Hong Kong: espulsi quattro deputati e gli altri di Pro-democrazia si dimettono

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Hong Kong

A Hong Kong sono stati espulsi quattro deputati del Civic Party, del gruppo di opposizione Pro-democrazia, dal Consiglio Legislativo (LegCo). Tutti i deputati Pro-democrazia hanno annunciato le dimissioni.
Il Consiglio Legislativo era già monco da tempo perché altre dimissioni c’erano state dopo l’annuncio dell’esecutivo di Hong Kong di posticipare le elezioni di settembre al prossimo anno.

Quello di ieri è un altro passaggio dell’accerchiamento che Pechino sta mettendo in atto al fine di inglobare totalmente, senza aspettare il 2047, la regione nella struttura politica e giuridica della Repubblica popolare.
Per la Cina resta una faccenda interna nella quale non ci si deve intromettere.

L’espulsione dei quattro deputati da parte dell’amministrazione è stata possibile per una risoluzione del Congresso nazionale del popolo di Pechino, che autorizza il governo a squalificare i politici ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Più esattamente minacciano la sicurezza nazionale coloro che, per esempio, si pronunciano a favore dell’autonomia di Hong Kong, si rifiutano di riconoscere la sovranità della Cina o più genericamente minacciano in qualche maniera la sicurezza nazionale. Quest’ultima abbastanza indeterminata come fattispecie da rendere difficile un livello accettabile di certezza giuridica che caratterizza tuttora l’amministrazione della legge da parte dei tribunali.

Gli espulsi appartengon all’organo legislativo di Hong Kong: il Consiglio legislativo, una delle tre istituzioni politiche per il governo della regione autonoma. È composto da 70 membri: 35 nominati da grandi elettori “corporativi” e 35 con una votazione a suffragio universale.
Il governatore è invece nominato da duemila grandi elettori designati da Pechino. Il Governatore designa i capi di gabinetto. Nella sostanza tutto l’esecutivo è espressione della volontà di Pechino.

Torniamo alle elezioni: perché rimandarle?
Il motivo o, sarebbe meglio dire, il pretesto è la pandemia da coronavirus. Pretesto perché Hong Kong non ha affatto la situazione del contagio fuori controllo. Come un pretesto per impedire manifestazioni è la legge che impone un limite di quattro persone insieme.
Negli anni passati c’erano state delle elezioni suppletive per sostituire i consiglieri che per vari motivi, da quelli di salute a quelli personali, avevano lasciato vacante il seggio. Ora di elezioni suppletive nemmeno a parlarne. Perché? Rischio contagio. E secondo la Governatrice, Carrie Lam è in grado di funzionare senza problemi.

L’accerchiamento o la “ricolonizzazione” come l’ha definisce Jamil Anderlini, Asia Editor del Financial Times, ha subito un’accelerata lo scorso 1 luglio. Quel giorno entrava in vigore la Legge di sicurezza nazionale che tra l’altro mette diversi bastoni tra le ruote alla stampa. Alcuni grandi giornali per non correre rischi o semplicemente perché i suoi corrispondenti non hanno più gli accrediti si stanno spostando ad esempio in Corea del Sud o a Taiwan. I giornalisti presenti alle manifestazioni di questi ultimi mesi sono stati presi di mira, anche ferendoli seriamente, direttamente dalle forze dell’ordine pur essendo chiaramente identificabili come “press”. Una legge di sicurezza che prevede anni di carcere per “sovversione, tradimento e collusione con forze straniere”.
Il presidente del Partito Democratico di Hong, Kong Wu Chi-wai ha dichiarato: «Non possiamo più dire al mondo che abbiamo ancora ‘un paese, due sistemi».
Pasquale Esposito

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