padrone“, www.peacereporter.net, 30 ottobre 2009
[2]  E’ la tesi di Gianni Minà che scrive <<E’ lecito domandarsi, dunque, a questo punto, chi ha scelto di mettere scientemente il giovane presidente nero e progressista in contraddizione con se stesso e con i suoi principi. Ed è leggittimo anche chiedersi se la miccia accesa in Honduras con la benedizione del Pentagono, più che neutralizzare la politica di riscatto continentale del presidente venezuelano Chavez e di altri colleghi latinoamericani che si stanno distinguendo per una maggiore attenzione sociale, non sia un colpo di coda, preparato da quell’apparato militare-industriale in auge durante la presidenza Bush e di cui era il massimo esponente il vice presidente Cheney.>> ; in Gianni Minà, “Honduras, polpetta avvelenata per Obama“, Liberazione, 1 ottobre 2009
[3] Maurizio Matteuzzi, “Dal golpe alla<<pace>>, accordo Zelaya-Micheletti“, Il Manifesto, 31 ottobre 2009, pag. 9
[4] Alexander Sanné, “The Economic Cost of the De Facto Regime“, www.hondurasthisweek.com, 8 ottobre 2009

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