I figli che non voglio, a cura di Simonetta Sciandivasci

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«Si può cominciare a parlare di maternità e non maternità senza note dolenti? Si può accettare che, per alcune donne, non avere figli non sia un problema?».
Questo si chiede Simonetta Sciandivasci all’inizio del libro in cui ha raccolto alcuni degli articoli arrivati alla redazione de la Stampa dopo la pubblicazione del suo articolo I figli che non voglio nell’inserto culturale Specchio del 16 gennaio 2022. Nell’ultimo decennio è stato affrontato abbastanza ampiamente il tema dell’infinito carico pratico e psicologico che le madri portano sulle spalle nella nostra società; si è, per fortuna, sdoganata l’idea che una madre possa essere stanca, possa non essere sempre felice, possa o addirittura debba prendersi cura di sé e cercare una propria realizzazione anche fuori dalla famiglia.

Si parla spesso anche delle donne che non hanno figli perché non possono permetterseli, perché non ci sono asili, perché avere un figlio è estremamente costoso. Ancora oggi invece, per lo meno in Italia, si è presa poco in considerazione l’idea che una donna non abbia figli non perché non abbia le condizioni economiche e organizzative, ma semplicemente perché non ne vuole. Questo concetto risulta per molti disturbante e inaccettabile, mentre chi coraggiosamente esprime questa posizione viene tacciata di superficialità e di egoismo.

In tempi in cui sui social viene rappresentata un’idea di maternità patinata e stucchevole, per cui i figli e il fatto stesso di essere madre diventano prodotti commerciali, questo libro viene in soccorso di una discussione utile e garbata, in grado di gettare nuova luce su una questione importante sia a livello individuale che sociale.
L’antologia I figli che non voglio è da leggere non solo per la qualità dei pezzi di intellettuali, scrittrici e qualche scrittore che vi sono inseriti (tra cui Nadia Terranova, Viola Ardone, Maria Sole Tognazzi, Daniele Mencarelli, solo per citarne alcuni), ma perché contribuisce ad arricchire il dibattito sulle donne e sulla maternità, di un elemento essenziale: la non maternità per scelta. E lo fa senza usare il brutto termine “child free” che, come dice Maria Cafagna, «mi fa sentire come la confezione di una merendina senza glutine»; lo fa senza erigere barricate e senza sventolare nessuna delle due bandiere che spuntano immancabilmente in questi casi. Una è la bandiera della maternità come imprescindibile affinché una donna sia realizzata, la convinzione di chi sostiene che le donne senza figli, “poverine”, siano condannate all’infelicità e alla solitudine. L’altra è invece sventolata da coloro per cui non essere madri è l’unico modo per essere veramente libere e in questo caso le “poverine” sono le donne che, diventando madri, smettono di avere una vita propria per trascorrere il proprio tempo tra pappe, poppate e pannolini.
Svilenti entrambe, queste visioni. Ed è triste constatare che sono proprio le donne a schierarsi nell’uno o nell’altro campo, sottintendendo in entrambi i casi, paradossalmente, che il valore, l’intelligenza, la personalità e la sensibilità di una donna si possano misurare solo ed esclusivamente in base alle sue scelte rispetto alla maternità.

Simonetta Sciandivasci I figli che non voglioNell’antologia curata da Simonetta Sciandivasci e nelle voci che la compongono invece non c’è giudizio, non c’è l’accusa di egoismo da parte delle madri nei confronti delle non madri né viceversa. Perché entrambe le posizioni, avere figli e non averne, vengono alternativamente considerate egoiste. Egoiste le donne che mettono al mondo i figli per farsi un regalo, per non restare sole quando saranno anziane, egoiste pure le donne che non ne fanno per pensare solo a sé e divertirsi. L’aver fatto piazza pulita di questi elementi ha permesso alla curatrice di mettere sul piatto una questione importante e che merita l’attenzione di tutti, a livello sia individuale che sociale.

A livello individuale, perché è giusto che le donne che hanno scelto di non avere figli siano considerate con rispetto, e che le giovani che ancora non hanno deciso sappiano che non averne è un’opzione, che possono scegliere senza per questo essere giudicate secondo stereotipi stantii che da sempre riguardano ovviamente solo le “non madri”, mai i “non padri”.

A livello sociale perché la società, invece di insistere nel pensare che lo sviluppo demografico sia l’unica soluzione ai nostri mali (primo tra tutti, la difficoltà a pagare le pensioni), dovrebbe iniziare a immaginare soluzioni diverse. Questo ovviamente non significa che la politica non si debba occupare di creare le condizioni che potrebbero consentire a tutte le donne che lo desiderano, di diventare madri. Con questo libro però Sciandivasci aiuta a cambiare prospettiva e a far nascere il dubbio che pure nella società perfetta per quanto riguarda il sostegno alla maternità, non ci sarebbe una totale inversione del trend del cosiddetto “inverno demografico”. Perché ci sono donne che, semplicemente, non vogliono figli.

L’Istat le conteggia in un 5%, ma Sciandivasci, e io con lei, sospetta che siano di più, appunto perché è più facile e socialmente più accettabile dire che non si fanno figli perché non ci sono gli asili nido, non si hanno abbastanza soldi e aiuti, piuttosto che affermare che, pur avendo tutte le condizioni economiche e organizzative necessarie, non se ne vogliono. Perché ci si sente complete, felici e appagate così come si è. Prendere in considerazione questa posizione è importante non solo rispetto alla «tutela di una scelta autonoma, ma trova il suo valore più alto in ciò che consente di vedere dell’inverno demografico e cioè che tra le sue cause non c’è solo una normalità negata, ma pure una nuova normalità, fatta di singolarità che devono essere ascoltate anche se non sono vittime di niente».

Nell’ultimo pezzo poi Elena Stancanelli esprime con una certa ironia una grande verità, e cioè che spingere sull’acceleratore demografico è scellerato dal punto di vista ambientale, perché su questo devastato pianeta siamo decisamente troppi. E ho potuto personalmente constatare quanto di questo siano coscienti gli adolescenti di oggi, a dimostrazione di come un cambiamento di sensibilità rispetto all’argomento sia già in atto nelle generazioni più giovani. I figli che non voglio dà a tutti l’opportunità di scorgere, dietro ai numeri dell’Istat, una grande complessità che non può essere trascurata. Presentando diversi pensieri, sfumature, punti di vista, mostra quella che Carlotta Vagnoli definisce “la pluralità del concetto di maternità”.
E ci rammenta che le donne sono più forti quando si confrontano sul tema della maternità senza dividersi in fazioni, ma anzi accogliendo e comprendendo le storie, il sentire, le vite di tutte.

Giuliana Arena

(a cura di) Simonetta Sciandivasci
I figli che non voglio
Mondadori, 2022
Pagine 216
€ 18,00

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