I luoghi non luoghi di Marc Augé

Roma Eur Palazzetto dello sport
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In un mio precedente scritto – Post-metropoli: la filosofia come chiave di lettura – ho riportato il dubbio del filosofo Massimo Cacciari sul caos della post metropoli, così come emerge dal suo libro “La città”. Qui Cacciari, tra l’altro, rintraccia una delle principali cause della crisi della ultima post-metropoli, nella scomparsa dei luoghi urbani, intesi come spazi speciali, magici, identitari in termini di relazione e condivisione primaria massima della cultura collettiva nella precedente città classica.
La post metropoli, inatteso magma caotico, sta uniformando il tutto, eliminando i precedenti punti singolari di coagulazione urbana essenziale. Non ha più bisogno di spazi di raccolta, di incontro, di diffusione culturale, rimandandoli, semmai, ad altre sfere, sempre più astratte, virtuali, che ancora non conosciamo appieno.

Una risposta diversa, in un certo senso analoga, parallela, viene dall’etnologo e antropologo Marc Augé, che sull’Espresso del 19 febbraio 2017, ha proposto un articolo “La guerra dei tre mondi“, ove sottolinea il divario contemporaneo sempre più esplicito tra Possidenti, Consumatori, Esclusi (in precedenza semplificato alla divaricazione Ricchi/Poveri). Soggetto trino che evidenzia i suoi principali punti deboli proprio sul tema dei luoghi e dei non luoghi, idealmente riallacciandosi a Cacciari.
La differenza del concetto di luogo tra il filosofo e l’antropologo sta nella rispettiva angolazione speculativa, pur pervenendo alla stessa conclusione: nell’era contemporanea sta scomparendo il luogo come condensatore di un intero processo vitale, che nel passato ha funzionato ottimamente.
Credo che il luogo filosofico e il luogo antropologico, piuttosto che divaricazioni, abbiamo solo diversi approcci in relazione alle questioni globalizzate. Resta da capire in che posizione si pone il più semplificato luogo urbanistico, quello che gli Urbanisti trattano solo attraverso tattilmente. È lo spazio fisico delle relazioni socio-culturali tra le varie parti urbane (anche loro fisiche). Oggi il luogo urbanistico è semplificato nella tipologia degli spazi pubblici. Funzionalmente intesi. Come se si trattasse di un oggetto diverso da quello dei luoghi del filosofo e dall’antropologo.
Se dovessi sintetizzare e meglio chiarire a me stesso i vari angoli visuali e gli ambiti interpretativi della filosofia e della antropologia, soprattutto nelle diverse sfumature Augé vs Cacciari, potrei dire che l’antropologia guarda all’essere umano sotto tutte le sue peculiari e possibili connotazioni, fisiche, biologiche, intellettuali, etc. (interesse olistico), mentre la filosofia indaga in modo più profondo l’intelletto puro, senza connessioni trasverse. Solo utilizzo delle capacità peculiari dell’organo-cervello. Mi affascina personalmente più il secondo aspetto.
L’antropologia pone costante riferimento alla sua connotazione cultura, intendendo questa (il latino “coltivare“) la più generale acquisizione dei saperi e delle sensibilità delle persone di un determinato gruppo sociale, che si contrappone e addomestica la natura che lo circonda.

