House of Cards di Netflix e l’affermazione della TV in streaming

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La definitiva consacrazione della TV in streaming è avvenuta quando il 18 luglio scorso l’Academy of Television Arts and Science ha annunciato le nomination per gli Emmy – l’oscar delle tv – per House of Cards, Arrested Development ed Hemlock Grove.
Gli episodi sono distribuiti dalla società  Netflix che attraverso una sofisticata piattaforma in cloud computing (utilizzando server Amazon) distribuisce in streaming audiovideo anche di notevole qualità tanto da iniziare a contrastare il dominio della Hbo leader nel settore delle serie con cast stellari, sceneggiatori di straordinaria creatività e registi che riescono a restituire un prodotto in  linea con le ricerche di mercato.

House of Cards ha incassato ben nove nomination ed è stato prodotto direttamente da Netflix che scala direttamente la catena del valore e quindi non distribuisce solo tv e film prodotti dagli Studios di Hollywood o dalle televisioni. HfC è una serie in tredici episodi (si parla di cento milioni di dollari per la produzione) che sono stati resi disponibili l’1 febbraio scorso agli abbonati. Quella sera lo spettatore poteva vedere una, più o tutte le puntate.
Due tabù della TV crollavano, il secondo conseguente al primo: l’appuntamento settimanale e la struttura narrativa che tra le altre cose necessita, per ogni puntata, un finale che lasciasse il segno.
E non solo. Immaginando il telespettatore saltare da una serie ad un’altra seguendo i personaggi fuori dalla serie stessa, Mitchell Hurwitz – produttore e creatore di “Arrested Development” – ha dichiarato:«“Scommetto che tra un paio d’anni Netflix troverà il modo di farlo con questo show”. La previsione non è azzardata: l’azienda è protagonista di una rivoluzione tecnologica senza precedenti. Le serie di Netflix vengono selezionate utilizzando tecniche Big Data: il team statistico del colosso che vive e cresce nelle “nuvole informatiche” di Amazon studia i comportamenti online dei suoi abbonati e in base a quelli decide che tipo di prodotto offrire. Dalla conoscenza dei suoi iscritti nasce anche la decisione del binge-watching: invece di proporre una puntata alla volta, Netflix le rilascia tutte contemporaneamente puntando sulla tendenza all’overdose dei consumatori di serie» [1].

House of Cards è un remake di una serie BBC del 1990, diretto da David Fincher prodotto e sviluppato Beau Willimon (Idi di Marzo) e interpretato tra gli altri da Kevin Spacey (il protagonista Frank Underwood), Robin Wright (Claire Underwood), Kate Mara  (Zoe Barnes) e Corey Stoll (Peter Russo). Un thriller politico dietro le quinte della politica di Washington, Casa Bianca inclusa, dove l’ambizioso  e senza scrupoli Frank Underwood, scaricato dal presidente eletto, vuole vendicarsi e collocarsi al top della politica.

La serie è stata un successo commerciale perché «al momento del lancio di House of Cards, milioni di persone stavano usando Netflix in prova gratuita. Di loro, soltanto ottomila hanno cancellato il servizio dopo aver visto la serie. Gli altri hanno comprato un abbonamento. […] E in un sondaggio, il 90 per cento degli intervistati ha citato la serie come un motivo per rinnovare la sottoscrizione» [2].
Gli abbonati sono oltre 36 milioni e di questi quasi trenta negli USA ad un prezzo di 7,99 dollari al mese. È presente in Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca ad una cifra mensile che varia tra i 10 e i 14 dollari.

Una parte del successo nel futuro dello streaming video potrebbe essere dovuto, come dimostra già il successo in nord Europa della musica in streaming (Spotify, Deezer,…) al fatto che un servizio di qualità, facile da usare, e relativamente poco costoso possa far spostare utenti dall’illegalità alla legalità.
Infatti in Norvegia tra il 2008 e il 2012 secondo una ricerca sul download illegale effettuata da Ipsos «il numero di contenuti musicali piratati in questo arco di tempo è passato da 1,2 miliardi a 210 milioni, segnando un drastico calo, pari al 17,5% dell’ammontare rilevato quattro anni prima. […]. “Davanti ad una buona alternativa legale, le persone sono spinte ad utilizzarla”, afferma Olav Torvund, ex docente di diritto presso l’Università di Oslo, chiamato a commentare la vicenda. “Non ci sono giustificazioni per l’attività illecita – aggiunge – ma quando si può scegliere un’offerta che non costa troppo ed è facile da usare, sarà meno interessante scaricare illegalmente”» [3].
E in Italia cosa succede. Voci di uno sbarco in Italia ci sono, ma da noi il mercato della TV a pagamento e gratuita pone degli ostacoli. Piersilvio Berlusconi aveva annunciato Infinity, la versione di Mediaset, di cui non si conosce molto altro oltre il nome. Enrico Menduni, docente di Culture e formati della televisione e della radio all’Università Roma Tre «è scettico. Non è convinto della velocità di evoluzione del colosso di Cologno Monzese. Ma neanche il panorama della televisione a pagamento, molto ristretto e molto evoluto (vista la qualità di Sky), gli sembra propizio per imprese del genere» [4]. Senza dimenticare il traino economico per Sky rappresentato dal calcio e la gratuità del digitale terrestre. A questo va aggiunto gli ostacoli posti da una connessione veloce e stabile non all’altezza degli altri paesi.
Ciro Ardiglione

[1] “La tv senza tv, il successo di Netflix”, http://eliza.corriere.it
[2] Francesco Riccardi, “Gli esperti: «Gli italiani non sono abituati a pagare per vedere la televisione»”, www.linkiesta.it. 3 Giugno 2013
[3] Carlo Lavalle, “Crollo della pirateria online: merito”, www.lastampa.it, 17 luglio 2013
[4] Francesco Riccardi, ibidem

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