I giovani scrivono ancora poesie?

Giovani foto Maria Grazia Galatà

Prima di suscitare acerrimi dibattiti attorno alla risposta a questa domanda, partiamo dalla fine: sì. Ardentemente, violentemente: sì, i scrivono ancora poesie. Incomprensibilmente? Chissà, incomprensibili per certi versi di sicuro. Ma non siamo noi cosiddetti adulti a doverle capire, criticare, le poesie dei giovani. La , anche se parla della nostalgia, del passato, della morte, è sempre rivolta al futuro, a chi la leggerà. La si potrà capire se sarà stata scritta. La poesia d'altronde “è di chi gli serve”, come se ci fosse scritto sopra usami : l'eco dei versi risuona sempre in modo singolare. Quindi non si tratta: a) di giudicare la poesia super contemporanea degli adolescenti perché lo faranno i loro posteri b) di capirla, dato che il nostro ruolo è invece quello di crearne semmai le condizioni. Ed è piuttosto intorno a questo se-mai che mi interessa soffermarmi.

Ho da poco terminato un delizioso saggio di intitolato Odiare la poesia . Il testo prende le mosse dalla suddivisione tra “poesia virtuale” – la Poesia per antonomasia, « il potenziale astratto di questo mezzo espressivo così come lo percepisce il poeta nel momento in cui è chiamato a cantare » – e “poesia reale”, quella che « per forza di cose tradisce quell'impulso nel momento in cui entra nel mondo della rappresentazione », secondo uno spettro che va dall'orribile al sublime. Un po' come gli adolescenti, che sono animati, combattuti nella loro crisi strutturale dalla tensione verso una sorta di ideale irraggiungibile. Lerner ricorda quindi che Platone sosteneva che la poesia non aveva diritto di cittadinanza nella Repubblica perché corrompe in special modo i giovani nel loro percorso verso la città ideale. Riprendendo l'arcinota citazione di Benedetto Croce, « dopo i diciotto anni rimangono due categorie di persone a scrivere poesie: i poeti ei cretini », vien da chiedersi cosa sia meglio per il progresso della civiltà.

Fino ai 18 anni scrivere poesie è una necessità, quasi un dovere, suscitato dal bisogno di articolare il proprio desiderio in divenire. D'altronde poetare non è un semplice andare a capo. La poesia è una metafora dell'adolescenza: crea e distrugge spazi vuoti, circonda con le parole quel che non si può dire, viene cucita a partire dalla mancanza inscritta nell'essere umano dal linguaggio come un vaso che si fa intorno al vuoto. Ha per certi versi la struttura di un motto di spirito che, nel rilancio dei significanti, fa emergere nuovi significati; fino alle risate, fino alle lacrime.

Ricordo che quando ero al liceo venne un sedicente poeta a parlarci della poesia. Capellone, inquieto e tormentato, ogni tanto anche io andavo a capo e mi sembrava molto poco romantica la tecnica poetica che riempiva come uno schedario le lezioni di letteratura. Al posto dei poeti che imitavo, a volte senza saperlo, mi veniva proposta una loro versione caricaturale che li faceva assomigliare a dei ragionieri dell'ufficio “figure retoriche e conteggio sillabe”. Mi venne dunque spontaneo chiedere al nostro ospite come tutta quella tecnica, quelle misurazioni, quei calcoli, si accordassero allo “ sturm und drang ” che, almeno io, vivevo con indosso i miei sporchi sedici anni. La sua risposta, che nel tempo ho trasformato in un'indicazione molto preziosa per il mio lavoro di decifratore delle poesie altrui, fu questa: la differenza è sapere cosa si sta facendo e perché. Sei andato a capo in mezzo alla frase perché secondo te questo serve il ritmo, il senso, il suono, l'evocazione… sai che è un enjambement. Per cantare la notte amara che grida stormi di pipistrelli dentro la bocca nera come un fiume di inchiostro hai usato sinestesie, metafore, similitudini, chiasmi, litoti, metonimie, sineddoche, allitterazioni, giambi, sonetti, sestine, terzine, canti, endecasillabi…? Bene, sai cosa hai fatto. La regola è retroattiva alla sua applicazione.

Pensiamo allora ai bambini che, suonando coi suoni, traggono piacere dal semplice richiamo fonetico delle parole: con i loro esercizi linguistici inventano rime. Potremmo dire allora che gli adolescenti scrivono poesie perché la rima baciata, da semplice artificio retorico, si trasforma in domanda, interrogativo, in un gioco a due di cui nessuno conosce le regole. Chiusi nelle loro camerette, carta e penna in mano, è come se tutti gli adolescenti si chiedesserro: “con chi faccio rima io?”.