L’analisi di Marc Augé si sposta, quindi, dai luoghi che scompaiono, ai non luoghi che travisano in negativo. Distruggendo le singole identità di Gruppo. Rendendo difficili o illeggibili le eterne capacità relazionali e storiche (nel significato più elementare di passato, presente e futuro).
La rarefazione dei luoghi tradizionali e la creazione di nuovi non luoghi, trasferiscono la popolazione dentro un nuovo nomadismo globalizzante. Alla ricerca di identità sempre necessaria.
Così le mobilità fisiche/virtuali, e/o intellettuali, e le distanze aumentano. Le Architetture delle Achistars (nuovo nomadismo professionale) vagano da una capo all’altro del mondo. Trasformate in icone anche loro nomadi, in città globali sempre più grandi, dialoganti a distanze solo virtuali.
Marc Augé avverte nella globalizzazione-mondializzazione (con una visione antropologica soprattutto economista, dove regna il consumo come elemento di intermediazione olistica) uno dei motivi della dilatazione e mobilitazione globale, anche fisica, del luogo che si espande a dismisura. Che in Cacciari diventa solo essenzialmente dinamica concettuale.
In Marc Augé il globale è il contrasto con il locale. In Cacciari tale contraddizione è più sfumata, ovvero risolta in continuità o tensione probabile, ideale.
Ma quali sono gli spazi neutri definiti non luoghi da Marc Augé?
Le prime e più eclatanti immagini di non luoghi contemporanei sono rappresentate dai Centri commerciali. Grandi spazi chiusi contro la città, ancora genericamente aperta, pur dispersa (una replica introversa di pseudo-città). Marc Augé li definisce più genericamente come non luoghi di consumo. Stare dentro le gallerie di un Centro commerciale spesso si prova una strana sensazione di spaesamento favolato, sottolineato da una bizzarra architettura d’interni, in genere non ascrivibile a stili architettonici riconoscibili (eclettismo contemporaneo).
Altri non luoghi alla Marc Augé sono gli spazi della mobilità (medi e grandi). Per esempio le grandi viabilità urbane ed extraurbane, che si estraniano dalla città storica. Quindi i complessi giochi di intersezioni autostradali e stradali della maxi-mobilità, che violentano il tessuto delle grandi città e delle metropoli, imponendo una la loro logica ormai del tutto avulsa dall’ordine urbano. Una volta le strategie urbane e la grana delle città erano tra loro coerenti, fino a creare esse stesse i luoghi urbani tradizionali. Ora i grandi assi viari interurbani ed inter-metropolitani, con le loro astruse intersezioni, a raso e in elevazione multi-livello, sono assolutamente dissonanti rispetto alla città lenta, evitando ogni possibilità di luoghi urbani di interconnessione, come noi conoscevamo. Ovvero auto-costituendosi, per loro intrinseca conformazione, in opposti non luoghi per definizione.
Così gli annessi spazi di servizio per rifornimento ed altro, nonostante l’annessione di bar e servizi complementari. Qualcuno sta pensando di aggiungervi medio-grandi strutture di ristorazione, commercio, intrattenimento, addirittura Parchi di divertimento, fuori contesto. Con prospettive ancora incerte. I mega-parcheggi urbani, a loro volta, appaiono come spazi senza vita, a volte simboli di paura (molti films li utilizzano in questo modo). E poi gli spazi di risulta della viabilità urbana ed extraurbana (le grandi rotatorie, che circuitano spazi inutili anche per il verde).
E che dire anche di alcuni maxi edifici per lo spettacolo e per lo sport, che spesso sembrano aeronavi aliene calate dal cielo, senza nessuna visibile integrazione urbana? Alcuni grandi architetti si stanno sforzando di concepirli in modo diverso, allargando il ventaglio delle loro funzioni urbane. Se questo non riesce prima o poi degradano come ruderi contemporanei.
Altri non luoghi indicati da Marc Augé sono gli spazi virtuali della comunicazione. La televisione è stato il primo strumento elettronico alieno, che ha strappato grandi moltitudini di persone dagli spazi urbani tradizionali, deputati alla primaria relazione interpersonale, chiudendole in circuiti chiusi, uni-governati. La moltiplicazione dei canali televisivi e le presunte libertà di scelta, non risolvono la garanzia di ambivalenza. Di recente con internet si tenta di sottoscrivere messaggi chattati, in contemporanea ai atlk show televisivi. Ma anche qui l’inter-dialogo è solo presunto.
