I colori della passione. La brutalità del potere raccontata attraverso la pittura di Bruegel

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Un continuo alternarsi di piani narrativi (racconto filmico/racconto pittorico), un ininterrotto sovrapporsi di livelli (dentro e fuori il dipinto) in un gioco di rimandi tra reale e surreale in cui il pittore, artista-demiurgo, vive tra i personaggi del suo quadro (per inciso: nel dipinto oggetto del racconto filmico – La salita al calvario, 1564 – la figura del pittore sarebbe stata individuata nell’uomo con la barba vestito di bianco che compare sulla parte destra dell’opera, sotto una ruota della tortura, in prossimità della cornice, ed assiste attonito alla scena che ha di fronte), li racconta ad un collezionista suo mecenate, ne plasma i destini immortalandoli sulla tavola, cogliendone l’attimo di verità suprema, consegnandoli alla storia.

La straordinaria pellicola di Lech Majewski racconta la passione di Cristo con le parole di Bruegel (spettatore della storia che dipinge e narratore delle vicende ritratte) e le immagini del maestro fiammingo (suggestiva la presenza sullo sfondo, in diverse scene del film, del celebre mulino sulla roccia che compare nel dipinto: in realtà, è l’intero impianto scenografico del quadro di Bruegel ad esser stato riportato nel film, nella forma del tableau vivant, con l’aiuto del computer). Un racconto della nascita di un’opera pittorica che ritrae la salita al Calvario trasponendola al XVI secolo ed ambientandola nel contesto della brutale dominazione spagnola e della stessa Chiesa cattolica (intimamente legata potere temporale di Filippo II di Spagna), facendo di tale egemonia metafora del potere: il film (così come la tavola dipinta da Bruegel) è infatti una storia di prevaricazioni ed abusi perpetrati dal potere temporale (rappresentato dalle milizie rosse del re di Spagna), che agisce su istanza di quello spirituale (la Chiesa cattolica che, nella rappresentazione bruegeliana, per paradosso, manda a morire Gesù sul Golgota), a danno di umili e reietti o scomodi personaggi (è il caso del Cristo) considerati eretici.

Senza però indulgere nella descrizione dell’opera di Bruegel, minuziosamente analizzata nel film dallo stesso pittore che progetta il suo quadro come il ragno che tesse la propria tela, passiamo al racconto filmico. La densità di quest’ultimo dà adito a vari piani di lettura, come si intuisce già da quanto visto sinora. Il film, si diceva, è un racconto sulla brutalità del potere (in questo caso quello esercitato da Filippo II), cui si unisce però una vibrante critica al potere temporale di cui si avvale, attraverso le milizie del sovrano spagnolo, la Chiesa cattolica. Brutalità che si consuma nell’indifferenza generale (il quadro ospita più di 150 personaggi, ma – a parte il gruppo delle pie donne in primo piano – tutti sembrano andare in direzione del Golgota ignorando totalmente la drammaticità degli accadimenti).

La figura di Bruegel che “entra ed esce” dal proprio dipinto, è parte del suo quadro ma lo può osservare sgomento dall’esterno (come l’uomo con la barba vestito di bianco di cui si diceva sopra, che effettivamente compare ne La salita al Calvario), ne immagina gli sviluppi prefigurandone gli eventi, ne studia la composizione; ebbene, tale figura non può non far riflettere sul ruolo dell’artista-creatore (il pittore che plasma la scena che ritrae ponendosi sullo stesso piano di dio, che guarda da fuori il mondo che ha creato come il mugnaio del mulino sulla roccia – identificato con dio, appunto, nel racconto filmico – osserva dall’alto il destino degli uomini) e sul valore dell’arte (strumento di espressione dell’animo umano, ma anche di denuncia del potere, assorto a testimone della storia e documento della barbarie perpetrata dalla dominazione spagnola). Ed ancora, si potrebbe dire spingendosi oltre, l’immagine di un pittore che racconta l’opera che realizza, dando spessore e tridimensionalità alla pittura, non può a sua volta non rimandare a quella (parallela) di cinema che racconta se stesso (cioè al meta-cinema), amplificando così quell’effetto di studio delle potenzialità evocative del mezzo espressivo, di gioco di scatole e rimandi continui, di simbolo (cinema che sperimenta il racconto pittorico) nel simbolo (la pittura di Bruegel, colma di simboli).

Iconograficamente perfetto (le varie inquadrature sono in effetti dei dipinti nel dipinto), crudo ed essenziale nell’impostazione, intenso e solenne, interpretato con rigore da attori straordinari (che contribuiscono a costruire quel clima di straniamento che pervade la pellicola, quel senso di oppressione cui fanno eco le efferatezze scandite dagli ingranaggi del mulino che, distanti, dall’alto della roccia, continuano a macinar grano indifferenti a ciò che accade nella valle sottostante), il film, tratto da un saggio del co-sceneggiatore Gibson, da cui a sua volta prende il titolo (The mill and the cross), è senz’altro una delle cose più interessanti viste sullo schermo negli ultimi tempi (peraltro non particolarmente prodighi di opere degne di nota).

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: The Mill and the Cross – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Svezia, Polonia – 2011 – Regia:  Lech Majewski – Sceneggiatura: Michael Francis Gibson, Lech Majewski – Interpreti: Rutger Hauer, Charlotte Rampling, Michael York, Oskar Huliczka, Joanna Litwin, Dorota Lis, Marian Makula – Montaggio: Eliot Ems, Norbert Rudzik – Fotografia: Adam Sikora, Lech Majewski – Scenografia: Stanislaw Porczyk, Katarzyna Sobanska, Marcel Sławinski – Costumi: Dorota Roqueplo – Musiche: Lech Majewski, Józ

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