Qualche sera fa (una sorta di “ Era una notte buia e tempestosa ”, senza riferimenti spazio-temporali certi, perché d'altronde la poesia stessa ambisce all'eternità, parafrasando Spencer) ero a cena con degli amici quando, tra un racconto di viaggio e un aneddoto di lavoro, la conversazione è virata immancabilmente sul tema del momento: l' . Una volta chiarito che la posizione migliore da mantenere nei confronti di questo argomento è di critica il più possibile oggettiva, ovvero una via di mezzo tra la corsa agli armamenti e la resa a tavolino, abbiamo spaziato tra le varie ed eventuali che questo oggetto contempla: dalla guida automatica alle chatbot , passando dagli algoritmi musicali fino al rapporto con il sapere. Nel sondare pregi e difetti delle IA, abbiamo cercato allora di trovare una linea di demarcazione che le distingue dagli esseri umani, o parlesseri come direbbe Lacan. Cioè, qual è la differenza tra una persona e una Intelligenza Artificiale? In uno scenario tipo Blade Runner , cosa renderebbe l'una diversa dall'altra?
Prima di proseguire bisogna fare una premessa, per quanto sintetica: ciò che rende gli esseri umani tali è il Linguaggio . A differenza di qualsiasi altro essere vivente, noi usiamo le parole per nominare le cose – in un rapporto peraltro inverso: le cose esistono solo se nominate – e attraverso le parole si fondano tutte le nostre relazioni. È più complesso di così, ma se mi prendete alla lettera ci siamo. In questo contesto non si può non notare che a loro volta le IA sono un prodotto di linguaggio: non esistono senza un codice, sono fatte di matrici (ogni riferimento non è puramente casuale).
Tornando alla nostra domanda su cosa differenzia un essere umano da una IA, possiamo rispondere quindi che questa differenza si dà nella misura in cui le macchine non capiscono quattro cose: le battute, le emozioni, il silenzio e le bugie. Ovvero le metafore. In altre parole, le macchine non capiscono la poesia. Tantomeno possono scriverla.

So che c'è uno stuolo di lettori in disaccordo con questa affermazione: una IA può farti il ​​resoconto di tutto Leopardi e spiegarti il ​​significato de La terra desolata  in un battito di ciglia, così come può produrre versi infiniti, celebrativi del nulla . Vero: opportunamente addestrate, le super intelligenze possono scrivere e commentare poesie basandosi sulle informazioni che hanno a disposizione, cioè praticamente tutto lo scibile umano. Ma capire una poesia, scriverla, significa questo? Significa mettere in fila le critiche letterarie più acute e fare un collage di parole? Semplicemente no.
Capire la poesia e ancor di più scriverla è un atto che fa appello, riferimento, non a quanto già scritto bensì  a ciò che è ancora da scrivere, a ciò che non si può scrivere, al buco interno al sistema del Linguaggio in quanto coperta troppo corta per ricoprire tutti i significati. La poesia, parafrasando quel che Lacan diceva dell'interpretazione, piuttosto evoca . La poesia, in altre parole, è un'invenzione che esorbita dal codice. Per questo Lerner può dire che la poesia virtuale è una chimera a cui la poesia reale tende. L'IA invece non contempla questa ambizione.

Ora, sullo sfondo di questo scenario, la nostra domanda iniziale prende tutt'altra piega: in un contesto sociale quale quello attuale, sempre più imperniato dall'uso delle Intelligenze Artificiali (che stanno per esempio rendendo potenzialmente superflua anche soltanto la semplice necessità di studiare – perché dovrei farlo d'altronde se la mia chatbot può scrivere un articolo in cinque minuti meglio di come potrei farlo io in cinque giorni?), ha ancora senso scrivere poesie? Se per cantare lo sguardo felino che traspira dagli occhi grigi di una donna incrociata in metropolitana o lo spasmo di solitudine che fiorisce come le spine di una rosa tra il rumore meccanico del centro commerciale, se per dedicare delle parole a una persona, o a una causa , non devo fare altro che cliccare search&play  da qualche parte nell'etere, a cosa serve scrivere una poesia? Se è già tutto scritto, cosa farsene di carta e penna? (Fateci caso: se volete regalare una vostra poesia a qualcuno, anche solo una frase di auguri, la scrivete a mano).
Di recente una collega mi raccontava che una sua conoscente aveva conquistato un ragazzo chiacchierando con lui, peccato che l'avesse fatto utilizzando la chat bot, cioè era la chat bot che scriveva, non lei, ed era nei guai perché non sapeva come comportarsi al momento dell'appuntamento con l'aspirante fidanzato. È in quel momento, infatti, che l'impossibilità dell'incontro rende ineluttabile la contingenza della poesia; mi spiego.