Gli stessi dibattiti politici in televisione concorrono piuttosto al distacco crescente tra chi decide e chi è amministrato per delega lontana. Il dibattito politico delle sedi fisiche politiche-decentrate – i luoghi politici territoriali di una volta -, si trasformano nei non luoghi televisivi. I comizi di persona di una volta consentivano di sentire le inflessioni della voce vera, e riconoscere la fisicità delle persone. Oggi i comizi si trasformano nelle manifestazioni di piazza, solo come rapporti di forza.
In effetti i non luoghi non sono la scoperta, solo recente, di Marc Augé, dovuti ai nuovi fenomeni di convulsione impazzita post-metropolitana degli ultimi scorci di secolo e nuovo millennio. I prodromi vengono da più lontano, quando la Società si allontanava dalla manualità concettuale verso macro-strumenti artificiali. L’avvento industriale è una di queste cause. Basta pensare ai non luoghi degli aberranti complessi industriali, con la loro organizzazione interna disumanizzante. Poi ai Quartieri industriali, le cui relazioni sociali si limitavano all’abitare minimo o all’existenzminimum.
In questo c’è l’eccesso di una visione prettamente razionalistica studio ‘900, che omogeneizzava e standardizzava tutto, separando/distinguendo rigidamente le rispettive Aree (zonizzazioni). Minimizzando le esigenze culturali di una volta. Delle singole persone e dei loro Gruppi.
Il fenomeno si è cosi ingigantito alla scala Urbanistica. La sommatoria di tanti singoli stabilimenti industriali-non luoghi, determina la loro aggregazione urbanistica a scala maggiorata. Nascono le cosiddette Zone industriali-non luoghi, in genere segregate ed allontanate dalle altre Zone urbane (più vitali). Poi le altre mega aggregazioni urbanistiche di altro tipo ed anche loro povere di significato, fino a decadere in macro non luoghi urbanistici. Più facili alla obsolescenza ed abbandono. È nata in questo modo L’Urbanistica-non luogo. Palla al piede dell’Urbanistica che vuole rinascere.
È proprio lo stato di allontanamento e degrado di alcuni spazi e contenitori la prova, a posteriori, del loro mancato interesse di relazione sociale. Ciò che distingue il luogo dal non luogo.
Tutto ciò, riportato al tempo contemporaneo, provoca l’immagine planetaria della Città panico descritta da Paul Virilio, come concausa della proliferazione del concetto dei non luoghi (non sono le cause, ma gli effetti visibili).
Potremmo tentare di combattere e ribaltare la situazione incombente, con la ricostruzione di luoghi al posto dei non luoghi. Certamente non saranno i luoghi di una volta (nulla si ripete), ma luoghi consoni al nuovo modo di esistere (contemporaneo).
Ma non è questo il senso più generale ed immediato dei Piani di rigenerazione, ovvero della nuova filosofia della Rigenerazione come stile di vita in assoluto?
O forse si tratta di un parlare inutile perché è il passaggio ad una nuova era che si giustifica proprio sulle contraddizioni.
La battaglia contro i non luoghi e di quello che sta dietro, potrebbe sostanziarsi, in questo caso, nel coraggio di entrare diversamente e ormai consapevolmente nel nuovo mondo contemporaneo.
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia navigante
Massimo Cacciari, “La città, Pazzini Editore
Marc Augé, “La guerra dei tre mondi“, L’Espresso 19 febbraio 2017
Marc Augé – Fabio Gambaro – ricerca.repubblica.it
Marc Augé, “Non luoghi“, Ed. Eleuthera
Marc Augé, “Le nuove paure. Cosa temiamo oggi“, Ed.Bollati Boringhieri
Marc Augé, “Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al nontempo“, Ed. Eleuthera
Paul Virilio, “Città panico“, Ed.Raffaello Cortina

I non luoghi.
«I nonluoghi sono quegli spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli. Nonluoghi sono sia le infrastrutture per il trasporto veloce (autostrade, stazioni, aeroporti) sia i mezzi stessi di trasporto (automobili, treni, aerei). Sono non luoghi i supermercati, le grandi catene alberghiere con le loro camere intercambiabili, ma anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati da guerre e miserie. Il nonluogo è il contrario di una dimora, di una residenza, di un luogo nel senso comune del termine. E al suo anonimato, paradossalmente, si accede solo fornendo una prova della propria identità: passaporto, carta di credito. Nel proporci una antropologia della surmodernità, Augé ci introduce anche a una etnologia della solitudine».

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