I guai del MPS, una storia Italiana.

Siena piazza Salimbeni Montepaschi
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I guai del MPS che è la terza banca italiana nascono molto prima delle ultime tristi  vicende che in questi giorni occupano le prime pagine. La storia con Namura infatti è un tentativo disperato di salvataggio di una situazione divenuta insostenibile.
I problemi iniziano a profilarsi con la vicenda che porta Vincenzo De Bustis all’incarico di Amministratore delegato dell’Istituto senese.
Vincenzo De Bustis è l’uomo che ha trasformato un istituto pugliese – la Banca del Salento – nella prima banca telematica italiana ed è poi riuscito a vendere la quota di controllo a MPS per 2.500 miliardi del 1999. All’epoca fu anche chiacchierato ed ebbe qualche guaio per  la poca trasparenza dei prodotti finanziari denominati “My Way” e “For You”. Successivamente è stato anche amministratore delegato della Deutsche Bank nel periodo in cui l’istituto ha finanziato le scalate di Fiorani e Consorte.
La stampa ha parlato  delle interferenze della politica e dei governi. L’acquisto e l’incarico si svolgono  durante il  governo del centro-sinistra.
Certo è che il Monte dei Paschi è un istituto cinquanta volte più importante rispetto all’asset acquisito. All’epoca si disse che l’incarico di De Bustis rientrava nel pacchetto della compravendita. Ma sicuramente gli azionisti di 121 che avevano venduto acquisirono un’immensa, inaspettata fortuna.
Certo è che da quel momento la Banca che fino ad allora disponeva di basi finanziarie molto solide comincia ad avere problemi. E a finanziare operazioni creative come l’acquisizione di Telecom Italia da parte di Gnutti, Colaninno  e soci.
La storia continua con Mussari.