L'incontro è impossibile perché non può essere deciso a tavolino: non esiste la formula universale che spiega come si costituiscono le relazioni umane . L'incontro tra due persone è piuttosto contraddistinto dal fatto che non esiste il “match” perfetto in quanto ognuno parla una lingua unica e intraducibile. Se vogliamo, è la regola che sostiene qualsiasi tipo di legame: non ci sono regole, non c'è traduzione, non c'è Stele di Rosetta che tenga quando due persone parlano tra loro. Al primo appuntamento, così come all'ultimo, l'ubi maior dell'intero processo è la contingenza: per quanto ti sia preparato, per quanto abbia fatto le prove davanti allo specchio, è sempre un'improvvisazione.
Questa improvvisazione, questa contingenza, è appunto dell'ordine della poesia, che travalica la necessità del Linguaggio esorbitando dai suoi confini, ovvero dal limite per il quale non si può dire tutto. La poesia è l'invenzione che non lascia la pagina bianca. Gli incontri, quelli che ti cambiano la vita, sono reading di poesie improvvisate.

Se non lo si fosse ancora capito, chiedersi se i giovani scrivono ancora poesie è una provocazione doverosa per potersi mettere in una posizione critica oggettiva rispetto al discorso sociale contemporaneo, e non solo per quanto attiene le Intelligenze Artificiali. L'attenzione ipercinetica con la quale si sta avanzando verso una estinzione della mancanza deve perlomeno far drizzare le orecchie. Bisogna riempire tutti i buchi, tutte le falle, come se l'essere umano fosse una macchina, l'ingranaggio di un orologio astronomico, un elettrodomestico col suo manuale d'istruzioni, per parafrasare il rapporto tra una mia paziente e il suo compagno. Una tendenza diretta verso una sorta di lagerizzazione della vita: quando manca la mancanza, direbbe Lacan, è il momento dell'angoscia.

In effetti possibili definire gli adolescenti contemporanei come una generazione angosciata, senza prospettive e con l'agenda piena come quella del presidente delle Nazioni Unite. Colpisce sentirli dire che sono troppo impegnati, ed è vero: non hanno tempo per il vuoto, per la noia, il tempo libero è a sua volta trasformato in impegno improrogabile e le loro giornate sono articolate come un database . L'altro giorno un mio giovane paziente mi diceva di non avere tempo per coltivare nessuna passione personale perché i genitori lo costringono a fare quel che vogliono loro, per il suo bene. Al di là della costrizione, il punto è “il suo bene”: altrimenti rischi di cadere, di sbagliare, di farti male; ignorando d'altra parte che è quando si inciampa che si fanno i versi . Rievocando L'attimo fuggente , è meglio fare la hit parade della letteratura o piuttosto « andare nei boschi a succhiare il midollo della vita» ?

In questo contesto allora la poesia diviene oltremodo necessaria come moto rivoluzionario, come atto partigiano contro la tirannia di mancanza di pagine vuote e spazi bianchi, contro l'assenza di parole a capo e della loro distanza incolmabile. Il non-detto è il grido apache dei poeti. Scritte sui muri o su fogli stropicciati, conservate in fondo a un cassetto o nell'astuccio, come fa un mio paziente con le parole della sua fidanzata, le poesie si rivolgono sempre a un Altro di cui si avverte la mancanza. Come mi ha fatto notare di recente un professore, Dante non ha scritto la Divina Commedia per cantare la moglie. Quello che il mondo adulto può allora fare per gli adolescenti, per non avere una generazione futura fatta di cretini bensì di poeti, è insegnargli la poesia a partire dal nostro desiderio, come Michelle Pfeiffer che insegna ai suoi studenti Bob Dylan , e dargli l' opportunità di scrivere le loro, senza la pretesa di capirle. In altre parole, dobbiamo farci mancanti. Come Beatrice.

Andrea Panico

 

 

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