Hong Kong: la prof Alessia Amighini fa il punto della situazione

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Hong Kong, dopo settimane di proteste anche violente, continua ad essere sulle prime pagine di tutti i media del mondo. L’ultima notizia è che la Chief executive, Carrie Lam sembra sia pronta a “ritirare” la contestata legge sull’estradizione in Cina, miccia incendiaria delle proteste e prima delle richieste dei manifestanti. Per fare un approfondito punto della situazione abbiamo intervistato la professoressa Alessia Amighini esperta dell’area asiatica.
Amighini è condirettore dell’Asia Center e Senior Associate Research Fellow presso ISPI ed è professore associato di Politica economica presso il Dipartimento di Studi per l’economia e l’impresa (DiSEI) dell’Università del Piemonte Orientale (Novara, Italia) e Professore a contratto presso l’Università Cattolica (Milano, Italia). Ha pubblicato su numerose riviste internazionali peer-reviewed come China Economic Review, World Development, The World Economy, International Economics, China and the World Economy, nonché capitoli in diversi libri per Edwar Elgar, Harvard University Press, Oxford University Press, Palgrave, Routledge. E’ curatore di China’s Race to Global Technology Leadership (2019), China: Champion of (which) Globalisation? (2018), China’s Belt and Road: a game changer? (2017), China Dream: Still Coming True? (2016), Xi’s Policy Gambles: The Bumby Road Ahead (2015), tutti editi da ISPI.

Prima di entrare nel vivo delle questioni delle enormi proteste della società civile di Hong Kong vorrei chiederle di riassumere per i nostri lettori lo status di Hong Kong in quanto regione amministrativa speciale della Cina che secondo gli accordi del 1997 dovrebbe terminare nel 2047.
Dalla fine del Protettorato britannico nel 1997, Hong Kong è diventata una Special Administrative Region (SAR) della Repubblica Popolare Cinese, cioè una provincia indipendente dal governo centrale, ma formalmente parte della RPC, sotto cui tornerà dal 2047 (come concordato nel trattato tra la RPC e il Regno Unito). Di conseguenza, per Pechino Hong Kong è parte della RPC a pieno titolo, mentre per gli honkonghesi e il resto del mondo, Hong Kong è una nazione indipendente. Lo status singolare dell’isola prevede elezioni indipendenti e un sistema di mercato, quindi è politicamente ed economicamente indipendente dal governo di Pechino, almeno fino al 2047. Tale status speciale è stato utilizzato dalla Cina continentale come strumento per gestire i flussi di commercio, investimenti e capitali con il resto del mondo. Hong Kong ha sempre avuto e mantiene tuttora un’importanza fondamentale per tutta la Cina, il che rende difficile per Pechino un atteggiamento ritenuto eccessivamente autoritario. Hong Kong non è solo il principale centro finanziario internazionale della Cina, ma anche il pilastro del cd modello ‘un paese, due sistemi’, alla base di tutta la crescita economica cinese. È la porta finanziaria per i capitali e le imprese estere in Cina e per i capitali e le imprese cinesi all’estero. Il suo sistema legale, giuridico e amministrativo e le il sistema di mercato permettono alla Cina continentale di interagire con il resto del mondo secondo standard internazionali senza intaccare il sistema centralizzato e controllato del resto del paese. È questa funzione – non la dimensione del PIL rispetto a quello cinese, evidentemente molto ridimensionata negli ultimi 20 anni – che continua a restare fondamentale per la strategia di crescita cinese. Il ruolo di Hong Kong nello sviluppo della Cina continentale è così grande che lo stesso Deng auspicò che si potesse mantenere ‘non per 50 ma per 100 anni’. Hong Kong inoltre permette a Pechino di mantenere un mercato dei capitali quasi completamente chiuso e un tasso di cambio a fluttuazione controllata, pur essendo uno dei paesi più aperti al commercio internazionale e agli investimenti esteri in entrata e in uscita. Il suo status speciale ha permesso una strategia machiavellica di internazionalizzazione del renminbi. Infatti, il mercato valutario offshore è stato sviluppato su misura per Hong Kong e con Hong Kong come prototipo. La separazione tra il mercato offshore e quello onshore permette all’autorità monetaria cinese di controllare i flussi di capitale con l’estero per evitare una destabilizzazione nei mercati finanziari domestici e al contempo, permette la liquidità necessaria sul mercato di Hong Kong.

La Reuters ha da poco pubblicato un articolo con il quale si rivela che all’inizio dell’estate, Carrie Lam, amministratore delegato di Hong Kong, ha presentato un rapporto a Pechino nel quale spiegava come il ritiro della legge sull’estradizione avrebbe disinnescato la protesta ma “il governo centrale cinese ha respinto la proposta di Lam […] le ha ordinato di non cedere a nessuna delle altre richieste dei manifestanti a quel tempo”. Qual è la sua opinione e in generale cosa ne pensa del modo con cui la leadership cinese sta gestendo la crisi a Hong Kong?
Finora il governo cinese ha mostrato di avere i nervi molto saldi di fronte a una situazione senza precedenti, di gestione estremamente difficile. Sebbene localizzata, essa è potenzialmente molto destabilizzante per tutta la Cina. Le proteste di Hong Kong sono molto pericolose per Pechino, perché sono un esempio per altre aree calde, dove vari episodi di terrorismo e di rivolte minacciano l’unità nazionale, come nello Xinjiang, e per i territori contesi di Macao, Taiwan, Tibet e Mongolia interna. Ma Hong Kong è un caso molto diverso dagli altri, per il ruolo economico e finanziario fondamentale per la tenuta di tutto il modello economico cinese. Per questo, Pechino da una parte invoca la sicurezza interna per giustificare gli interventi della polizia degli ultimi giorni e il dispiegamento di forze armate al confine, mentre dall’altra, è prudente e restia a intervenire per non rispondere alle provocazioni dei manifestanti. La svolta degli ultimi giorni è la risposta all’escalation e alla presenza di manifestanti sostenuti da governi esteri.