Giuseppe Mussari è calabrese di Catanzaro si laurea in Giurisprudenza a Siena e diventa prima avvocato poi presidente della Camera penale di Siena e di lì viene  cooptato nella fondazione che governa la banca. Da giovane è vicino alla sinistra poi inizia il cammino verso la trasversalità politica senza la quale non sarebbe forse preso in considerazione per l’ultimo incarico.
I conti sono poco brillanti, il Montepaschi si ridimensiona, il San Paolo e l’Unicredit stanno assumendo dimensioni preoccupanti.  Mussari si convince della gravità della situazione e cerca di reagire. C’è il Banco Santander (da poco subentrato nella proprietà) disponibile a vendere, c’è una trattativa in corso per l’acquisto di Antonveneta (già  al centro della contesa fra Abn Amro – poi acquistato da Santander-  e Popolare di Lodi conclusa grazie all’azione giudiziaria che aveva fatto cadere il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio). Chiude la trattativa e acquista la banca:  10,3 miliardi contro i 6,6 pagati qualche mese prima. La cosa che ingolosisce gli acquirenti sono gli utili attesi di 700 milioni di euro di Antonveneta che potrebbero aiutare a superare le difficoltà.
Ma la Banca d’Italia, guidata da Mario Draghi, complica le cose perché chiede, per autorizzare l’acquisto, una forte ricapitalizzazione (circa 6 miliardi di euro), non giudicando sufficiente la capacità patrimoniale dell’Istituto. La Fondazione riesce a coprire quasi tutto l’aumento, ma per il residuo miliardo, si procede con un espediente. Viene esposto a bilancio come capitale di rischio una forte somma (1 miliardo di euro) che in realtà è un debito con Jp Morgan. In realtà non sarebbe possibile considerare le obbligazioni Jp Morgan capitale di rischio perché le stesse hanno un costo e devono essere restituite. Il costo tra l’altro è molto elevato per gli standard del mercato finanziario. Infatti per gli investitori è previsto il 10% di interesse.
Questo episodio e il fatto che il prezzo concordato non tiene conto dell’assunzione dei  debiti la Antonveneta alla fine viene a costare oltre 17 miliardi. Le perdite iniziano ad accumularsi.  Le risorse della banca sono saccheggiate da queste necessità. Il ricorso  al mercato è continuo per assicurare liquidità: il ricorso al mercato è continuo per assicurarsi liquidità. Ma i Bilanci restano inappuntabili e nessuna delle autorità preposte si accorge del paradosso.
Quando la situazione diventa insostenibile la soluzione trovata per parare le falle è costituita da operazioni rischiose e poco trasparenti (Santorini, Alexandria ecc.. E per far apparire il bilancio 2009 presentabile si mettono in piedi  due operazioni apparentemente indipendenti ma  collegate da un contratto segreto e l’una costituisce  il rimborso dell’altra. La prima operazione permette a MPS di scaricare su Nomura la perdita di Alexandria (un derivato basato su rischiosi mutui ipotecari). La seconda “rimborsa” i giapponesi e li remunera  per il disturbo. In teoria si effettua uno scambio per migliorare il “profilo di rischio”. Ma Nomura in realtà  accetta un baratto rischioso perché in cambio il Monte compra i suoi rischiosi derivati. Proprio quelli descritti nel contratto segreto.  Quel contratto impone subito una correzione nel bilancio 2012 da almeno 220 milioni.
Per il 2008 la Deutsche  bank – la  maggiore  banca tedesca che fino al settembre 2008 ha ancora amministratore della filiale italiana De Bustis citato all’inizio – avrebbe prestato circa 1,5 miliardi di euro al Monte dei Paschi attraverso una transazione, chiamata “Progetto Santorini”, per compensare la perdita di 367 milioni di euro su un derivato precedente legato alla quotazione di Intesa San Paolo. Nel 2007, l’operazione Santorini ha generato perdite per 87 milioni di euro, nel 2008 per 62 milioni, mentre nel 2009 la liquidazione dell’operazione fu di  224,4 milioni.
Dopo, e sulla base delle condanne per i derivati al comune di Milano, sarebbe forse opportuno verificare meglio le responsabilità degli istituti stranieri sul piano civilistico e dei suoi funzionari in ambito penale.
Altro problema l’andamento della gestione ordinaria della banca, che  ha investito pesantemente in titoli di Stato italiano. Oggi ne ha in portafoglio  per un valore di 27 miliardi di euro. Questa opzione  si è rivelata patrimonialmente un disastro: infatti  un quarto di punto di spread “vale” 70 milioni di euro di costo per la banca. Questo  ha  già provocato il crollo del rating della Banca.
Oltre tutto gli accordi di Basilea 3 puniscono il rischio nell’investimento sul ”debito sovrano”  e  minimizzano i  rischi degli investimenti in derivati finanziari. Purtroppo le banche angloamericane sono stater determinanti per  i contenuti degli accordi di Basilea 3 e hanno  difeso i derivati a scapito dei titoli di debito..
Sembra poi che sia stato fatto un ulteriore grave errore trasformando le cedole dei titoli pubblici da fisso a variabile proprio nel momento del coinvolgimento dell’Italia nella crisi. Ma forse questa mossa è stata dettata da altre esigenze.
Nella crisi generale della finanza, Mps non se la passa bene. Dopo il ricorso  ai Tremonti-bond per 1,9 miliardi per rafforzare il suo capitale, arrivano ora dopo l’approvazione dell’assemblea degli azionisti 3, 9 miliardi di Monti Bond. Solo che le forze politiche che avevano a giugno 2012 approvato l’emissione ora ostentano contrarietà  al salvataggio. Tanto peggio per i sei milioni di correntisti e per i dipendenti,  ma la propaganda elettorale vuole la sua coerenza.
Per capire come si arriva da 121 a oggi, bisogna affrontare il nodo della  struttura di controllo della banca senese. La maggioranza (nel 2007 il 56%) delle azioni è in mano alla Fondazione. Il consiglio della Fondazione è composto da 16 membri , nominati da Comune (8), Provincia (5), Regione (1), Università di Siena (1) e Arcidiocesi (1).
Che cosa aggiungere?
Vincenzo De Bustis nel 2011 viene nominato Direttore generale della Banca popolare di Bari e Giuseppe Mussari è stato eletto all’unanimità Presidente dell’ABI.
Francesco de Majo

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