I me ciamava per nome: 44.787. Risiera di San Sabba

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Al Piccolo Grassi di Milano c’era il pubblico delle grandi occasioni per la serata unica dello spettacolo di Renato Sarti, regista e interprete di I me ciamava per nome: 44.787. Risiera di San Sabba.
Le repliche saranno al Teatro della Cooperativa.

Lo spettacolo
Dire spettacolo è riduttivo. Non inquadra bene la proposta di Sarti.
Si tratta di una serata in cui raccontare e ricordare, nel Giorno della Memoria, attraverso le testimonianze di chi è passato dai campi di concentramento nazisti, l’orrore di quella tragedia.
L’orrore della tragedia della Risiera di San Sabba.
Unico lager nazista in Italia, munito di forno crematorio. Lager che fece tra le tremila e le cinquemila le vittime. Di quelle morti gli italiani furono complici morali, esecutori entusiasti.
C’era un pubblico composto, numeroso, attento, ieri sera.
L’ho guardato. Mi sono guardato. Mi sono chiesto:
Quanti di noi sarebbero stati in grado di dire no all’orrore? Di non voltarsi dall’altra parte? Di tendere una mano?
Sono domande a cui è difficile rispondere se non ci si trova in mezzo alle situazioni limite.
La risposta non è sempre scontata.

Karl Jasper, uno dei padri della fenomenologia, diceva:
Le situazioni limite sono quelle che ci interpellano dal profondo, e pertanto ci pongono di fronte a una realtà che ci minaccia ma che non può essere elusa.

Che cosa avremmo fatto?
A quei tempi la vita di un ebreo, di uno slavo, di uno zingaro, di una lesbica, di un omosessuale, di un oppositore, valeva cinque mila lire. Tanto incassava chi faceva la spia. Denunciare quelli che per l’ideologia nazi-fascista erano untermenschen, cioè sotto uomini, era un affare.
Molti italiani approfittarono di quelle cinquemila lire.

Durante la serata Sarti ha letto la testimonianza di un gerarca nazista responsabile alla Risiera.
Il gerarca si dice stupito del numero di delazioni, di denunce, che gli arrivano.
E non era certo un novellino quello che scriveva, come ci ha raccontato il regista. Era uno dei massimi responsabili del campo di concentramento della Risiera di San Sabba. Uno di quelli a capo delle operazioni che portarono all’uccisione di due milioni di ebrei nell’Europa dell’est.
Italiani brava gente.

Ancora prima di accomodarci in sala Renato Sarti e i suoi attori sono sul palco.
Leggono i nomi delle vittime. In un estremo tentativo di restituire dignità a quei corpi. È un rosario di dolore quello che ci accoglie. Lo ascoltiamo muti. E muti saremo per tutta la serata. Senza luccichii di cellulari, senza mormorii. Perché la narrazione che ci viene proposta supera i peggiori dei nostri incubi.
Non c’è metafora che possa raccogliere quell’orrore. Solo un pietoso silenzio.
Non c’è metafora, non Gustave Dorè con le sue incisioni, non De Sade con i suoi incubi, non Dante con il suo inferno, non…

Renato Sarti concede poco alla verve attoriale. Legge a precipizio, perché quello su cui le sue parole si affacciano, a cui lui e le sue parole restituiscono vita è un vero precipizio di abominio.
Legge come leggono i notai. Perché in questa serata Sarti diventa per tutti noi un notaio, che certifica quanto successo, perché non venga dimenticato.

Bravi gli attori che accompagnano il regista sulla scena. Nicoletta Ramorino, Ernesto Rossi e  Irene Serini, dosano bene attorialità e testimonianza. Poche o nessuna concessione alla recitazione. Massima concentrazione a restituire il senso di una tragedia.

La scenografia è essenziale: un bancone dietro cui stanno seduti i quattro interpreti, una scrivania, un tavolino, e uno schermo dove vengono proiettati spezzoni di documentari.

Uno spezzone tra tutti svela la vergogna di un’epoca, di un alto gerarca, che canticchia per un giornalista la canzone che i deportati destinati alle camere a gas, dovevano eseguire. La intona con orgoglio, con compiacimento, in un’esibizione semplicemente ributtante.
Ma la vergogna più grande è che nessuno pagò per quello che accadde alla Risiera di San Sabba.
I carnefici della vergogna furono liberi di girare per le strade.
A ultimo sberleffo per le vittime.
Italiani brava gente.

Gianfranco Falcone

Piccolo Teatro Grassi – Milano
27 gennaio 2020

I me ciamava per nome: 44.787. Risiera di San Sabba
durata: un’ora e 15 minuti senza intervallo

testo e regia Renato Sarti
da testimonianze di ex deportati raccolte da Marco Coslovich e Silva Bon per Irsml FVG
con Nicoletta Ramorino, Ernesto Rossi, Renato Sarti, Irene Serini
brani musicali Alfredo Lacosegliaz, Moni Ovadia
foto e video Miran Hrovatin, Alessio Zerial, Videoest, Irsml FVG
si ringrazia Mario Sillani
produzione Teatro della Cooperativa

lo spettacolo è consigliato a partire dai 14 anni

 

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