Melbourne. Street art per Hong Kong 2019

Veniamo alla protesta. Un fiume inarrestabile di persone, molte delle quali giovani, con i loro ombrelli e i caschi per proteggersi ha sfidato e sfida il governo di Hong Kong e la Cina stessa. In queste settimane hanno saputo conquistare altri sostenitori dentro e fuori il paese. Le principali richieste al potere politico sono: l’abrogazione definitiva della legge sull’estradizione, il suffragio universale, l’amnistia per gli arrestati, una indagine trasparente sulle violenze compiute dalla polizia. Sono richieste singole o pensa che sia un progetto di riscrittura dell’assetto politico-istituzionale di Hong Kong. E come mai non ci sono rivendicazioni socio-economiche?
Le rivendicazioni politiche sono volte a ottenere rassicurazioni o dichiarazioni circa il futuro dell’indipendenza che scadrà nel 2047. Non ci sono vere e proprie rivendicazioni socio-economiche, o meglio, gli hongkonghesi vorrebbero mantenere il loro tenore di vita anche in futuro, ma la prospettiva dell’integrazione completa nella RPC giustamente li preoccupa. Grazie al suo status, Hong Kong finora ha beneficiato di un reddito medio da paese ricco, molto più elevato di quello medio cinese. Il modello ‘un paese, due sistemi’ ha portato grandi vantaggi a Hong Kong, e ora l’integrazione nella Greater Bay Area rischia di diluire tali benefici a un’area molto più ampia.

Molte volte i manifestanti hanno sostenuto che non c’è un vero e proprio gruppo che li guida o capi come Joshua Wang e Agnes Chow, fondatori e dirigenti del partito politico Demosisto, appena rilasciati su cauzione. Una forma organizzativa figlia dei tempi del digitale? Ammesso sia lecita come domanda, ci sono somiglianze con quanto accade in Sudan, Algeria ad esempio?
La protesta è diffusa e composita, include gruppi organizzati e finanziati da ONG estere, al pari di singoli cittadini. Certamente il mancato intervento di Pechino ha favorito l’estensione della protesta. La domanda è lecita, secondo me la risposta è no, perché a Hong Kong rivendica la possibilità di mantenere uno status socio-economico privilegiato, non l’emancipazione da condizioni disagiate, ma non posso azzardare risposte precise perché non conosco i particolari delle vicende interne di Sudan e Algeria.

Tornando al ruolo della Cina Il Direttore del Center on U.S.-China Relations at the Asia Society su Foreign Affairs vede un inquietante parallelismo con le proteste di Tienanmen che finirono in un bagno di sangue il 4 giugno del 1989. Lei pensa che si possa giungere a tanto? O un’opinione nemmeno troppo nascosta negli USA che aiuta a combattere il Regno di Mezzo?
Non vedo parallelismi con le proteste di Tienanmen, se non per la componente studentesca che ha seguito spontaneamente le prime proteste dei gruppi organizzati contro la nuova legge sull’estradizione. Gli studenti di Tienanmen erano soli, innocui, disarmati e sprovveduti. Alcuni dei manifestanti di Hong Kong sono ben organizzati in piccole unità, muniti di attrezzature di difesa personale, sostenuti e determinati ad arrivare a un confronto con Pechino. Temo che il parallelismo possa essere eventualmente sulla reazione finale di Pechino, reazione su cui gli Stati Uniti sperano per poter additare nuovamente Pechino come un governo totalitario e repressivo.

Se è vero che non si può immaginare un allentamento della pressione di Pechino ma, come scrive Simone Pieranni su il manifesto, si potrebbe immaginare un Hong Kong non più “fondamentale come prima” visto che essa è oramai uno dei “quattro pilastri” del mega progetto della Greater Bay Area (una sorta di polo tecnologico e finanziario di caratura mondiale) insieme a Shenzhen, Macao e Canton?
In previsione della fine dello status speciale, Pechino da un lato ha ampliato l’operatività di altri hub finanziari, tra cui Shenzhen in casa e una serie di centri finanziari in Asia e in Europa, per diversificare i centri offshore e ridurre la dipendenza da Hong Kong, e al contempo ha inaugurato il progetto della Greater Bay Area, un’enorme area industriale, economica e finanziaria che integra Hong Kong e Macao con nove città della provincia del Guangdong – comprese le megalopoli di Shenzhen e Guangzhou – in un unico centro economico e commerciale integrato che ambisce a diventare la Silicon Valley cinese. Da un lato, è vero che Hong Kong sarà meno importante che in passato, e questo è ben chiaro sia alle autorità centrali sia al governo locale. Tuttavia, il ruolo che Hong Kong ha svolto finora è e sarà ancora importante, quindi Pechino sta cercando di sostituire in qualche modo l’hub finanziario dell’isola con altri nella Cina continentale (Shenzen) e all’estero. Il limite di questo piano è che nessuna città o area interna alla Cina potrà mai ambire a diventare un perfetto sostituto di Hong Kong, il cui successo è connesso in modo imprescindibile al suo modello di governance economica (libero mercato e un moderno sistema giuridico, fiscale e amministrativo), che al momento pare possibile solo se tutte queste caratteristiche si manifestino altrove in Cina. In ogni caso, oggi Hong Kong è ancora un pilastro per entrambi. Il modello ‘un paese, due sistemi’ ha da sempre i giorni contati, una destabilizzazione precoce e accelerata non è auspicabile per nessuno.

Pasquale Esposito

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