I giovani, le serie A1 e A2, la Nazionale di basket. L’opinione di Walter Fuochi

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Per ragionare di basket dai giovani, ai campionati di  A1 e A2, alla Nazionale che deve ancora guadagnarsi la partecipazione alle Olimpiadi, abbiamo rivolto alcune domande a Walter Fuochi, giornalista responsabile basket nelle pagine nazionali e della redazione sportiva di Bologna del quotidiano la Repubblica e profondo conoscitore di questo sport e del suo ambiente.

Dopo gli Europei siamo tornati a giocare per Scudetto e Coppa Italia. Solo due anni fa Siena e Roma si contendevano lo scudetto nazionale di serie A mentre adesso, per trovarle, dobbiamo andare a scorrere tra i 32 partecipanti del campionato A2 divisi in due gironi. In questi campionati troveremo anche Fortitudo Bologna, Treviso e Trieste con 5 scudetti conquistati oltre che Reggio Calabria, Rieti, Verona. Dove sta andando la pallacanestro?

Sta solo sostituendo alcune delle sue squadre di vertice, talvolta attraverso vicende anche traumatiche, come fallimenti o radiazioni, perché diverse di quelle che lei cita sono passate per queste cadute repentine. È poi un processo di ricambio anche fisiologico, in uno sport dove non occorrono investimenti ingenti per arrivare a giocarsi lo scudetto: a Bologna diciamo che, disponendo dei baiocchi per gli acquisti di Mbaye e Crisetig, due che al Dall’Ara non giocano mai, la Virtus potrebbe arrivare in finale per il titolo. Un esempio di questo è proprio la finale più recente, Sassari contro Reggio Emilia. Per adesso, è stata un una tantum. Se si consolidano, magari sono le Siena o le Treviso di domani. La pallacanestro è storicamente un movimento innervato da molte città medio-piccole, che cambiano, per i motivi già detti, con una certa frequenza. Alla forza e alla diffusione del movimento servirebbero una Milano stabilmente in alto (e quella c’è), una buona Torino (che pure in A c’è tornata), magari grossi centri anche a Sud, per non dire di Roma o di un pieno recupero di Bologna, che adesso se la passa male. E poi servirebbe, più d’ogni altra cosa, una Nazionale che va alle grandi manifestazioni sportive (Olimpiadi , Mondiali, Europei), non a fare tappezzeria, quando ci va. È un libro dei sogni piuttosto voluminoso, come si vede, rispetto alla realtà.

Dal campionato di A2 si attendono grandi indicazioni. Oltre che per la presenza di squadre che appartengono all’aristocrazia della pallacanestro, vi ritroviamo atleti che, seppur non più di primo pelo, sono ancora grandi campioni. Giocatori come Gigli, Carraretto, Bulleri, Mordente sono inseriti in roster che per le nuove norme dovranno contare su 8 italiani e non più di 2 americani. È questa la strada? Se si perché non è applicabile anche alla A1?

Che in A2 ci siano molti giocatori di buon passato sul viale del tramonto è in fondo una parabola vecchia come i campionati. Nulla di nuovo, né allora né adesso. Piuttosto, che ci siano due soli americani per squadra dovrebbe spalancare le porte a qualche ventenne in più. In A1 le società preferiscono che ci sia molto viavai, soprattutto coi mercati esteri. Qualcuno avrà la sue ragioni e soprattutto i suoi interessi. Il recente caso di Cantù sottolinea solo che, se si potessero fare squadre di dodici americani, qualcuno le farebbe. E se potesse cambiarne dodici, cioè tutti, in corso di stagione, lo farebbe. Problemi culturali, ossia di cultura sportiva, diciamo noi che vorremmo altre vie di progresso.

Le sette partite per assegnare lo scorso Scudetto hanno portato alla ribalta due squadre molto diverse strutturalmente  che giocavano due pallacanestro diverse. L’una, Reggio Emilia di Max Menetti,  zeppa di Italiani dal gioco veloce che si ripropone anche quest’anno dopo aver vinto la supercoppa 2015 e l’altra, Sassari del triplete che ha appena avvicendato il suo nocchiero Meo Sacchetti, sostituendolo con Marco Calvani dopo gli scarsi risultati in avvio, soprattutto in Eurolega. Poi ci sono Pistoia e Trento, mentre da Torino ci si attendeva di più di quanto non fatto vedere fino a questo punto. Quale potrà essere il tema per quest’anno?

