Honduras. Nessuna speranza per Zelaya

Honduras bandiera
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A due mesi dalla cacciata violenta del presidente Manuel Zelaya, democraticamente in carica dal 2006, la banda di golpisti sembra aver raggiunto il suo scopo.
L’ultimo tentativo di riconciliazione pacifica tentato da una missione dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) non è riuscita a smuovere il governo de facto di Roberto Micheletti.

L’accordo avrebbe dovuto basarsi su una proposta di mediazione portata avanti da settimane e sostenuta dalla comunità internazionale, Stati Uniti compresi. Si trattava dell’Accordo di San Josè proposto dal mediatore, il presidente del Costarica Oscar Arias, e accettato da Zelaya.
Undici punti che prevedevano tra l’altro la nomina di un governo di unità nazionale, l’anticipo delle elezioni presidenziali e legislative ad ottobre, il rientro del presidente deposto e il reintegro delle sue funzioni con alcuni limiti.
La Corte suprema di Giustizia di Tegucigalpa aveva respinto, nei suoi contenuti portanti, la proposta a cominciare dalla possibilità di un rientro di Zelaya in quanto il suo arresto e la sua espulsione sono dovuti ad un mandato giudiziario. Il presidente deposto avrebbe violato la legge quando aveva indetto un referendum consultivo per la modifica della Costituzione vigente. L’obiettivo sarebbe stato, secondo i suoi oppositori, la sua rielezione [1].

La violazione costituzionale è solo uno dei motivi che ha mosso il nucleo di potere honduregno a mettere in atto il golpe facendo ritornare alla luce i tempi delle dittature sanguinarie del centro e sud America.

Infatti la consultazione referendaria avrebbe dovuto indirizzare la Carta verso principi e norme più stringenti nella difesa dei diritti sociali ed economici. Non solo tra gli atti concreti che irritarono il blocco politico-economico che controlla il paese ci fu l’aumento del salario minimo per i lavoratori. E se a questo aggiungiamo l’entrata nell’Alba (Alternativa Bolivariana per le Americhe) e le alleanze con i governi cubano e venezuelano il quadro si fa decisamente chiaro.
Non è bastata un’opposizione interna che ripetutamente ha manifestato e protestato subendo la repressione con migliaia di feriti e almeno un morto [2]. Un report di Amnesty International, pubblicato il 26 agosto scorso, accusa i militari di arresti di massa, violenze contro i manifestanti.

In questi due mesi, da quel 28 giugno, non è bastata la condanna unanime della comunità internazionale a partire dall’ONU passando per l’Unione Europea, fino agli stati latinoamericani che hanno avuto un ruolo attivo nella pressione contro il governo golpista. In alcuni casi si la tensione è salita fino a rischiare interventi militari come quando, subito dopo il golpe, Chavez aveva minacciato un possibile intervento se il suo ambasciatore non fosse stato rilasciato [3].

Sul piano internazionale forse ci si poteva aspettare un peso maggiore del Dipartimento di Stato di Washington e della stessa presidenza visto il corso diplomatico della politica estera obamiana. Qualche ombra sul colpo di stato la getta l’accusa, sia pur smentita a più riprese, di un coinvolgimento dell’esercito americano: non è cristallino il motivo per cui l’aereo che portava il presidente deposto in Costarica (40 minuti di volo) sia atterrato per rifornimento nella base honduregna di Soto Cano dove sono di stanza seicento militari USA [4].

E non sono nemmeno bastate le sanzioni che man mano sono state adottate a cominciare dalla sospensione delle clausole che consentivano l’acquisto di petrolio venezuelano a prezzi contenuti, agli aiuti militari statunitensi, alla sospensione dei finanziamenti della Banca interamericana di sviluppo e della Banca centroamericana di integrazione economica o al congelamento di fondi per 270 milioni di dollari della Banca Mondiale [5]. E se si pensa che circa il 20% del bilancio di Tegucigalpa dipende da donazioni e crediti dall’estero si può immaginare che danni potrebbe subire l’economia. A pagarne duramente le conseguenza saranno i poveri che già rappresentano la metà degli oltre sette milioni di abitanti.

Se le pressioni e le prese di distanza non sono state sufficienti, è difficile immaginare che alle elezioni programmate per la fine di novembre, la cui campagna elettorale dovrebbe cominciare a settembre, possa partecipare Zelaya. Alcuni suoi consulenti pensano che un rientro con poteri ristrettissimi gli impedirebbe di incidere sull’evoluzione politica. Non sembra da scartare nemmeno l’ipotesi di un suo sforzo per sostenere la candidatura del leader sindacale di sinistra Carlos Reyes <<la cui base sociale gli servirebbe per dare forma a un’alternativa politica nei prossimi 4 anni>> [6].

Potrebbe essere una soluzione semmai si riusciranno ad indire le elezioni, ma intanto un golpe è riuscito ed è un pessimo esempio per i tanti aspiranti dittatori in giro per il continente.
Pasquale Esposito

[1] “Golpe in Honduras: missione difficile per ministri Stati americani“, www.misna.org 24 agosto 2009

[2] “Honduras, presidente Zelaya non riesce a tornare nel paese“, it.reuters.com, 6 luglio 2009

[3] “Colpo di Stato militare in Honduras“, www.repubblica.it, 28 giugno 2009

[4] “US Military Denies Role in Honduras Coup Flight“,www.nytimes.com, 16 agosto 2009; Associated Press writers Alexandra Olson in Mexico City, Alan Clendenning in Sao Paulo and Kathia Martinez in Tegucigalpa contributed to this report.

[5 ] “Golpe in Honduras: attesa per avvio dialogo in Costarica“, www.misna.org, 9 luglio 2009

[6] Thelma Mejia, “Il tempo passa e Zelaya non torna”, www.ilmanifesto.it, 13 agosto 2009

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