Il tema resta sempre lo stesso. Chi farà lo scherzaccio a Milano, che resta la strafavorita. Le altre vanno e vengono, chi azzecca la stagione spesso lo fa per un canestro in più o in meno all’ultimo secondo. Vedi Sassari, un anno fa. Contro Milano, prima, e poi nella saga contro Reggio Emilia.

Un argomento molto caldo, anche in ottica Nazionale maggiore, riguarda i nostri più giovani cestisti. Chi resta in Italia, come i Polonara, i Fontecchio etc., fa comunque bene ed il percorso di crescita si attua secondo le migliori tradizioni.  Altri scelgono di maturare fuori dai confini nazionali. Melli al Bamberg in Germania e Mussini addirittura a St. John’s College negli States, a New York per giocare in NCAA. La domanda è: in una squadra Italiana non sarebbe stato possibile ottenere un percorso di crescita soddisfacente? Si ripropone anche nel basket la …fuga di cervelli come accade nelle università o come anche Verratti, nel calcio, ne è esempio?

Volendo crescere, l’Italia non è un cattivo campionato, soprattutto a livello di affinamento tattico. Forse però il livello tecnico non è eccelso e ci si spinge altrove, anche se i nomi citati appartengono a casi diversi. Melli è un giocatore fatto e finito (basta coi giovani a qualsiasi età), cui in Germania hanno prospettato esiti agonistici e contrattuali più allettanti che a Milano. Poteva scegliere, ha fatto quella scelta lì. Magari prossimamente sarà a Mosca, o a Barcellona, o a Venezia, ma sempre scelte contrattuali saranno. Mussini ha investito sulla sua crescita tecnica, dirà il tempo se l’ha pensata giusta. Quanto a chi vuole andare nella Nba, ci troverà semplicemente stipendi da tre a dieci volte più alti che qui. E anche l’appagamento di un sogno che, per qualsiasi cestista, è prepotente. Viceversa, non avremmo tanti ragazzini davanti alla tv quando trasmettono gli highlights della Nba.

La nostra Nazionale è reduce da un Europeo con qualche luce ed ombre abbastanza nette. L’arrivo di Ettore Messina e la sua… attività per “procura”,  cioè da oltre oceano, può essere garanzia di un percorso migliore per il preolimpico? Se Pianigiani aveva compattato i rapporti del suo gruppo di giocatori ma esprimeva un gioco poco efficace, può Messina, con così poco tempo, ottenere un risultato ancora più difficile?

Messina avrà un paio di mesi per far meglio del predecessore, ne ha le qualità, può colloquiare con un gruppo che ha indubbi valori da una posizione “vergine” che potrebbe rivelarsi più utile e funzionale rispetto a chi, da sei anni, aveva battuto quell’ambiente traendone un risultato: minimo, però, come c’è stato detto, e non massimo. Certo, Messina potrà andare a Rio con l’Italia, così come poteva andarci Pianigiani. Spesso decide quel tiro all’ultimo secondo che va dentro o va fuori.

Infine è ancora dimostrato da quanto emerge dai vari blog che la pallacanestro può ancora contare su un ambiente ricco culturalmente. Tuttavia è possibile che si resti ancora in quel limbo di insuccessi come purtroppo accade anche in altre discipline (come atletica leggera o rugby). La ragione, difficoltà economiche a parte,  può essere ricercata nel fatto che si è più impegnati  “politicamente” nella conservazione dei poteri in ambito federale invece che preoccuparsi della crescita del movimento?

In qualsiasi contesto, chiunque ha un potere tende a conservarlo e a gestirlo più a lungo possibile. Che ci siano tante fonti di informazione, significa che resiste un fermento, diciamo così, culturale, anche se ho spesso il sospetto che siano tanti a scrivere e pochi a leggere, e una maggioranza ancor più ampia adotti il copiaeincolla, di fatto riciclando pensieri e parole altrui. La pallacanestro non esce dal limbo perché non vince. La Nazionale sogna di farlo da dodici anni, i club non alzano la coppa vera dal 2001, ogni settimana contiamo più batoste che vittorie. È dura farlo piacere uno sport che festeggia così poco.

Emidio Maria Di Loreto

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